Sono essi uomini sparuti e vili, non atti alle armi. Alla preghiera di Alessandro si congiunsero i monti; ma i rinchiusi usciranno prima della fine del mondo e devasteranno tutta la terra[1031]. Il Mandeville dice che alla preghiera di Alessandro Dio fece serrare i monti tutto intorno alla regione dove erano gli Ebrei, salvo che da una parte, dov'è il Mar Caspio; ma per la via del mare, i rinchiusi, i quali fuori del proprio non conoscono altro linguaggio, non si attentano di fuggire. Gli Ebrei non posseggono altra terra in tutto il mondo, ed anche per quella pagano tributo alla regina delle Amazzoni, la quale fa molto bene custodire l'unico passo[1032]. Questo consiste in un sentiero angusto, che dura quattro leghe, e non vi si trova acqua, ma dragoni e serpenti ed altri animali velenosi in gran copia, tanto che non vi si può passare se non durante l'inverno[1033]. Se mai alcuno dei rinchiusi vien fuori non sa parlare con altre genti; ma tutti usciranno al tempo dell'Anticristo, per la qual cosa gli Ebrei di tutto il mondo imparano l'ebraico, sperando di potersi allora intendere con essi e guidarli contro ai cristiani. Qualichino da Spoleto dice che, secondo la opinione di alcuni, fra le genti rinchiuse da Alessandro Magno c'erano anche le dieci tribù. Nel Jüngere Titurel si parla degli Ebrei chiusi tra monti che superano in altezza l'arcobaleno; ma non si dice che Alessandro Magno fosse quegli che ve li rinchiuse[1034]. Ranulfo Higden dice, per contro, che venuto ai Monti Caspii Alessandro trovò i discendenti delle dieci tribù, i quali gli chiesero licenza di potersene uscire di là; ma egli, saputo come quivi fossero stati chiusi in punizione dei loro peccati, inclusit eos artius, molibus bituminatis aditum obstruens[1035]. Secondo un'altra opinione Alessandro Magno avrebbe rinchiuse, oltre alle genti di Gog e Magog, anche le dieci tribù[1036]. Teolosforo di Cosenza nega recisamente tutta la favola[1037]. Nel 1540 un supposto re di quegli Ebrei venne in Europa, andò a trovare Francesco I e Carlo V, cercò di guadagnar proseliti alla sua religione, e fu per ciò arso vivo in Mantova.

Non dev'essere confusa con la precedente un'altra leggenda secondo la quale l'imperatore Claudio, durante una gran carestia, fece espellere da Roma tutti gli Ebrei con molta parte della popolazione meno valida, e li fece chiudere in luogo recondito, dai quali rinchiusi poi discesero gli Unni[1038].

§ III. La leggenda storica.

Sparsesi, verso il mezzo del XII secolo, in Europa, le prime nuove del Prete Gianni e della sua grande potenza, la leggenda di Gog e Magog non tardò ad avere nuove connessioni e nuovi ampliamenti. Questo principe era cristiano; il suo regno, di cui non bene si conosceva la situazione, si stendeva sopra molta parte dell'Asia, e volentieri vi si comprendevano le terre incognite e remote di cui parlavano gl'itinerarii; di lui, e della condizione de' suoi paesi non poche meraviglie narravansi; era pertanto assai naturale che tra lui e le genti rinchiuse di Gog e Magog si stabilisse per tempo una qualche relazione[1039]. Così avviene che di Gog e Magog noi troviam fatta menzione in alcune delle epistole che si pretesero scritte dal Prete Gianni a sovrani di Europa.

Di tali epistole, che ebbero una straordinaria diffusione e furono tradotte in tutte le lingue, già parla nella sua Cronaca, all'anno 1145, Ottone di Frisinga. Ma nelle redazioni più antiche la leggenda di Gog e Magog non si trova per anche ricordata; essa penetra solamente nelle redazioni più recenti[1040]. In queste il Prete Gianni narra del rinserramento di quelle genti per opera di Alessandro Magno in modo conforme al racconto dello Pseudo-Callistene; ma aggiunge che esse sono soggette al suo dominio; e che egli se ne giova nelle sue guerre, facendo loro divorare i nemici, dopo di che le rimanda nelle lor sedi. Usciranno al tempo dell'Anticristo e soggiogheranno Roma e tutta la terra[1041].

Ma la dominazione del Prete Gianni sopra le genti rinchiuse non doveva essere di lunga durata, e queste non dovevano aspettare la fine del mondo per fare la minacciata irruzione. Le prime mosse dei Tartari in sul cominciare del secolo XIII, e le rapide conquiste di Gengiscan, impressionarono profondamente la cristianità tutta quanta; le notizie confuse ed esagerate che ne giungevano, le descrizioni strane che si facevano di quelle genti e dei loro costumi, accesero le fantasie, e la paura ajutando, si credette che Gog e Magog fossero usciti dalle lor sedi, e avessero dato principio all'opera di devastazione. Il nome originale di Tatari fu modificato e se ne fece Tartari, suggerita l'alterazione dal Tartaro, d'onde pareva che i nuovi barbari dovessero esser venuti[1042].

Le relazioni dei viaggiatori confermarono quella credenza. Giovanni del Pian dei Carpini, mandato nel 1245 da Innocenzo IV in Asia, con la missione di distogliere i Tartari appunto dalle loro scorrerie in Europa, e, dove fosse possibile, di convertirli alla fede cristiana, raccontò de' costumi loro, al suo ritorno, non poche cose le quali si accordavano con quanto si sapeva di Gog e Magog, tra l'altro che quando alcuno di essi veniva a morire i parenti si congregavano per cibarsi delle sue carni. Secondo quanto egli riferiva, il Can dei Tartari si sarebbe chiamato Cuynè o Gog, e suo fratello Magog. Guglielmo Rubruquis o Ruysbroeck, mandato da Luigi IX di Francia a prendere accordi col Gran Cane per una futura crociata, confermò quanto dell'antropofagia aveva narrato il suo predecessore. Il Joinville dice, narrando di questa ambasceria, che i Tartari stessi raccontarono ai messi del re di Francia come il paese d'onde essi erano venuti fosse un gran deserto di sabbia, nell'ultimo Oriente, prossimo ai monti tra cui stavano rinchiusi Gog e Magog[1043]; e l'armeno Hayton conferma questa opinione dicendo nel suo Liber de Tartaris[1044] «Regio illa in qua Tartari primitus habitabant, est sita ultra magnum montem de Belgian, de quo monte fit mentio in historiis Alexandri». Marco Polo afferma che la porta costrutta da Alessandro Magno non fu fatta per trattenere i Tartari, i quali a quel tempo non esistevano ancora, ma bensì i Comani, e dice che i popoli di Gog e Magog, i quali egli pone nel regno del Prete Gianni, dalle genti vicine erano chiamati coi nomi di Ung e Mongul[1045]. Ma la leggenda aveva già identificato i Tartari con Gog e Magog, o con le dieci tribù di Ebrei che alla lor volta erano state identificate con questi. Federico II dice in una epistola a Enrico III d'Inghilterra che i Tartari sono discesi dalle dieci tribù rinchiuse da Alessandro Magno. Ricoldo da Montecroce riferita, nel suo Liber peregrinationis[1046], questa medesima opinione, adduce alcuni argomenti in favore e contro di essa, e avverte che i Tartari stessi diconsi discesi da Gog e Magog: «Vnde ipsi dicuntur Mogoli, quasi corrupto vocabulo Magogoli»[1047]. Il Villani l'accolse[1048], ed essa penetrò anche in qualche versione dello Pseudo-Callistene e della Historia de proelis, come per esempio nei Nobili fatti di Alessandro Magno. Il Malvenda in principio del secolo XVII la sosteneva ancora[1049].

E qui ci si fa innanzi un'altra immaginazione, di cui non saprei indicare la origine, ma che sembra essere nata in questo terzo stadio della leggenda, ossia della leggenda che io ho addimandata storica, giacchè si lega con la irruzione dei Tartari. Il muro e la porta, di cui abbiamo veduto in alcuni racconti crescere a dismisura la grandezza e la forza, non pajono più sufficienti a trattenere i popoli rinchiusi, e ad essi aggiungonsi certe trombe fatte costruire dallo stesso Alessandro Magno con tale artificio che investite dal vento suonano, e fanno credere a quei di dentro che un'oste numerosa stia sempre a custodia dei ripari. In nessuno degli scrittori orientali di cui ho potuto aver conoscenza si trova cenno di questo nuovo ingegno: solo il rabbino Giuseppe Kimchi, il quale fiorì nel XII secolo, ricorda nell'inedito suo commentario sopra gli ultimi profeti una immaginazione affine, dicendo di aver letto in certo libro che sulle mura di ferro della sua fortezza Alessandro pose certi simulacri di ferro anch'essi, con grande artificio operati, i quali percotendo senza intermissione con magli e scuri tenevano in soggezione i rinchiusi[1050]. Il primo, per quanto io so, che faccia parola di quelle trombe è il già citato Ricoldo da Montecroce, il quale, narrando dei Tartari rinchiusi, dice che come alcuno di essi si appressava alla fortezza di Alessandro Magno, udiva tale un tumulto d'uomini e di cavalli, e tanto clangore di trombe, che esterrefatto fuggiva, e soggiunge: «Hoc autem erat artificio venti». I Tartari conobbero finalmente l'inganno e uscirono a questo modo. Uno di essi, cacciando, inseguiva una lepre. Incalzata dai cani, questa si rifugiò dentro la fortezza, e il Tartaro, trascinato dall'ardor della caccia, stava in dubbio se dovesse penetrarvi a sua volta, quando un gufo si mise a cantare sopra la porta. Allora il Tartaro disse tra sè: Non può essere abitazione umana là dove la lepre ripara e il gufo canta. E cercato il luogo, e scoperto l'inganno, tornò verso i suoi e disse loro che se essi acconsentivano a riconoscerlo per re, egli li avrebbe liberati. I Tartari uscirono liberamente, e da allora in poi ebbero in molto onore le lepri e i gufi, e delle penne del gufo usarono adornarsi il capo. Senza dubbio Ricoldo raccolse questa favola durante il suo viaggio in Asia, giacchè la prima parte di essa, quella dove si parla delle trombe, è viva ancora, o almeno era non molti anni fa, nella Russia meridionale[1051].

Giovanni Villani racconta la storia altrimenti, e non dice nulla del cacciatore e della lepre. Le trombe che tenevano in soggezione i Tartari, turate dai gufi che presero a farvi dentro i lor nidi, cessarono a poco a poco di sonare[1052]. Giovanni Fiorentino trasporta di pianta nel Pecorone la narrazione di Giovanni Villani[1053], e Fazio degli Uberti accenna in modo assai stronco, secondo il suo solito, alla leggenda, tanto che se di questa non s'avesse altrimenti notizia, non si potrebbe intendere il significato delle sue parole[1054]. A farmi credere che il primo a divulgare in Europa questa favola delle trombe sia stato Ricoldo da Montecroce, sta il fatto che gli scrittori in cui noi la ritroviamo da prima sono italiani, e che solamente più tardi pare che anche fuori d'Italia se ne sia avuta cognizione. Nella famosa carta catalana del 1375, pubblicata primamente dal Buchon e dal Tastu[1055], in uno spazio circoscritto dai Monti Caspii si vedono le figure di Alessandro Magno e di due Mori che suonano la tromba, accompagnate dalla scritta: Aquests son de metall, e aquests feu fer Alexandri, rey gran e poderos. Ai tempi del Mercator pare che più non si ricordasse l'idea primitiva della finzione, giacchè questo geografo nota nella sua mappa: Hic in monte collocati sunt duo tubicines aerei quos verisimile est Tartari in perpetuam vindicatae libertatis memoriam eo loci posuisse, qua per summos montes in tutiora loca commigrarunt.

Ciò che Ricoldo narra della lepre fuggente trova riscontro in parecchi altri racconti, i quali tuttavia discordano in vario modo dal suo. Il Mandeville e Giovanni d'Outremeuse dicono che al tempo dell'Anticristo i rinchiusi usciranno perseguitando una volpe. Notisi a tale proposito che secondo il racconto di Giorande, gli Unni, nati dal commercio di certe maghe scitiche o gotiche con ispiriti abitatori dei deserti, vissero lungamente nella solitudine, sulla costa orientale della Palude Meotide, finchè un giorno alcuni cacciatori, inseguendo una cerva, traversarono le paludi e conobbero altre terre e altre genti.