E tra lei e Procolo si diedero a percuotere il cane facendolo scappare.
—È un cane forestiero. Donde è capitato? non l'ho mai visto—brontolavano.
Luigia tacque ma provò nel suo cuore un sentimento di ribellione.
* * *
Una cognata, già cuoca del cappellano, aveva l'incarico di preparare il sontuoso pranzo nuziale. Ella comparve su l'uscio e li accolse tutti con abbracci, baci ed evviva. Era donna assai allegra ed avrebbe fatto bene alla compagnia. La seguirono in cucina dove sotto l'immensa cappa fumavano cinque o sei paiuoli di spropositate dimensioni, accanto a due padelle prese a prestito dalla moglie del medico. Alcune tavole messe in fila e ricoperte con un lenzuolo costituivano la mensa: e su di essa già stavano allineàti i bicchieri di qualità diverse, i piatti di stagno e di maiolica, qualche bottiglia, molte scodelle, a fiori azzurri, per il vino. Poichè, dietro l'uscio che metteva nella camera degli sposi, appoggiata al muro modestamente celavasi una brenta scura, piena di quel fino e mal coperta con un giornale ingiallito. Le sedie e le panche ancora in disordine; un gatto antico accoccolato sul davanzale della finestra: in un canto le vanghe e gli altri arnesi di campagna. Tutt'insieme la stanza era di bell'effetto e pareva una sala mangé, secondo il linguaggio di papà Benigno. Il quale, morsicando l'eterno mozzicone di sigaro e premendolo in modo da farne alzar la punta verso il suo naso, continuava a girare di qua e di là, col laconismo solito ai vecchi, e già mezzo cotto attirava seco or l'uno or l'altro: se osava dir qualche buaggine, i figli o la moglie rispondevano bruscamente ed egli tacito ritiravasi svelto, come se volesse scappare. La sua gloria era, quel giorno, di mostrare a tutti la bella camera degli sposi, l'unica nella casa che fosse a pianterreno, situata ad oriente, imbiancata di fresco e asciutta come una stufa. Là si custodiva entro casse lavorate la biancheria di famiglia; ed in mezzo sorgeva il letto matrimoniale, nuovo, soffice, con la coperta gialla: la dote di Luigia.
Finalmente si avvertì che la tavola era pronta; i convitati rumorosamente entrarono da ogni parte e per buona precauzione si chiuse l'uscio d'ingresso. Alcuni fanciulli discacciàti a quel modo, non volendo perdere la bella scena, si arrampicarono sul fico del cortile e spinsero il faccione rosso traverso le grate della finestra. Essi disturbavano; per accontentarli e farli andar via Procolo e papà Benigno lanciarono loro manate di confetti.
E i confetti caddero, mescolandovisi, in tutte le vivande. Il riso ne era pieno; pieno pure l'arrosto, piene le scodelle e i bicchieri. Uno dei camerati se ne indispettì. Come mandar giù quella roba? non aveva mai visto nulla di simile, stessero un po' quieti, lo lasciassero in pace, le cose lunghe diventano serpi. E tutti a ridere, a gridare, a beffarlo: gliene fecero tante che lo costrinsero ad alzarsi ed allora gli corsero dietro, gli fecero inghiottire a forza molte scodelle di vino, le donne lo carezzarono, gli amici lo rimproverarono. Papà Benigno, deposto il sigaro su la tovaglia, mangiava silenziosamente, guardando in giro: e quando cambiavano il piatto (di rado) riprendeva tra le imberbi labbra quel povero mozzicone spento, come un'inseparabile compagnia. Sua moglie, curva presso di lui, rideva pronta a malignare su tutto e di tutti.
Ma Procolo si accorse che Luigia era assai triste non mangiava. Una, due, tre volte lasciò la camera e sparve nel cortile, furtivamente, credendo non essere osservata.
—Che hai Luigia?—mormoravale all'orecchio E di soppiatto le cingeva il fianco.
—Nulla, ho.