Cadde la sera nè Don Bonomo si moveva dalla sua posizione. Ad un tratto comparve il sagrestano e a voce forte, quasi impaziente, lo avverti ch'egli era atteso nel plebisterio. Il prete si alzò scosso a quelle parole che rimbombavano come squilli nel coro e si ritirò a testa bassa, con un acre odore d'incenso nella veste. Dalla cucina invece arrivava un buon profumo di tordi allo spiedo; e Don Bonomo si consolò riflettendo che Moschetto era diventato un bravo figliuolo.

In sala Petronilla aspettava sul canapè comperato a Clusone pochi giorni prima. Ella portava il suo vecchio abito di lana azzurra, non aveva scarpe e teneva intorno alla schiena, cadente con civetteria, uno scialle frusto ereditato dalla povera Pepa. I suoi occhioni celesti luccicavano da quel cantuccio e le sue mani si nascondevano sotto il grembiale.

—Addio Petronilla—disse Don Bonomo quando la scorse;—la giovanetta senza nè meno alzarsi ripetè:

—Addio, Bonomo.

Ella non poteva perdere le antiche abitudini e, nella sua ignoranza, le riusciva impossibile chiamare il cappellano in altra maniera.

Ma Don Bonomo, tremando un poco dall'emozione, ruppe il ghiaccio per il primo.

—E dunque?

Mille domande si racchiudevano in quest'unica domanda. Il povero diavolo sentivasi venir freddo e dovette appoggiarsi alla tavola per non cadere indietro. Il momento era solenne. Un'imprudenza sarebbe pur bastata a rovinarlo: e nel suo cuore di vedovo, nel suo mondano cuore non sufficientemente preparato al sacrifizio, tumultuavano le memorie degli anni trascorsi, della famiglia antica, degli antichi affetti. Levò di tasca la grande pezzuola a scacchi e si asciugò la fronte calva. Ma, siccome la fanciulla guardandolo sfacciatamente sembrava lieta di prolungar la sua penosa agonia, egli si avvicinò al divano, sedette adagio adagio, le prese con calore la mano e ripetè le tre parole:

—E dunque, Petronilla?

Petronilla svincolò sùbito la propria destra. Era calma e seria.