Il cappellano, a suon d'organo, celebrò il matrimonio, in piedi sui gradini dell'altare parato con un damasco a fondo verde e striscie d'oro. I balaustri di marmo splendevano spolveràti e ripuliti con cura: dalle muraglie bianche pendevano i piccoli quadri della passione, ornàti da una crocetta di stagno. E la cerimonia fu breve; quattro genuflessioni, quattro parole in latino, una benedizione e gli sposi vennero lasciàti in libertà. Poveri diavoli! avevano le orecchie intronate e il sangue in orgasmo.
Procolo coi due camerati, un paio d'altri amici e suo padre precedeva di venti passi Luigia e le donne: che, affrettando il passo per la strada un po' fangosa e fredda, incespicavano contro le pietre e sudavano dal capo alle piante. Esse non ciarlavano molto: avevano fame ed erano stanche.
Quanta poesia in quel viaggio traverso i campi leggiermente velàti dalla nebbia di febbraio, dove sorgevano i pioppi alti e nudi e si vedevano sbucar su dal verde le casette bigie coi comignoli rudi e le finestre ben chiuse! Anche Procolo ne era commosso, senza capir come e perchè: egli taceva e sorrideva, felice come non era stato mai.
Arrivarono in paese. Là pure una quantità di persone li aspettava, curiose di veder la nuova compagna. E fu un urlo, un chiasso indiavolato intorno a loro, perchè alcuni salutavano Procolo, altri lo perseguitavano a facezie, altri fingevano insultarlo. La sposa per la vergogna non sapeva più in che mondo si fosse: cento occhi la squadravano di sotto in su, encomiando o censurando il suo abbigliamento per il colore, la foggia, il portamento, il velo, gli spadini e la capigliatura. Perocchè avevano osservato che gli spadini erano moltissimi, cinquanta circa, e ricchissimi, cioè ben lavorati e d'argento fino; ma si erano anche accorti che la rendevano troppo grassa con una faccia di luna piena.
A casa li attendeva un'insidia; i parenti e coinquilini avevano internamente barricato il portone: onde, mentre gli uomini con Procolo facevan di tutto per aprirlo con urti, spintoni e colpi di pugno, alla sposa sopraggiunta furono lanciate pallottole di neve, prese chi sa in che luogo. Le sue compagne distribuivano confetti.
Il portone si schiuse cigolando; l'ostacolo era vinto: i puntelli caddero spezzàti con frastuono. Ma un gemito lungo, acutissimo, doloroso si udì improvvisamente nel cortile e ben tosto un cagnaccio grosso e peloso fu visto scostarsi zoppicando e guaendo. Nello sfondare il portone l'avevano percosso e ferito.
—Oh! per amore—gridavano in coro le donne. Procolo arricciò il naso e scosse il capo.
—Povera bestia—mormorò Luigia inoltrandosi verso il cane. Ma Procolo la prese per un braccio.
—Fa piacere—le disse.—Ecco un brutto pronostico. Se fossi superstizioso…
—È vero, è vero—mormorò sua madre.—Non è bello niente! non mi piace, ti dico!