Nè meglio appagava una religione, dove professavasi o un Dio imperfetto, o la creatura perfetta; il che equivale a negare e la creatura e Dio; e che, spoglia di dogmi, riusciva mancante d'efficacia morale. Fra quei sacerdoti, se eccettuate alcuni fanatici egizj e siri, chi mai avrebbe patito disagi non che tormenti pel suo Dio? chi voluto girare predicandone il culto, più di quel che giovasse ad acquistare credito e ricchezze? tenevano la loro dignità non altrimenti che un impiego dello Stato; pronti, se il senato lo decretasse, a sostituire Giove a Tina, Mitra ad Apollo, ed erigere altari al tiranno ed alla meretrice.
Or ecco il cristianesimo, «dalle tenebre chiamando nell'ammirabile sua luce», e rivelando Colui che è la chiave di tutti i secreti, la parola di tutti gli enigmi, il compimento di tutta la legge, proclamava di nuovo la fede perchè fondato sulla rivelazione, la speranza perchè appoggiato a promesse divine, la carità perchè mostra tutti fratelli e solidarj in quell'ordine universale, ove ogni cosa si armonizza al fine supremo che a ciascuno impose Iddio, e a quel supremo bene che è la manifestazione esterna delle perfezioni divine[24]. Gente non natavi per accidente, ma entrata nel cristianesimo per intima persuasione e dopo lunga lotta e duri sacrifizj e persuasa non darsi salute fuori di esso, restava impegnata a conservarlo e diffonderlo coll'esaltamento d'una profonda fiducia; scendere al vulgo, alle donne, ai fanciulli, per illuminarne l'intelletto, dirigerne la condotta, comunicare a tutti la cognizione più essenziale, quella de' proprj doveri; sicchè i principj importanti all'ordine sociale diventano universale eredità per via di catechismi, omelie, professioni di fede, cantici, preghiere: forme diverse d'una fede sola, d'una sola speranza, adattate alla comune capacità. Il padre convertito trae la famiglia ad una credenza, fuor della quale sa che non si arriva a salvamento; il soldato predica alla sua coorte, uno schiavo all'ergastolo e talora al padrone.
A quest'apostolato potea lungamente resistere la gentilesca indifferenza? Roma avea provato ogni bene terreno, la potenza e la gloria, poi la ricchezza e le voluttà; e non se ne trovava appagata. De' suoi pensatori, alcuni deploravano ancora Farsaglia, ed oscillavano tra un'avventata resistenza e il disperare della pubblica cosa; altri in represso fermento aspettavano misteriosi avvenimenti predetti dagli oracoli, e creduti come si suole in tempi e da uomini infelici tra quell'avvicendare d'anarchia e despotismo, tra la brutalità degli imperanti, la feroce licenza de' guerrieri, le rapine de' magistrati. All'annunzio d'una religione, divina nella sua origine, semplice e vera nell'insegnamento, pura e generosa nell'applicazione; a quella dottrina semplice, chiara, umana e insieme sublime, l'intelletto s'apriva, se ancora la volontà esitava; quand'anche la Grazia non trionfasse delle abitudini e dell'interesse, il cristianesimo palesava virtù, a cui non poteasi ricusare ammirazione; colla fratellanza procurava i gaudj d'una vita interiore; coi purificati sentimenti sapeva occupare le anime robuste, esercitare le immaginazioni attive, soddisfare ai bisogni intellettuali e morali, repressi, non isradicati dal sofisma, dalla tirannide, dalle sventure. Prova di questo bisogno di virtù si è, che coloro i quali tentarono ringiovanirle, dovettero alle credenze antiche mescere alcun che di puro ed elevato, che non traevano dalla loro essenza, che mai non aveano avuto nella pratica; il grossolano politeismo avvicinare al dogma d'un Dio solo, restringendo il culto quasi unicamente a Giove, e facendo di Apollo un mediatore fra Dio e gli uomini per mezzo degli oracoli, un salvatore dell'umanità, il quale si fosse incarnato, vissuto servo in terra, sottoposto a patimenti per espiazione.
Ma per quanto s'industriasse a rifarsi dei dogmi cristiani, forse che l'idolatria soccombente offriva la consolante dottrina della remissione de' peccati? Rimorso dalla coscienza, uno potea attutirla altrimenti che con olocausti, con farsi piovere sul capo il sangue di vittime scannate, o con altre espiazioni, di cui sentiva la superstiziosa vanità? Or che buona novella l'udire che un Dio aveva radunata in sè solo quell'ira ineffabile, e che ciascuno può appropriarsi i meriti infiniti del sacrifizio della croce mediante la fede nel divino Redentore? I fedeli di quelle legalità, dove allo scellerato non serbavasi che il castigo, ben faceano colpa ai Cristiani dell'accogliere i peccatori; ma i Cristiani rispondevano col restituirli innovati dalla penitenza.
Di buon'ora i Cristiani si costituirono in società con capi e regolamenti, entrate e spese (t. III, p. 202); legami volontarj e morali, eppur tenaci, che davano prevalenza sopra le fiacche e disperse aggregazioni religiose degli antichi, nelle quali ciò che in Etruria si credeva, beffavasi in Sicilia, ed i sacerdoti de' varj delubri e de' molteplici numi, non che fra loro indipendenti, erano gelosi e nemici. Ne' Cristiani invece, uno lo spirito, una la morale, uno il culto: devoti fin alla morte alla causa stessa; «nell'unità della fede e nella cognizione del Figliuol di Dio»[25], credevano infallibile il concilio de' loro sacerdoti, perchè lo Spirito Santo avea promesso d'esser con loro; dipendevano da capi che avevano conversato coll'Uomo Dio, o con chi gli era vissuto a' fianchi. Vedendo quell'intima comunanza, quel legame fraterno, saldato dall'unità delle credenze e delle speranze, i Gentili esclamavano, — Vedi com'e' si amano!» Ed a ragione, dice Tertulliano, ne fan le meraviglie, essi che non sanno se non odiarsi.
I miracoli sono generalmente attestati, prodotti in apologie nelle quali troppo importava non mentire; dai nemici stessi non negati, bensì attribuiti a magia; tanto che anche il critico di buona fede s'arresta prima di volgerli in riso. Si negano? più grande diventa il miracolo di convertire il mondo, d'ispirare agli ignoranti la cognizione di sì elevate dottrine, ai dotti la sommessione a tanti misteri, agli scredenti la fede di cose incredibili; e tutto ciò a fronte di ostacoli potentissimi.
E ostacolo dei più robusti era l'abitudine. Colle prime idee, colle prime parole, il Gentile avea bevuto il politeismo; gli Dei erano associati alle impressioni di sua gioventù; ne' bisogni s'era rivolto ad essi, ricorso ai loro oracoli nel dubbio, sciolto ad essi il voto dopo campato da malattia, da naufragj, dalle manie di Caligola o dalle vendette di Sejano.
Le immagini della mitologia ridono di tale squisitezza, che, anche perduta ogni fede e trascorsi tanti secoli, lusingano tuttora le nostre immaginazioni. Che doveva essere allora, quando tutte le arti v'attingeano? quando n'erano pieni i libri, con cui si coltivava l'ingegno, s'incantavano gli ozj, si distraevano le malinconie? Il Cristiano, che negli Dei protettori della musica, della poesia, dell'eloquenza non riconosceva altro che demonj, era ridotto a privarsene: perchè ad ogni piè sospinto trovava pericoli e contaminazione, non dovea festeggiar i giorni di reciproci augurj o di solenni commemorazioni; non sospendere lampade e rami di lauro alle porte, nè coronarsi di fiori quando tutto il popolo s'inghirlandava; anzi protestare ad ogni atto che inferisse idolatria. A nozze si cantano Talassio ed Imene? alle esequie si fanno espiazioni? nei banchetti si liba agli Dei ospitali? nelle case si riveriscono i Lari? il Cristiano deve fuggire, mostrarne orrore. Da ciò continui disgusti; e il convertito obbligato a lasciar le più care distrazioni, ridursi alle abnegazioni, all'isolamento.
A impieghi e dignità era unica via il piacere al principe: e il principe bruciava i Cristiani, e ne faceva fanali a' suoi orti. Per rinfrancare il debole sentimento morale, eransi muniti di religiose cerimonie tutti gli atti della pubblica vita. Quelli dunque che già occupavano magistrature, come poteano prestare il giuramento? come sacrificare? come intervenire nel senato che radunavasi in un tempio, e le cui tornate cominciavano da libagioni alle divinità? come presedere ai giuochi gentileschi?
E ai giuochi ripetemmo quanto traessero ingordi i Romani. Or bene, il cristianesimo esecrava spettacoli ove per diletto si versava sangue, e i nuovi convertiti venivano conosciuti all'allontanarsi dal circo; ma ciò quanto costava! Alipio (ce lo racconta sant'Agostino) convertito rinunziò agli spettacoli sanguinarj: pure un giorno i suoi amici lo trassero al circo romano. Egli vi si tenne ad occhi chiusi e immobile durante la lotta; quando improvviso il silenzio ansioso degli spettatori è rotto da applausi feroci, perchè un gladiatore aveva atterrato l'altro. Vinto dalla curiosità, Alipio schiude gli occhi, e la vista di quel sangue gli ridesta la crudele voluttà; mal suo grado s'affissa su quel corpo boccheggiante, e l'anima di lui s'inebbria del furore del combattimento e degli omicidj dell'arena. «Più non era l'uomo strascinatovi a forza, ma uno anch'esso della folla, commosso del pari, del pari gridante, ebbro di gioja come essa, e impaziente di ritornar a godere i furori del circo». Tanto l'abitudine prevaleva sopra le migliori risoluzioni.