—Poichè vuoi proprio, sia. Mi fido in te. Ma non mi pare una cosa bella, scusami.
Frattanto Paolino aveva fatto baldoria all'osteria di Castelletto. Comandò una piccola, mangiò allegramente accompagnando il pranzo con un litro fino e poscia giocò alle carte col proprietario. Era in vena, quel giorno; vinse e bevette il secondo litro a credenza. Quantunque sopra un muro della cucina si vedesse dipinto un gallo con le parole:
quando questo gallo canterà credenza si farà,
per gli avventori si permettevano sempre eccezioni tanto da non iscontentarli. Bisogna sapere il vivere del mondo.
Scoccarono le sei al piccolo orologio della cappella. Paolino, barcollando leggermente, uscì dalla porta maggiore. Intavolò un discorso con le femmine ritornanti dalla chiesa e si lamentò che il tempo fosse orribile, che le strade non si potessero praticare, che le pozzanghere impedissero il cammino.
Ecco arrivar lentamente, con un malinconico fracasso di sonagliere, il carro del mugnaio. Flos trotterellava filosoficamente, con la testa involta entro un cappuccio di cuoio nero, ed una grossa coperta sul dorso, e le reni gocciolanti di pioggia. Le ruote, passando, schizzavano mota a cinque passi di lontananza.
—Vanno a pigliare i marenghi?—borbottò Paolino con disinvoltura.—Dove ce n'è, ce ne cresce. Basta aver dieci biglietti di banca e sùbito si vedranno diventar cento. Ma quando si portano le tasche vuote come le porto io, si sta sempre miserabili, si sta sempre minchioni. Perchè gli interessi fruttino è necessario che non manchino i capitali.
Andrea che sedeva sotto la tenda lo salutò nella penombra. Egli teneva aperto dinanzi a sè un largo parapioggia per evitar che l'acqua gli battesse in viso. Con la destra reggeva le redini bagnate.
—State a Castelletto, Paolino?—domandò.
Paolino rispose: