Don Rocco esultava. Nel pomeriggio il più bel sole italiano aveva messo in fuga le nuvole e l'orizzonte azzurro sorrideva senza una ruga. La campanella suonò a distesa annunziando i vespri: sul piccolo sagrato si raccolsero centinaia di uomini venuti anche di lontano, cioè da Passevra e Fiumenero: le donne, coi grossi scialli in capo, avevano invaso la chiesetta da cui usciva un'acre fragranza d'incensi. Tutti erano felici; quella pioggia aveva rinfrescato la temperatura e allargato le anime. Ma al terzo segno ecco un gridìo confuso e immenso di fanciulli i quali, correndo, portavano la notizia che venivano.

Chi, venivano?

Anzitutto Michel Magro, compassato, con un pennacchio nel cappello di feltro, una fascia gialla traverso il petto e un tamburo alto mezzo metro che gli dondolava su le ginocchia. Egli picchiava sistematicamente quella povera antica pelle d'asino la quale, tarlata in molti luoghi e unta d'olio, dava un suono fievole e monotono appena sensibile dieci passi distante. In ispecie perchè i fanciulli non cessavano di vociare e saltare, percotendo le suole di legno contro il selciato, ed anche le donne si unirono a quel fracasso con le insensate risa, poi vi si unirono persin gli uomini, indotti dallo spettacolo insolito.

Perocchè, dietro a Michel Magro, comparve tosto una squadra di ventitre guardie nazionali col berretto a larga visiera, il camiciotto greggio e i cinturini bianchi. Esse portavano su la spalla sinistra il fucile ad avancarica sormontato dallo stopaccio rosso che serrava la canna: e le canne, di fresco ripulite col pomice dalla ruggine, raggiavano, al sole pomeridiano con una civetteria graziosa di roba vecchia e disusata la quale dopo molti anni, venti anni, ritorna ancora una volta alla luce. Il municipio che da un pezzo custodiva quegli arnesi fuor di moda in una cantina, entro casse di larice, aveva permesso che per l'occasione si tirassero in ballo, tanto da contentar via i buoni montanari smaniosi di fare una innocente smargiassata.

Nè basta. Alla destra del plotone, che procedeva con ordine ed al passo, vedevasi Maometto, creato per quel giorno direttore della festa in luogo del tenente; egli portava in testa l'elmo arcuato, sul pelo nero del quale sfavillava in acciaio la croce sabauda: la giubba militare, diventata un po' stretta, delineava il robusto profilo del suo torace e il fodero picchiava ad ogni movimento contro i calzoni di fustagno, con una cadenza misurata e precisa. Quanto alla spada egli la sollevava ignuda appoggiata alla clavicola, come sogliono gli officiali alle rassegne. Nulla di più seducente: era una cosa da scoppiar dalle risa.

In conclusione tutti quegli uomini si schierarono in fila dinanzi alla chiesetta: aspettarono pazientemente che i vespri finissero e, quando la campanella diede il primo tocco della benedizione, Maometto alzò la spada, la scosse da destra a manca, si ritirò di qualche metro ed una salva di fucileria, pim, pum, pam, partì impetuosamente, sì che le orecchie ne rimasero intronate per un pezzo.

Frattanto Don Rocco ebro di gioia impartiva dall'altare la benedizione e Benvenuto, che la sapeva lunga, preso da canto un fanciulletto dagli occhi vivaci, mormoravagli alcune parole misteriose poi mandavalo giù dalla Roncaglia a perdifiato.

* * *

Magnifica fu la serata. Il sole tramontava dietro le montagne che sorgono di fianco a Lizzola e ancora la via, la piazza, i cortiletti erano pieni di gente che schiamazzava con grande contentezza. Le guardie nazionali sbandate di qua e di là discorrevano molto animatamente, gonfie di buon vino e di vanagloria, perocchè da un pezzo non facevano più quella figura. Quanto a Michel Magro, egli stava mostrando il cuoio, le corde, gli orli del tamburo ai giovani e volentieri si prestava a suonar sù qualche marcia. Ma di lui ridevano: e specialmente le donne se ne prendevano spasso vedendo la serietà che metteva nel suo offizio.

Maometto era il più ricercato. Mezzo in cimberli egli girava per il paese insieme con due amici, strascinando per terra il fodero dello squadrone, lanciando occhiate e facezie da tutte le parti con l'elmo su la nuca e la faccia sudata. Come se la godeva! era stata una bella trovata, per bacco, quella del signor cappellano! Si aveva avuto almeno l'occasione di scherzare un poco e di passare un'ora deliziosa. Ma che miseria d'Egitto! ma che guerra! ma che fame! ma che!… non c'era niente al mondo che pagasse una simile baldoria. Maometto fu quasi portato all'osteria. Là si giuocava a briscola; alcuni lo vollero compagno in una partita; si versò ancora da bere: egli accettò, giocò, cantò. Ma un gioco se è bello deve durar poco e anche questa volta la troppa allegria degenerò in un alterco.