Mentre poi Aureliano componeva coi Goti le cose sul confine illirico, gli Alemanni si scagliarono da capo nell'armi, e con quarantamila cavalieri e il doppio di fanti invasero la Rezia, menarono guasto dal Danubio al Po; ma intanto che si ritiravano, l'imperatore intercettò loro i passi con tanta maestria, che chiesero patti. Appena però dalle incalzanti necessità fu egli chiamato altrove, gli Alemanni ruppero quella siepe d'armi, e si difilarono sopra l'Italia, sperperando fin a Milano, e spargendosi a branchi per le valli dell'Adda e del Ticino: presso Piacenza sconfissero i Romani, ma a Fano rimasero vinti: poi disfatti interamente a Pavia, sbrattarono l'Italia. La subitanea invasione fece avvisato Aureliano della necessità di circondare di mura Roma, ridotta a difendersi sul Tevere, non più sul Volga o sull'Eufrate. E gli Alemanni acquistarono tanta preponderanza, che il nome loro venne esteso a tutti que' Germani che non s'appigliarono alla lega dei Franchi; laonde essendo spesso scambiati Alemanni e Germani, mal si possono sceverare le imprese di questi e di quelli.
Fu per tenere questi Barbari in soggezione che Diocleziano collocò un imperatore ed una corte sul loro stesso confine, nell'alta Italia. Costanzo irruppe sul terreno dei Franchi, e rattenne gli Alemanni dal riversarsi sulle Gallie; ma a molte orde di Sarmati, di Carpi, di Bastarni fu concesso stanza nelle provincie consumate d'abitanti. Da ciò rimaneva blandita la vanità romana; e una politica di corta veduta s'appagava di questi effimeri trionfi, senza avvedersi che l'impero si educava in seno la serpe che lo morderebbe.
I Franchi diedero assai a tribolare a Costantino, il quale contro di loro esercitò le legioni che dovevano renderlo signore del mondo; e, in memoria de' ben riusciti successi, istituì giuochi detti Franchici. Crispo suo figlio si rese formidabile a questi ed agli Alemanni; campeggiò egli medesimo i Goti, che rifattisi nella lunga pace, si unirono ai Sarmati della palude Meotide, e devastarono l'Illirico, finchè furono costretti a vergognosa ritirata. Anche nei loro paesi gli inseguì Costantino, passando il Danubio sul ristorato ponte di Trajano; e ridusse i Goti a cercar pace, e a tributargli quarantamila soldati.
Di molti allori già era dunque glorioso Costantino, quando, morto e deificato Costanzo, egli fu salutato imperatore (306); e secondo il costume, spedì all'altro augusto e ai Cesari la propria effigie in addobbo imperiale. Galerio ne montò in superbissima collera; pure, onde evitare la guerra civile, gli mandò la porpora e il solo titolo di cesare, quello d'augusto serbando a Severo.
Ma la inumanità di Galerio, la lunga assenza, e un censimento delle ricchezze fatto con tal rigore da ricorrere fin alla tortura per iscoprire gli averi nascosti, aveano mossa a rumore l'Italia, ove Massenzio, figlio di Massimiano e genero di Galerio, si fece gridare augusto, comprando i pretoriani col denaro, i Romani colla speranza di redimerli da Galerio, i Gentili con quella di restaurarne il culto. Massimiano, uscito dal ritiro, ripigliò gli affari (307), e qual collega di suo figlio ricevette omaggio dal popolo e dal senato; vinse e uccise Severo, chiese amico Costantino dandogli sposa sua figlia Fausta e il titolo d'augusto; poi vedendo di esser considerato men di quello che desiderasse, si recò a Galerio, chi dice per incitarlo contro il proprio figliuolo, e chi per trovar luogo e tempo a tradirlo. Galerio intanto era penetrato in Italia; ma come vide l'immensità di Roma, o piuttosto la risolutezza di questa a servirsi delle ricchezze per respingere colui che voleva rapirgliele, non ardì assediarla e si ritirò, devastando la nostra patria, che peggio i barbari non avrebbero potuto.
Al posto di Severo collocò Licinio Liciniano dace, amico suo e al par di lui valoroso ed ignorante, lascivo in vecchia età ed avaro. Massimino Daza, che governava l'Egitto e la Siria, pretese anch'egli al titolo d'augusto: per modo che sei imperatori presedevano al mondo romano, dal combattersi non rattenuti se non dal reciproco timore. Massimiano, rejetto da Galerio, rannodò con Costantino: ma mentre questo campeggiava i Franchi, ne divulgò la morte (309), e schiuso il tesoro d'Arles, colla prodigalità e col rammemorare l'antico splendore mosse i Galli a voler tornare in dominio, e stese la mano a Massenzio (310). Costantino sopragiunto, assediatolo in Marsiglia, l'ebbe in balia, e non gli lasciò che la scelta della morte.
Galerio divise la vita tra opere di pubblica utilità, piaceri e sevizie. Geloso del sapere e della franchezza, sbandì giureconsulti, avvocati, letterati; affidava i giudizj a guerrieri, digiuni delle leggi: ma ulceri vergognose e schifosi insetti il consumarono, senza che trovasse ristoro o nei medici che spesso mandava a morte, o nei voti moltiplicati ad Apollo e ad Esculapio. Credendosi castigato dal cielo per la persecuzione contro i Cristiani, la sospese con un editto in nome suo, di Licinio e di Costantino, e poco stante morì (311). Massimino volò dall'Oriente per occuparne le provincie, volò Licinio a contrastarlo; poi scesero ad accordi, statuendo per confine l'Ellesponto e il Bosforo di Tracia. Accordo di nemici, poichè le due rive stettero irte d'armi, e Licinio cercò l'alleanza di Costantino, Massimino quella di Massenzio, e guatavansi con terribile aspettazione dei popoli.
Massenzio tiranneggiava l'Italia smungendola con pazze prodigalità; dai senatori esigeva spontanei donativi in moltiplicate occasioni; pel minimo sospetto sfogava il rancore contro di questi, mentre colla seduzione o la violenza ne disonorava le mogli e le figliuole. Costrinse il governatore della città a cedergli Sofronia sua sposa: ma questa, cristiana e virtuosa, chiese tempo per addobbarsi; e orato, si uccise. Lasciava che i soldati lo imitassero, saccheggiando, uccidendo, lascivendo; talora ad alcuno concedeva la villa, ad altri la donna d'un senatore; mentr'egli nel voluttuoso palazzo, gittando magìa e indagando l'avvenire nelle viscere di femmine e di fanciulli, vantavasi d'esser unico imperatore, gli altri sostener solo le sue veci. Il contrasto dava spicco alla felicità delle provincie soggette a Costantino, assicurate dai Barbari, e meno esauste dagli ingordi tributi.
Udendo questi che Massenzio radunava gagliardo esercito per torgli l'impero col pretesto di vendicare il padre, lo prevenne e mosse verso Italia, sollecitato dal popolo e dal senato a redimere l'antica regina del mondo. Massenzio, fidando tutto ne' guerrieri, se gli era amicati; tornò i pretoriani al pristino numero; pose in armi ottantamila Italiani, aggiungendovi metà tanti Mori d'Africa, oltre i Siciliani, talchè comandava censettantamila pedoni e diciottomila cavalli[22]. Costantino non armava in tutto che novantamila de' primi ed ottomila degli altri; onde, distribuitine ove occorreva, provveduto alla difesa del regno suo, non potè moverne che quarantamila, prodi però, esercitati contro i robusti Germani, e condotti da capitano esperto ed amato.
Il quale, mentre la sua flotta assaliva la Corsica, la Sardegna e i porti d'Italia, valicò le alpi Cozie, e, prima che Massenzio il sapesse partito dal Reno, pel Moncenisio calò a Susa. Presala di viva forza (312), nelle pianure della Dora scontra un corpo italiano, coperti uomini e cavalli di ferro, e li rompe; entra in Torino, poi in Milano; ha Verona a discrezione, dopo sconfitto Pompejano che con grand'arte la difendeva. Massenzio intanto si stordiva o lusingava, finchè i suoi uffiziali furono spinti a mostrargli imminente la ruina. Posto in piedi un terzo esercito, egli se ne mise a capo, vergognandosi dei rimbrotti della moltitudine, e confortato dai Libri Sibillini che avevano ambiguamente risposto: — In questo giorno perirà il nemico di Roma». Incontratisi a nove miglia da Roma (ad Saxa Rubra), Massenzio vide l'esercito suo tagliato a pezzi, e fuggendo precipitò dal ponte Milvio nel Tevere: e Costantino, cinquantotto giorni dopo mosso da Verona, ebbe compita la guerra.