L'idolatria sfoggiava la solennità d'un pubblico culto, con feste patrie e regie; il cristianesimo non esibiva che povera e semplice austerità; quella, connessa a' primordj della storia nazionale, deificava i fondatori e i legislatori del popolo; questo li sbalzava dall'are per sostituirvi il figlio di un fabbro, uno morto sul patibolo. Il vulgo stesso nel culto della patria vedeva quello della sua gloria; talchè s'innestavano pietà e patriotismo.

E chi erano costoro che venivano a dar il crollo a credenze, antiche quanto il mondo, diffuse quanto il genere umano? Non sapienti Greci, non Pitagorici o Gimnosofisti, ma della genìa degli Ebrei, rinomata per corriva e nata al servaggio, derisa per la singolarità de' costumi e per le astinenze. Il loro fondatore non avea, come gli altri autori di religioni, usato lo scettro o la spada, nè tampoco la cetra o la penna: i suoi discepoli, levati dal remo o dal banco, erano una marmaglia pezzente, che si raccoglieva attorno poveri schiavi, giovani inesperti o vecchi mentecatti, per contar baje d'un Dio che si umana, d'uno che crocifisso risorge; vietava di discutere le ragioni dell'adorare e del credere; giudicava un male la sapienza del mondo, un bene la follia; riponeva la sapienza (come Giuliano li rimproverava) nel ripetere stupidamente, — Io credo».

Pertanto la religione di Cristo era dai Latini chiamata insania, amentia, dementia, stultitia, furiosa opinio, furoris incipientia; l'orgoglioso repugnava dall'accomunarsi con artigiani e schiavi; i dotti trovavano ridicoli que' misteri, la cui sublimità non s'attinge che mediante la Grazia; la povertà e i supplizj de' discepoli davano argomento della debolezza del fondatore in una società che tutto riponeva nell'esito, tutto conchiudeva con questo mondo. Esagerando poi e falsando, dicevano che i Nazareni adorassero il sole, un agnello, una forca, una testa di giumento: e il vulgo, sempre numerosissimo, rideva, e li giudicava stolti ancor più che malvagi[26].

Ma anche malvagi li credeva. Costretti com'erano a tenere le assemblee in secreto, i Cristiani davano appiglio alle accuse, solite apporsi a tutto ciò che è arcano; e nel più sinistro senso venivano intesi i riti loro. Le sobrie agapi sono inverecondo stravizzo: nei silenzj delle catacombe violentano il pudore e la natura: un fanciullo coperto di farina è presentato al neofito, il quale lo trafigge senza sapere che si faccia, se ne raccoglie il sangue in calici che passano da un labbro all'altro, e se ne mangiano le carni. Ritraggonsi dalle magistrature per non dovere far omaggio agli Dei? li sentenziano d'infingardi: sono stregonerie i miracoli; malefizio la loro costanza nei supplizj: anzi sono atei perchè non hanno sagrifizj, non tempj[27].

Eppure cotesti ribaldi qual morale insegnano? la più pura ed austera: povertà ad un mondo idolatrante le ricchezze; umiltà al secolo della superbia; castità in mezzo alle ostentate lascivie; abnegazione tra il filosofico egoismo. Invece di quell'assenza d'ogni dogma, così comoda all'accidia umana, che permetteva tutte le contraddizioni all'intelligenza, tutti i vaneggiamenti all'anima, tutte le superstizioni ai cuori, tutti gli eccessi alle passioni, intimavasi un dogma preciso, assoluto, universale, che richiedeva l'intensità dell'intelletto, la sommessione del raziocinio, l'obbedienza del cuore; al panteismo filosofico o al popolare l'idea della spiritualità di Dio e dell'individualità dell'uomo; agli Epicurei la fede nella Provvidenza e nelle retribuzioni postume; agl'increduli e agli indifferenti la necessità del culto; agli egoisti la solidarietà del genere umano; ai gaudenti le austerità e l'umiliazione; allo schiavo di ritenere le sue catene, sebbene al padrone intimi ch'egli è eguale al servo; al povero di non esigere i soccorsi, sebbene al ricco imponga di dare volontariamente. La gente, che da tanti mali erasi rifuggita nelle voluttà, senza tampoco sospettare che queste offendessero divinità tuffate nello stesso brago, vedevasi allora non solo interdetti gli atti, ma riprovato il desiderio; riprovata la fornicazione anche colle libere, anche colle schiave; riprovata la vendetta, che prima era dovere e religione; riprovato il fasto, e detti beati coloro che soffrono, beati gli umili di spirito; esclusi dalla gloria i molli, gli adulteri, i pederasti. Questa guerra alle passioni, questo freno agli istinti naturali, quanti non dovea stornare dal cristianesimo?

Mercanti e artieri assai vivevano del somministrar vittime, dell'allestire giuochi e simulacri: sacerdoti, auguri, re sacrificuli, incantatori, astrologi recavansi in odio chi guastava lor arte, e facevano prova di sostenerla col ravvivare il fervore pel culto antico, l'attenzione degli oracoli, la scaltrezza dei prodigi. Così invalse una quantità di maghi e prestigiatori, tra cui famosi Simone samaritano in patria e Apollonio di Tiane a Roma. Quegli offerse a san Pietro del denaro se gli partecipasse la facoltà di conferire lo Spirito Santo; donde fu nominata la simonia, cioè il vendere le cose sacre; prima eresia che comparve, ultima che sparirà. Vogliono capitasse egli a Roma regnante Claudio, e co' suoi prestigi talmente s'illustrasse, da meritare una statua nell'isola del Tevere[28]; ma avendo voluto librarsi a volo, si ruppe la persona. Anche Apollonio venne a Roma imperando Nerone, il quale, sebben nemico ai filosofi, gli permise di rimanere, e d'alloggiar ne' tempj, secondo soleva; poi a Vespasiano diede consigli sul ben governare l'impero. Accusato da un Greco a Domiziano, tornò a Roma a giustificarsi, ma il giorno medesimo fu visto a Pozzuoli e ad Efeso; e trovandosi in quest'ultima città al momento che Domiziano cadeva trafitto a Roma, sospese di parlare, e stato alquanto assorto, agli uditori meravigliati, disse: — Il tiranno è morto». Nerva succeduto imperatore, e che già eragli amico, l'invitò; ma egli scusossene, e mandogli de' pareri; indi sparve, nè più fu veduto vivo o morto.

Persone devote al nome di costui e a quel di Pitagora, a cui egli s'appoggiava, professavano che un'infinità di genj occupassero il vuoto fra l'uomo e Dio, partecipi in vario grado alla natura di esso; e poter l'uomo contrarre patti con quelli per via di cerimonie, digiuni, purificazioni. Il popolo li temeva e pagava, i grandi vi credevano; non Caracalla soltanto, ma fin Marc'Aurelio ne aveva sempre agli orecchi; e la malignità li confondeva coi Cristiani, e i miracoli de' santi coi costoro prestigi.

La più grave imputazione però ai Cristiani, vorrei dire la più romana, era d'odiare il genere umano, il che significava odiare l'impero[29]. Le istituzioni di Roma traevano lor forza dallo spirito di famiglia, sopra il quale era sorta la gran città, e dalla conseguente venerazione per gli antenati. Or ecco il cristianesimo, che, per guadagnare gli spiriti volgendosi principalmente alla gioventù, la sottraeva ad una generazione frivola, logora, ignara del vero bene, nimicava il padre ai figli, il fratello al fratello; donde eseredati figliuoli, repudiate mogli, puniti schiavi, scassinata l'autorità domestica. Non che opporre agli antichi nuove glorie, nuove virtù, proferivansi dannati eternamente gli uomini più cari e venerati, i conquistatori ed i sapienti, i Cesari e i Ciceroni; chiamati demonj gli Dei, pel cui auspicio era ingrandito il Campidoglio. Mentre Roma intitolava eroi quelli che aveano sterminato maggiori popoli, grandezza il rapire a molti l'indipendenza, principal fonte di potere e di gloria la guerra, unico scopo di questa la conquista; ecco predicarsi la pace, la fratellanza, la giustizia, condannarsi cioè tutta la politica antica e nuova di Roma; dall'angustie d'una patria terrena sollevati gli animi ad una invisibile, della quale erano cittadini gli uomini tutti, anche il vinto, anche il barbaro, anche lo schiavo.

La religione de' Latini era essenzialmente nazionale, e incarnata colla repubblica; Roma, città santa, inorgoglivasi di derivare dagli Dei; a sette cose sacre annetteasi la conservazione dell'impero (t. I, p. 153-4); nei maggiori frangenti consultavansi i Libri Sibillini; senza auspicj non si tenevano assemblee, senza feciali non s'indiceva la guerra o saldava la pace, senza sacrifizj non s'inaugurava imperatore o console; a comuni solennità si congregavano le federazioni; e le teorie, portando l'annuo omaggio della lontana colonia alla madrepatria, teneano stretto il nodo fra questa e quella. Intaccare pertanto la religione era intaccare lo Stato, era un dichiararsi nemici del genere umano.

Augusto, fondando l'impero, trovò la necessità di rinnobilire le svilite idee religiose, e «ristorare i tempj e le crollanti immagini degli Dei» (Orazio); e in testimonio dell'alleanza fra lo statuto e la religione, unì il sommo pontificato alla potenza imperiale, e collocò nel senato l'altare della Vittoria. Allora fu imposto silenzio alle voci che nella Roma repubblicana sbraveggiavano gli Dei e la vita futura; si moltiplicarono sacrifizj, iscrizioni votive, delubri. Mecenate, consigliando Augusto sul modo di governare, gli aveva detto: — Onora sempre e dappertutto la divinità secondo le leggi e gli usi aviti, e costringi gli altri a farlo. Quelli che introducono alcun che di stranio nel culto, detesta e punisci, non solo per riguardo agli Dei, ma perchè questi novatori trascinano molti cittadini ad alterare i costumi, donde vengono congiure, intelligenze, associazioni pericolose»[30]. Le assemblee erano vietate, anche quando tendessero a pubblica utilità; e tanto più sedi scopo religioso. I giureconsulti «custodi delle divine ed umane cose» pronunziavano doversi conservare ad ogni costo il culto avito, e Ulpiano radunò tutte le leggi in proposito[31]. Ben è vero che ai numi patrj e ai greci si erano aggiunti ora l'Iside egizia, ora il Mitra persiano, poco importando al politeismo che gli Dei fossero venti o cento, anzi alla costituzione essendo consono l'adottare gli Dei stranieri, ed alla politica l'assimilarsi i vinti coll'accettarne le credenze. Ma tutt'altrimenti andava il caso con una religione che ogn'altra escludeva, che diceasi universale, e destinata a fabbricare il suo tempio colle macerie delle nemiche.