Papà Gedeone ha ceduto.
Raccontai già altrove che papà Gedeone, per causa del suo orologio a sveglia, ebbe forti dispiaceri col nipote e che poi questi se ne vendicò.
Ma la mia imprudenza costò cara al povero Tata ed a Martuccia i quali, così, videro svelato il proprio affetto a mezzo mondo e, quel che è peggio, anche a papà Gedeone.
Una sera, mentre io leggeva il giornale su la porta di casa, ecco arrivar Tata furibondo con un randellaccio in mano.
—Abbiamo un conto da accomodare—mi disse. E poichè, essendo alquanto distratto, non mi raccapezzava, egli soggiunse:
—Quell'affare dell'orologio. Sa benissimo. E il bacio e papà Gedeone e io e tutti. Perchè mi ha compromesso inventando un'assurdità simile? Non mi sono mai sognato di baciarla, io. Ma intanto lo zio Gedeone, che non mi crede, ha giurato di farcela pagare. È fuori dei gangheri; e, bisogna dirla, non ha torto. Se io avessi una figlia e leggessi nei giornali certe cose, farei altrettanto. Sì, già. E quella poverina? quanto ha sofferto! è diventata magra e gialla. Un così bel colore, che aveva prima! Pare un'altra donna. Per me non è un gusto. Sono stato in Piemonte a lavorare. Portai a casa ventitre marenghi e mezzo: vado subito dallo zio e mi scaccia. Bella cosa! e ci vogliamo tanto bene con quella benedetta…
Io, a dir la verità, provava un certo rimorso. Cercai di rabbonire il mio avversario.
—Tutto non è perduto—gli dissi.
—Tutto, tutto, signore.
—Una speranza c'è sempre.