—Non dubiti. Felice sera. Le raccomando però di por la chiave al tiretto.

—L'ho perduta.

—Male, male. E i denari li tiene lì così?

—Sai, non ho paura.

—Ma, a buon conto…

—Eh! diavolo: con uno schioppo!

—È vero. Vado a cena e torno da lei.

* * *

All'osteria Matteo Vento mangiò di buon appetito. Si era fatta la minestra di riso con fagioli secchi e, dopo di essa, gli portarono un bel piatto di formaggio. Mentre il segretario comunale col medico, l'oste ed un signore bergamasco venuto in villeggiatura giocavano a briscola, egli cercò di scovar qualche cosa dall'ostessa che sedeva al banco facendo le calze. Ma non riuscì a cavarne verbo e, meravigliato che i furti recenti non formassero tema ai discorsi di quella sera, lasciò la cucina prudentemente senza compromettere il principale con una confidenza avventata.

Arrivando alla ferriera, si accorse che in disparte aspettavalo un fiasco di quel fino. Il principale rinnovò le sue preghiere, gli consegnò un coltello da accoppar pecore e gli indicò il posto dove trovavasi la mazza. Poi, supplicatolo di non accendere lumi e di non lasciarsi vincere da sonno importuno, lo salutò tranquillamente, uscì per la porta della torre, tirò il catenaccio e chiuse a chiave. I suoi passi di uomo panciuto, brevi e rapidi, si udirono allontanarsi per il vicolo: giunse ancora un colpo di tosse, indi più nulla.