Padrone di Roma, estirpò ogni seme e razza del tiranno, ma per quanto la moltitudine gridasse, non consentì l'uccisione de' primarj amici di quello; e sospesa la crudeltà quando più non era necessaria, dimenticò il passato, diede il congedo ai pretoriani e ne disfece il campo, impedì i delatori, sollevò gli oppressi da Massenzio, e in due mesi, dicono i panegiristi, rimarginò le piaghe recate da sei anni di tirannia. Al senato restituì lo splendore, e ne fu ripagato con ogni modo d'onoranze; il primo posto fra gl'imperatori, arco di trionfo che tuttora sussiste, dedicati a lui molti edifizj cominciati da Massenzio, a non dire le feste che attirarono infinito concorso. Diede sua sorella all'imperatore Licinio: mosso sopra i Franchi, devastò le loro terre, e molti prigionieri gettò alle belve.
Quando Massimino Daza morì a Tarso, rimasero padroni Licinio delle provincie orientali, delle occidentali Costantino. Poteasi prevedere una scissura, che non tardò; e Costantino disfece l'emulo nella Pannonia e nelle pianure di Tracia (314), indi gli concesse pace. Ma avendo Costantino, nello sconfiggere i Sarmati e i Goti, inseguiti questi ultimi fin sulle terre di Licinio, si rinnovarono lamenti, che finirono in guerra aperta. Licinio fu novamente battuto presso Adrianopoli, e la sua flotta nello stretto di Gallipoli, onde chiese patti e gli ottenne. Avendo però Costantino saputo ch'esso allestiva nuove armi (323 — 3 luglio), e chiedeva perfino in ajuto i Barbari, lo prevenne e ruppe a segno, che non isperò salvezza altrimenti che col gettarsegli ai piedi, rinunciando alla porpora. Costantino l'accolse benigno, e lo inviò a Tessalonica con ogni cortesia; poco poi mandò a strangolarlo. Così l'impero restava unito nella robusta mano di Costantino, che, padrone del mondo, potè trarre ad effetto i lunghi divisamenti, e dargli politica nuova; nuova capitale, nuova religione.
LIBRO QUINTO
CAPITOLO XLVI. Il Cristianesimo perseguitato, combattente, vincitore.
Allorchè Costantino movea verso l'Italia contro Massenzio, tutto l'esercito vide, sopra del sole, uno splendore in forma di croce, dove leggeasi, Per questo segno vincerai. Dappoi in sogno esso imperatore fu avvertito che adottasse la croce per insegna; ond'egli fece farne una col monogramma di Cristo ☧ e la attaccò al làbaro, cioè allo stendardo imperiale, invece degli Dei che soleano portarsi innanzi alle legioni. Dall'obbrobrio del Gólgota passa dunque la croce a guidare gli eserciti; presto sfolgorerà in fronte ai re, aprendo una nuova civiltà; ma traverso ai contrasti e ai patimenti, che sono indispensabili pel trionfo del vero.
Gli apostoli e i primi loro discepoli, colla voce, coll'esempio, col martirio, colla Grazia propagarono la redentrice morte in parti remotissime; giovati umanamente dalla grande concentrazione del mondo civile nell'Impero, per cui erano tolte le barriere delle nazionali nimicizie, e rese universali le lingue greca e romana.
Come le antiche città voleano derivare le proprie origini da semidei, così le Chiese aspirarono al vanto d'esser fondate da apostoli o dai primi loro discepoli. Che san Paolo, allegando d'essere cittadino romano, declinasse i giudizj provinciali, e si facesse condurre a Roma, consta dagli Atti Apostolici. Un'antica fama vi porta anche san Pietro (t. III, p. 194), il quale, secondo le tradizioni napoletane, venendo da Antiochia approdò a Brindisi, quindi a Otranto; in Taranto lasciò vescovo Amasiano; visitò Trani, Oria, Andria; per l'Adriatico navigò a Siponto, indi pel Tirreno giunse a Napoli, e convertitala, vi pose vescovo Aspreno; s'addentrò pure a Capua, facendone vescovo Prisco, e Marco ad Atina, Epafrodito a Terracina, Fotino a Benevento, Simisio a Sessa, così a Bari e altrove. Reggio vanta per primo pastore Stefano, ricevuto dall'apostolo Paolo; e Pozzuoli Patroba, discepolo di questo. Farebbero discepolo di Pietro san Paolino, che battezzò i Lucchesi. A Milano vorrebbe dirsi piantata la croce dall'apostolo Barnaba: nella Venezia da san Marco evangelista, il quale avendo convertito ad Aquileja Ermàgora, in Roma lo presentò a Pietro, che destinollo vescovo di questa città[23], di Trieste, di Concordia; come san Massimo d'Emona, san Prosdocimo di Padova, Vicenza, Altino, Feltre, Este.
Pie tradizioni, che la critica non può tutte accettare, ma neppure senza leggerezza repudiar tutte. Certo in Roma, trentatre anni dopo Cristo morto, Nerone trovava Cristiani in quantità (multitudo ingens); e non si poteano più reprimere che coll'inventare contro di loro insane calunnie, quali l'incendio di Roma (t. III, p. 197). I grandi e i dotti continuavano come Pilato a dire — Cos'è la verità?» ma numerose classi, che la necessità del lavoro salvava dalla corruzione, credendo quello che avevano creduto i loro padri, frequentavano i tempj, e sentivano il bisogno della divinità che soccorre, che consola, che rimunera. Fra gli schiavi, se molti riduceansi turpe strumento ai vizj del padrone, altri, più remoti dal lezzo signorile, mantenevano la moralità naturale. A costoro dunque come riusciva consolante l'udire parlarsi d'un Dio, eguale per essi e pei loro tiranni; e che colla pazienza poteano le dure fatiche, gl'iniqui strapazzi tramutare in tesoro per un'altra vita, ove ad un giudizio incorruttibile sarebbero chiamati non meno gli oppressori che gli oppressi!
Il più de' Cristiani cernivasi dunque tra costoro: ma ben presto Plinio ne scontrava d'ogni età ed ordine; Tertulliano asseriva al proconsole: — Se persisti a sterminare i Cristiani, puoi decimare la città, e fra' colpevoli troverai molti del tuo grado, senatori, matrone, amici»; l'editto dell'imperatore Valeriano suppone battezzati e senatori e cavalieri romani e dame di grado.
Neppure ai popoli più abbandonati la Provvidenza non avea lasciato mancare lumi per iscorgere la verità, e per almeno rispettare quel che non aveano forza di seguire. L'orgoglio degradasse pure lo spirito, la concupiscenza invilisse la carne, gli uomini si stordissero fra cure e voluttà; non poteano spegnere la coscienza prepotente che porta a cercare chi è Dio? chi l'uomo? quali relazioni fra questo e quello? come il peccatore può rigenerarsi? che cosa s'incontrerà dopo morte? A siffatte domande niuna risposta soddisfacente adduceano l'orgoglio degli Stoici, la depravazione degli Epicurei, la grossolanità de' Cinici, lo scetticismo degli Accademici; e soltanto dubbj o sottilità esibivano a chi invocava il riposo della certezza.