Elena riuscì lungo le notte a calmarlo alquanto; ella stessa però sentivasi il cuore spezzato e, costretta a fingere, soffriva di più. Circa il meriggio di San Silvestre la vecchia prese la pezzuola, serrò in camera Martino e discese la Roncaglia verso Bondione. La brina candida, gocciolando dagli abeti, le bagnava le spalle ed i suoi zoccoletti s'infangavano su la strada sporca, percossa dal pallido sole d'inverno che faceva scintillare gli atomi innumerevoli della neve.

Quando il medico vide Elena, col suo abito nero a puntini rossi ch'ella non aveva deposto più sin dal Natale, capì sùbito che cos'era.

—È malato il vostro?—borbottò di malumore; poi, fattosi discorrere a lungo intorno all'indisposizione del vecchio:—non è niente—soggiunse;—colpa degli anni: settanta primavere sono settanta quintali. Andate pure, Elena; verrò io domani senza dubbio.

Elena partì consolata. Rientrando nella casuccia dalle muraglie scure di sassi col tettuccio di legno ella trovò il vecchio in piedi, che accendeva il fuoco.

—Ma che ti salta in mente adesso?

—Lascia, lascia—egli rispose.—Quei due avranno freddo. Bisogna che si riscaldino appena arrivati. Sotto la valanga devono stare maluccio, i poveri diavoli. E, in fin de' conti, sono pure nostri figli.

Delirava. Ella, con le buone, lo convinse di tornarsene a letto.

—Ma il fuoco? chi dunque preparerà il fuoco per essi?—mormorava macchinalmente Martino.—Non sai che sono caduti nella neve?

La disgraziata madre non potè più trattenersi, scoppiò in lagrime dirotte e seguitava a ripetere:

—Vergine santa, e se fosse vero?