—Va bene—continuò Domenico; e con un grimaldello aperse l'usciolo. Penetrarono nella stalluccia fetente ed accesero il lume. Svegliati così bruscamente, i maiali diedero un grugnito e rizzarono le grosse teste con gli occhi stupidi e le orecchie penzolanti. I due notturni visitatori si inquietarono.
—Zitti!—susurrò Paolino brandendo il suo falcetto.—Volete che vi graffi?
Si precipitarono addosso ad un paio di quelle povere bestie, ammorzarono la propria lanterna e con la corda legarono loro le zampe anteriori. Poscia le imbavagliarono con certi cenci portàti all'uopo, come si usava nel medioevo e si usa nei romanzi medioevali verso le donne tradite o rapite. Domenico si caricò in ispalla il suo peso e precedette il socio fuor del porcile.
—Bisogna mettercelo al collo e sostenerlo per il didietro con le mani—suggerì egli.—In questo modo ci stancheremo assai meno e potremo correre più liberamente.
Uscirono adagio adagio, rinchiusero accuratamente la porticina e si dileguarono per le campagne. La pioggia seguitava a cadere monotona, insistente, noiosa. Pareva che il cielo si sfasciasse come cera o come ghiaccio. Un diluvio. I poveri maialetti non dovevano trovarsi molto contenti della gita. E frattanto le gambe affondavano entro il fango, le scarpe si facevano pesanti, gli abiti si appiccicavano alle membra. Certe volte anche a rubare si fa tanta fatica! Domenico sapeva contenersi e frenarsi, ma Paolino fremeva. Andarono, andarono, andarono, Domenico davanti e Paolino alle sue calcagna. Quest'ultimo anzi moriva di sonno.
—Io non posso più—gridò finalmente, arrestandosi.
Ma Domenico teneva duro.
—Ci rovini—osservò crudelmente.—Se non arriviamo per le quattro, addio i denari. E son tredici miglia.
A Paolino si piegavano le ginocchia. Erano arrivati presso il giardino del conte. Un muricciolo alto poco più di un metro lo separava dalla strada.
—Io non voglio scoppiare—disse Paolino.—Riposerò e poscia continuerò la via da solo. Precedimi.