Negli amici confidavasi appieno, avendoli scelti a prova: de' nemici tollerava la franchezza e fin l'ingiuria: risparmiò i supplizj, contentandosi di ridurre i rei a non poter nuocere: promise non manderebbe a morte nessun senatore, e l'attenne sì fedelmente, che uno confesso di parricidio relegò soltanto in un'isola deserta. Di due accusati di cospirazione, uno si uccise, l'altro fu proscritto dal senato; ma volendo questo seguitar le indagini, l'imperatore lo sospese dicendo: — Non ho gran voglia di render palese quanti mi odiano». E ripeteva: — Meglio salvare un cittadino, che sterminare mille nemici».

Ammirando certe colonne di porfido in casa d'un Valerio Omulo, chiese a questo donde le avesse avute. — In casa altrui non bisogna aver occhi nè orecchi», rispose l'ospite; e l'imperatore trovò che diceva giusto. Arrivando proconsole in Asia, fu messo d'alloggio presso Polemone, il più famoso sofista di Smirne, il quale tornando ben tardi, si dolse che altri gli avesse occupata la casa; e Antonino così di notte uscì e cercò altro albergo. Fatto imperatore, Polemone venne a corteggiarlo a Roma, e Antonino nol ricambiò altrimenti che colle maggiori onoranze, alludendo solo all'occorso coll'ordinare che neppur di giorno si osasse cacciarlo dall'appartamento. E richiamandosi a lui un commediante perchè Polemone l'avesse di mezzodì espulso dal teatro, Antonino gli rispose: — E me non cacciò di mezzanotte? eppure nol querelai».

Da Calcide di Siria chiamò lo stoico Apollonio per educare Marc'Aurelio; e quegli venne con una turma di discepoli, che Luciano paragona agli Argonauti mossi a conquistare il vello d'oro. Giunto a Roma, e da Antonino invitato al palazzo, il superbo filosofo rispose: — Tocca allo scolaro andar dal maestro». L'imperatore ordinò che Marc'Aurelio andasse da lui; ma rilevò la stolta arroganza dello stoico, dicendo: — È venuto da Calcide a Roma, ed or trova lungo arrivare dal suo albergo al palazzo!»

Di queste ostentazioni filosofiche forbivasi Antonino, e quando i cortigiani disapprovavano Marc'Aurelio del pianger la morte del suo ajo, egli disse: — Lasciatelo fare, e soffrite che sia uomo, giacchè nè la filosofia nè la dignità imperiale devono estinguere in noi i sentimenti di natura». Uomo dunque si mostrò, affettuoso sempre con Adriano e vivo e morto, il che gli acquistò il titolo più glorioso e nuovo di Pio.

Rincresce che pochissimo di lui si conosca, talchè dobbiam racimolare informazioni senz'ordine di tempo. Al senato e ai cavalieri rendeva conto dell'amministrazione sua, lasciava che il popolo eleggesse i magistrati, e al pari di un privato chiedeva le cariche per sè e pe' suoi figliuoli. Cessò le pensioni da Adriano assegnate agli adulatori e simili pesti; ma ripudiava le eredità da chi avesse prole, e restituiva ai figli i beni confiscati al padre, salvo il rintegrare le provincie espilate. Perdonò in intiero alle città d'Italia, e per metà alle altre l'oro coronario che solevasi offrire ad ogni nuovo principe; alleggerì le tasse, e vegliò perchè si esigessero con umanità. Succedevano disgrazie? la prima cosa era rimettere l'imposta al paese danneggiato; alimentava moltissimi fanciulli poveri; ricompensava chi applicavasi all'educazione; i senatori bisognosi ajutò a sostenere il decoro del loro grado; a Galeria Faustina sua moglie, rotta a lussuria, che l'accusava d'avere disposto la più parte degli averi suoi a pro dei bisognosi, rispose: — Ricchezza d'un regnante è la pubblica felicità». Negli spettacoli, delizia del popolo, largheggiò, nè fu scarso in opere pubbliche; fece aprire il porto di Gaeta e riparar quello di Terracina, terminò la mole Adriana, eresse un mirabile palazzo a Loria di Toscana, ov'era stato allevato. Non che l'amassero i suoi, anche gli stranieri rimettevano le loro differenze all'equità di lui; una lettera sua bastò per far recedere i Parti dall'Armenia; Lazi, Armeni, Quadi, Ircani, Battriani, Indi, Iberi gli resero omaggio (140); i Briganti che si sollevarono in Britannia, furono domi; i Mauri respinti di là dell'Atlante.

Per ordine di Adriano adottati Marc'Aurelio e Lucio Vero, al primo diede sposa sua figlia Annia Faustina, e assai ne pregiava le belle doti, mentre indovinava il cattivo animo dell'altro; onde preso da febbre a Loria, a Marc'Aurelio raccomandò l'impero, e il designò successore col far trasportare nella camera di lui la statua d'oro della Fortuna che sempre teneasi presso l'imperatore. E morì di sessantatre anni, compianto di cuore, e riposto fra gli Dei come i più ribaldi (161).

Di lui avea steso un elogio Marco Cornelio Frontone console, reputato fra' più eloquenti Latini, sebbene i frammenti, scoperti non è guari dal cardinale Maj, detraggano assai da quella fama. L'elogio migliore ne fu steso dal suo successore, e noi lo riportiamo non tanto come ritratto fedele, quanto a lode di chi lo scrisse: — Da mio padre adottivo (dic'egli) imparai d'esser dolce, eppure inflessibile ne' giudizj dati dopo maturo esame; non insuperbire di quei che chiamansi onori; durare assiduo alla fatica; sempre disposto ad ascoltare chi reca avvisi utili alla società; rendere al merito secondo gli è dovuto; sapere ove convenga tirare, ove allentare; recedere dalle follie della gioventù; mirare al ben generale. Non esigeva egli che i suoi amici venissero ogni giorno a cenar seco, nè che l'accompagnassero in tutti i viaggi: chi non avea potuto, era accolto coll'egual cuore. Ne' consigli cercava diligentemente il partito migliore, deliberava a lungo senza fermarsi alle prime opinioni. Non s'annojava degli amici, nè mai trascendeva nelle antipatie o nelle affezioni. In tutti i casi della vita e' bastava a se stesso: sempre sereno di spirito, prevedeva da lontano quel che poteva succedere; e senza ostentazione ordinava fin le più minute cose: sopiva le prime sommosse senza rumore; reprimeva le acclamazioni ed ogni bassa piacenteria; vegliava continuo alla conservazione dello Stato; misurava le spese delle feste pubbliche, non badando che si mormorasse di questa rigorosa economia. Adorò gli Dei senza superstizione; cattivossi il popolo, non con moine e coll'affettazione di salutar tutti; sobrio in ogni cosa e fermo, nulla di sconveniente o di singolare; le comodità che offrivagli in copia la fortuna, modestamente usava, e senza bramare le mancanti. Niuno mai gli appose d'affettare bello spirito, essere sofista, motteggiatore, declamatore, perdigiorni; al contrario, lo dicevano assennato, inaccessibile a blandizie, padrone di sè, fatto per comandare agli altri. Onorava i veri filosofi, i falsi non insultava; cortese, moderatamente piacevole nel conversare, non tediava mai. Della persona sua curavasi a misura, e non come uomo passionato per la vita, o smanioso di piacere: senza trascurarsi, limitava la sua attenzione allo star sano, per passarsene della medicina o della chirurgia. Scarco di gelosia, cedeva alla superiorità degli altri fosse in eloquenza e in giurisprudenza, o in filosofia morale, od in altro; anzi ingegnavasi perchè ciascuno fosse conosciuto in quel dove valeva. Nel tenore di sua vita imitava i padri, ma senza ostentarlo; non compiacevasi di mutare spesso di posto e d'oggetti; non istancavasi di rimanere in un medesimo luogo e sopra un solo affare. Dopo le violenti micranie tornava disposto all'ordinario lavoro. Ebbe pochissimi segreti, e solo pel ben comune. Negli spettacoli, nelle pubbliche opere, nelle largizioni e in simili incontri mostravasi prudente e misurato, badando a quel che conveniva, non a celebrità. Non usava bagno in ore straordinarie; non avea passione di murare; nessuna squisitezza alla tavola, nel colore o nelle qualità de' vestiti, nella scelta di begli schiavi. A Loria portava una tunica comprata nel vicino villaggio e di stoffe di Lanuvio; non mai il mantello, se non per andare a Tusculo, e anche allora ne chiedeva le scuse. In generale non modi aspri, indecenti, nè di quella fretta che fa dire, Bada che tu non sudi: compiva una cosa dietro l'altra ad agio, senza scompiglio, e con accordata successione. Poteasi dire di lui, come di Socrate, che sapeva indifferentemente godere, e far senza delle cose, di cui la più parte degli uomini non sanno nè mancare senza rammarico, nè godere senza eccesso: serbarsi forte e moderato in ambo i casi è da uom perfetto, e tale egli si mostrò».

Così scriveva il successore e allievo di lui Marc'Aurelio, che a sedici anni rinunziò alla sorella la paterna eredità, pago di quella dell'avo materno; sotto i migliori maestri apprese lettere, diritto, e massime filosofia. I precettori suoi, vivi onorava e consultava, morti ne visitava e fioriva i sepolcri. Dianzi fu scoperta la sua corrispondenza con Frontone, il quale osò dirgli la verità mentre fu privato[230]; poi con esso mantenne carteggio, colla confidenza d'antico famigliare che nulla domanda, e quale la meritava il saggio alunno[231].

Marc'Aurelio assunse anche il mantello usato dai filosofi e la loro vita austera, sino a dormire sulla nuda terra. Questo rigore lo indebolì di salute, ma regolandosi rinsanicò, e visse sessant'anni laboriosissimi: nè gli onori il tolsero dalla semplicità e dal coltivare gli amici e la scienza. Se per rispetto alle costumanze interveniva agli spettacoli, leggeva e s'occupava d'affari, lasciando che il popolo lo berteggiasse.

A Lucio Vero, fratello d'adozione, diede sposa sua figlia Lucilla, poi lo nominò augusto e collega, con esempio nuovo nelle storie; e fatte le solite largizioni, governarono insieme. Ma troppo differenti. Lucio Vero, spoglio d'ingegno e di virtù, passava le giornate a tavola, le sere a correr le vie in gara di libertinaggio colla ciurmaglia; il palazzo convertiva in taverna; e dopo cenato col virtuoso fratello, ritiravasi nelle sue stanze a bagordare con gentame e schiavi, cui permetteva seco la libertà de' Saturnali. I capelli spolverava d'oro; in un solo banchetto spese un milione ducentomila lire, e a ciascuno dei dodici invitati distribuì una corona d'oro, i piatti d'oro e d'argento, un bello schiavo, un mastro di casa, ed ogni volta che si beveva, una tazza di murrina e coppe preziose tempestate di diamanti, corone di fiori che la stagione non portava, preziosissime essenze in oricanni d'oro; poi quando furono al partire, ciascuno trovossi un cocchio con muli superbamente bardati. Celere, suo cavallo, non d'altro era nudrito che d'uva e mandorle, coperto di porpora, alloggiato in palazzo; ebbe statua d'oro e, morto, un magnifico mausoleo in Vaticano.