Poichè, all'ombra presso la cappa del camino ove bollivano alcuni intingoli straordinari, Benvenuto beveva il suo boccale da uomo tranquillo e regolato. Mentre la cucina pareva tremare agli scoppî d'ilarità ed al frastuono di tutti quei monelli, il vecchio si alzò con malumore e venne ad osservar la partita.
Maometto perdeva. Ogni volta che i suoi avversari facevano qualche punto egli bestemmiava per abitudine.
—Sei una canaglia, tu—gridò ad uno di essi.—Tu mi rubi il boccale! non si fa così a giocare, ohe! stai attento che ti prendo il tre di picche.
Tutti ridevano. La sua gioia comunicavasi agli altri.
—Maometto è filosofo—diceva uno.
—Sa che si è giovani una volta sola—aggiungeva un secondo.
—Chi perde al giuoco….—susurrava un terzo. E gli amici a finir la frase in coro.
Benvenuto dal suo posto li guardò in faccia, freddo freddo, avendo inteso l'allusione.
—Ebbene, sì—proseguiva Maometto come se si trattasse d'una cosa naturale.—Faccio per un discorrere, che a dispetto di chiunque io condurrò a termine quello che devo. Ciò che mi piace mi piace e son padrone io. Ma che padri, ma che madri, ma che il diavolo se li porti!… ecco un bel mazzo: allegro, compare!… Che il diavolo se li porti via! o i capricci dei vecchi saranno un vangelo per noi e, se uno ha la testa dura, dovrò ungergliela col burro? Sono uscito di tutela da un pezzo. E nè i mustacchi lunghi, nè la barba bianca mi faranno tornare indietro. Ho ragione o no?
Benvenuto gli mise una mano su la schiena.