—Dunque—rispose,—-prendo marito.
Don Bonomo non respirava più.
Nello stesso tempo su la porta presentossi Moschetto recando seco dalla cucina un'altra ondata di odore; egli, pallido come un morto, stava alla soglia con un paiuolo nella destra ed una pentola nella sinistra. La fanciulla, senza muovere labbro, lo segnò a dito. La mimica era espressiva.
Don Bonomo abbassò la fronte, permise che parlassero tutti e due insieme, concesse quello che vollero e si sbarazzò di Petronilla dopo aver combinato con lei che le nozze avrebbero luogo tra un mese al più tardi. Egli stesso diede parola che pe'l giorno del matrimonio consegnerebbe a Moschetto sei franchi ed a lei un abito completo della povera Pepa. Era tutto quanto potesse fare.
Petronilla quindi, piena di gioia, partì sbattendo gli usci e saltellando in modo che le sue vesti alzarono nuvole di polvere; Moschetto rimase con la bocca aperta al medesimo posto e Don Bonomo, affievolito, stanco, di pessimo umore, sarebbe scoppiato in lagrime.
Suonò l'avemaria; le campane rimbombavano entro il loro castello e il plesbiterio ne tremava.
—Orvia, spero che mi porterai da cena—mormorò il cappellano a
Moschetto.
Ma i tordi, dimenticati in cucina, avevano côlto l'occasione per volar via; qualche gatto affamato li aveva forse messi in salvo e Don Bonomo dovè accontentarsi di mangiar la polenta sola. Egli si accomodò a tavola con gli occhi chiusi, da persona rassegnata, e fattosi il segno della croce esclamò più volte:
—Sia rispettata la volontà del cielo!