Allora Caifasso rimandò G. C. a Pilato. Il popolo, i giudei ed i veliti romani partirono insieme col pontefice; ma la scena restò libera poco tempo ed al posto di Caifasso ritornò Pilato, alle cui calcagna camminava un servo recante la catinella di stagno con l'acqua per lavarsi.
Lindo, trascinato dagli stessi nemici, accompagnato dalla stessa turba curiosa, ricomparve su la scena.
Breve questa volta fu la discussione: gli accaniti farisei ne dissero di cotte e di crude, onde il povero governatore dovette comandar che G. C. fosse battuto con le verghe. Cresceva lo strazio della platea. Non un soffio, non un colpo di tosse, non un sospiro. Lindo fu spogliato della toga rossa e si mostrò nel costume primitivo, cioè coperto della maglia color carne e del pannolino ai fianchi; lo strinsero alla colonna di cartone e sùbito quattro miserabili cominciarono a picchiarlo con verghe da mandriano. Poscia inoltrossi un tale che portava bella e fatta una corona di spine e la calcò di tutta forza su la testa dell'infelice. Gli altri si credettero in dovere di ribadirgliela con una decina di mazzate. E le vescichette piene di vino, celate fra i peli della parrucca, scoppiarono lasciando uscire su la fronte di Lindo un liquido rosso il quale aveva tutta la somiglianza col sangue.
Tremenda vista! Pilato presentò il nazzareno agli astanti mormorando:
—Ecce homo!
Nella platea i singhiozzi, trattenuti da lungo tempo, proruppero violentemente. Si udì un grido acutissimo di femmina ed il romore d'un corpo umano che precipiti al suolo.
Lindo osò guardare, come gli altri, per conoscere che diamine fosse accaduto. Restò di sasso. Dietro il suonatore di tamburo due o tre contadini sollevavano a fatica una donna caduta in deliquio e quella donna era Veronica!
* * *
—Se ciò è—disse Lindo mentalmente—io mi sarei ingannato per la quale.
Ma, siccome la rappresentazione del quarto quadro continuava, egli si rassegnò alla sua parte, dimenticando le cose profane e la moglie. Le cose prendevano una cattiva piega. Sia Giuda che San Pietro e la Madonna parevano stanchi, nè davano al proprio dialogo il calore, l'animo, lo slancio delle altre volte. Il pubblico se ne accorse; e, per quanto grosso ed indulgente, non seppe nascondere il suo malumore. Indarno G. C. e gli altri principali attori s'affaticavano a promettere o far minaccie; indarno il suggeritore sbraitava dal suo posto per dirigere i discorsi: fu una vera confusione, un entrare ed un uscire senza proposito, un ridere nei momenti più gravi, un ciarlare molesto che copriva le voci dei personaggi. Persin la scena della crocifissione passò, contro ogni attesa, inosservata. Ciò parve assai deplorevole al suggeritore e, finito quel quadro eterno, rimproverò accerbamente i diversi attori assicurando che, se si andava di tal passo, la domenica prossima bisognerebbe chiudere il teatro. O le cose si fanno bene o non si fanno. Chi si è messo all'impegno faccia uso dell'ingegno. Erano bambini? perchè si bisticciavano ad ogni tratto? la concordia è madre delle virtù. Non dessero scandalo: era una vergogna; la gente se ne farebbe meraviglia, se ne adonterebbe e, alla fin delle fini, riderebbe Don Paolo, vincitore della partita. Le sue osservazioni furono ascoltate ed approvate; siccome alcuni cercavano giustificarsi, egli tagliò corto e dichiarò che non voleva udir nulla sotto pena di espellerli dalla compagnia.