Ibn Khaldun dice che quei di Gog sono di alta statura, e quei di Magog invece assai piccoli. Hanno poi, come pare, in comune, volto rotondo, zanne sporgenti, piccoli occhi, favella che rassomiglia a un sibilo, e il costume di divorarsi fra loro[1017]. In alcune descrizioni si dice per giunta, come nelle Revelationes, che essi sono cultori dell'arte magica[1018], e in una delle tante redazioni delle epistole del Prete Gianni, che essi chiusero Alessandro in Macedonia, e lo misero in prigione[1019].
Il paese di Gog e Magog è per lo più descritto come degno de' suoi abitatori, inospite, selvaggio, sterile, esposto a tutte le intemperie e ai geli del settentrione, frequentato da mostri, traversato persino da un fiume infernale; ma alcuna volta esso è anche descritto come ubertoso e favorito di clima più mite. Edrisi dice il paese molto ben coltivato e i suoi abitatori provveduti di numerose greggi; ma poi soggiunge, citando l'autore del Libro delle Meraviglie, che per esso scorre un fiume, in fondo al quale arde un fuoco perpetuo, e in cui gli abitanti gettano i prigionieri, i quali, prima che abbiano tocco il fondo, sono rapiti da grandi uccelli, tratti in certe caverne e quivi divorati. Non aggiungo ora altre particolarità circa il paese di Gog e Magog, perchè avrò da tornare quanto prima sull'argomento.
Del muro costruito da Alessandro Magno si parla in modo più o meno particolareggiato. Il racconto più diffuso a tale riguardo è quello di Firdusi, che, per altro, riproduce in sostanza il racconto del Corano. Alessandro, visitate le montagne, fece raccogliere in grandissima quantità rame, bronzo, calce, pietre, legname e tutto quanto richiedevasi all'opera. Dal mondo intero accorsero allora i muratori e i magnani, e quando tutto fu in pronto si diede mano al lavoro. La struttura del muro procedeva a questa guisa: prima si metteva uno strato di carbone, poi uno di ferro, e tra i due un po' di rame, e sopra il tutto dello zolfo; e quando il muro, largo dugento cubiti, ebbe raggiunta la sommità dei monti, ci si versò su un mescuglio di nafta e di burro, e accatastata in sulla cima gran quantità di carbone, si diè fuoco alla massa, e l'incendio fu promosso coi mantici da centomila fabbri ferrai. Ma Yakub parla solamente di una porta di ferro e di bronzo, lavoro di dodicimila operai, compiuto in sei mesi. Per contro nel Romans d'Alixandre di Lambert di Tors e Alexandre de Bernay il muro è di materiali ordinarii, ma
tant par fu bien sieriés que riens ne l' pot desfaire[1020].
Quanta fede si desse, più particolarmente in Asia, alla esistenza di Gog e Magog e del muro che li rinchiudeva, mostra la seguente storia narrata da parecchi scrittori arabici, e fra gli altri da Ibn Khordadbeh e da Edrisi[1021]. Il califfo Wâttek billah vide una notte in sogno aperta la muraglia costruita da Alessandro. Spaventato da tale visione, chiamò Salam l'interprete, e gl'ingiunse di porsi in viaggio, di ritrovar la muraglia, e di recargliene preciso ragguaglio. A tal uopo gli diede cinquanta compagni con cento muli, gran quantità di denaro, e provvigioni per un anno. Salam e i compagni si pongono in viaggio, traversano varii paesi, e da ultimo una regione sparsa di rovine di antiche città, conquistate e distrutte dai popoli di Gog e Magog. Giungono finalmente a certi castelli prossimi alla muraglia, custoditi da uomini che parlano arabico e persiano, e ad una città popolata di musulmani. Due parasanghe più oltre trovano la muraglia, e su per una montagna, che domina un precipizio, una formidabile costruzione di ferro e di rame, con una porta di due imposte, alta cinquanta cubiti, larga cento. A venticinque cubiti dal suolo la tiene sprangata un catorcio dello spessore di un cubito, della lunghezza di sette. Ogni venerdì il comandante di quella fortezza, e dieci altri cavalieri, tutti armati di grevi magli, vanno a picchiare per tre volte sul catorcio, affine di lasciar intendere a quei di dentro che la porta è ben custodita, e allora si ode, di solito, un rumore confuso, prodotto dalla folla raccolta dietro a quella. Lì accosto, in un campo trincerato di trecento miglia di superficie, si vedono ancora gl'istrumenti e parte dei materiali che servirono alla costruzione del muro. Interrogati da Salam se mai avessero veduto alcuno di quei rinchiusi, gli abitanti risposero d'averne veduti a più riprese sui merli del muro, e che una volta un vento impetuoso ne fece cadere tre dalla lor parte. Essi erano alti ventidue pollici allo incirca. Salam potè riportare al suo signore la consolante notizia che il muro di Alessandro Magno era ancora in buono stato e che nulla faceva presagire la prossima uscita dei popoli rinchiusi.
Vero è che i rinchiusi non si stavano con le mani in mano, ma si adoperavano come meglio potevano per uscire di prigionia. Il cronista Tabari, narrata la leggenda in termini che molto si accostano a quelli del Corano e di Firdusi, soggiunge un'assai strana notizia. Quei di Gog e Magog si affaticano senza posa per distruggere il muro metallico, ma non possono venirne a capo. Sprovveduti di più acconci utensili, essi vi lavorano intorno con le lingue, che hanno ruvide a modo di raspe, e leccando il muro un intero giorno lo riducono dello spessore di un guscio d'uovo. Allora, ristando dall'opera, gridano trionfando: Certamente domani noi lo avremo in tutto disfatto. Ma nella notte il muro racquista miracolosamente lo spessore di prima. E ciò si ripete tutti i giorni, e si ripeterà, finchè, essendo prossima la fine del mondo, uno dei rinchiusi, mosso da divina inspirazione, suggerirà ai compagni di non più dire al sopravvenir della notte: Certamente domani noi lo avremo in tutto disfatto; ma bensì: Domani noi lo disfaremo, se piace a Dio. E allora essi compieranno l'opera da sì gran tempo tentata invano[1022].
L'opinione che i popoli di Gog e Magog fossero Sciti continua ad essere professata da molti anche in questo nuovo grado della leggenda, il grado, cioè della leggenda che ho addimandata epica[1023]. Ma altre identificazioni non mancano coi Goti[1024], con gli Unni[1025], con gli Ungheri[1026], coi Turchi[1027], alle quali mi basta accennare. Fra gli Ebrei ci fu persino chi identificò Gog e Magog coi Romani[1028]. Ma la opinione più curiosa, e più meritevole d'intrattenerci alquanto, è quella che confuse Gog e Magog con le dieci tribù che Salmanassar, o il suo successore Sargon, espugnata nel 721 innanzi Cristo Samaria, fece trasportare a settentrione della Mesopotamia, al di là dell'Eufrate[1029]. Una identificazione così fatta potrebbe apparire a prima giunta non da altro suggerita che dall'odio dei cristiani contro gli Ebrei; ma se questa ragione non mancò, ce ne furono anche dell'altre. Assai per tempo si diffuse tra gli Ebrei la credenza che le dieci tribù vivessero in una regione remota ed incognita, d'onde farebbero ritorno al tempo del loro Messia. Questa leggenda si trova già interamente costituita nell'apocrifo quarto libro di Esdra. Quivi si narra che, trasportate al di là dell'Eufrate, le dieci tribù fermarono il proposito di segregarsi da tutte le altre genti, e di spingersi oltre in alcuna regione incognita della terra, dove gli uomini non avessero mai abitato, per ivi serbare incorrotti la religione e i costumi degli avi. Postesi in viaggio, giunsero dopo un anno e mezzo di cammino nelle nuove lor sedi, d'onde faranno ritorno alla fine dei tempi, per raccogliersi intorno al Messia, quando contro costui si congregheranno dalle quattro plaghe del mondo le genti. La leggenda ricomparisce nel XLII capitolo del Carmen apologeticum di Commodiano, dove il Messia è Cristo, e dove si dice che alla fine del mondo le dieci tribù torneranno dalla loro ignota dimora, vinceranno l'Anticristo Nerone, e libereranno Gerusalemme. Se la credenza avesse potuto prevalere nella forma datale da Commodiano, qualsiasi confusione tra Gog e Magog e le dieci tribù sarebbe stata impossibile, ed anzi si sarebbero avute tra i cristiani, come si ebbero tra gli Ebrei, due diverse leggende, l'una, del popolo malvagio e rinchiuso, destinato ad ajutar l'Anticristo, l'altra, del popolo virtuoso (rinchiuso, o non rinchiuso) destinato ad ajutare Cristo. Ma era assai difficile che la credenza prevalesse in quella forma. I cristiani, in generale, dovevano vedere mal volentieri che si desse a Cristo, nella fine dei tempi una milizia ebraica, ed essere, per contro, dispostissimi ad ammettere sul conto delle dieci tribù la stessa opinion degli Ebrei. Il Messia degli Ebrei pei cristiani non poteva essere se non l'Anticristo, e le dieci tribù che l'avrebbero seguitato prendevano necessariamente il posto di Gog e Magog, o si univano ad essi[1030].
Nel medio evo questa leggenda assunse varie forme, giacchè, secondo certi racconti, Alessandro fu quegli che precisamente chiuse le dieci tribù; secondo altri, Alessandro le trovò già rinchiuse, ma saputo dell'esser loro, fece la clausura più rigorosa e più aspra. Lorenzo de Segura, dice nel Poema de Alejandro che il Macedone trovò gli Ebrei
Tras mas altas sierras, Caspias son llamadas.
Que fueras un portiello non havia y mas entradas.