—Torna lunedì l'altro. Ci porrò tutto l'impegno. E se il diavolo non ci ficca le corna…
—Oh! zio! lasciate lì!
—Silenzio. So il mio dovere.
E serrate le imposte afferrò il garzoncello per un orecchio.
—Tu hai messo quei chiodi, mariolo. Ti manderò via, brutto ceffo.
Poscia, picchiatolo a suon di tamburo, salì per coricarsi.
Martuccia vide il fanciullo che piangeva, gli si avvicinò e gli offerse una scodella di latte caldo.
* * *
È inutile insistere molto: fatto è che Tata, il lunedì indicato, venne alla bottega, calzò gli stivali, fece mezzo giro per la contrada e ricomparve rosso come bragia, bestemmiando senza ritegno. Questa volta era il tallone che tormentavalo: in fondo agli stivali, proprio dove si fanno le pieghe, era cucita una pezza di cuoio dura e nodosa.
Papà Gedeone diventò di tutti i colori. Via; anche un santo avrebbe rinnegato la pazienza. E non era per quel centinaio di franchi sprecàti che più si rammaricava; era per l'onore della sua arte irremissibilmente perduto: era per le ciarle che se ne facevano in paese, per i sardonici sorrisetti che gli pareva di scorgere su la faccia di qualunque mascalzone, per gli scherni di cui lo si rendeva oggetto ad ogni mosca che volasse. Tutte le occasioni si prestavano per burlarlo. Egli era la vittima degli amici, i quali durante una quindicina di giorni lo importunarono per diritto e per traverso con mille allusioni, con mille beffe, con mille ironie. Bisogna essere vissuti un po' di tempo in un villaggio ozioso ed ignorante per intendere fino a qual grado possano arrivare certi pettegolezzi campagnoli.