La tirannia fin allora aveva colpito gli uomini nel corpo, ne' beni, nella vita, non s'era rivolta all'anima, al pensiero, mai non avendoli incontrati sulla sua via. Era la prima volta che desse di cozzo in una fede seria, profonda, pronta ad obbedire finchè le si chiedessero gli averi e il sangue, ma risoluta a resistere quando n'andassero di mezzo la credenza o il dovere: in quella gara di farsi vili al pie' di vili regnanti, insegnano che l'uomo è soltanto di Dio[32]; quanto ai dogmi ed all'esercizio di loro religione, non conoscono superiorità terrena; adoprano sincerità e pazienza, non forza o scaltrezze, non calare a transazioni, non guadagnar tempo; persuasi che tutte le cose visibili sono un nulla a petto delle arcane, che l'unico bene consiste nell'accettar la croce, l'unico male nel peccato, e che la follia del Calvario trionferebbe dell'ostinazione d'Israele e della superbia di Roma: gl'imperatori o i proconsoli vogliono forzarli? se deboli, fuggono; se no, soffrono, non piegano: contro la barbarie raddoppiasi la loro costanza, la quale diventa ad altri eccitamento, sicchè «il sangue è semenza di Cristiani».

Pure cotesti settarj dal loro Cristo aveano imparato a rispettare la potestà; sotto imperatori che disonoravano la natura, i loro dottori gli esortavano alla docilità, non essendo ancora in tal numero che bastassero a rappresentare un voto nazionale e mutare un reggimento. San Vittore interrogato da un prefetto, risponde: — Nulla ho fatto contro l'onore o gl'interessi dell'imperatore o della repubblica; non ricusai di assumere la difesa ove il dovere me l'imponeva; ogni giorno offro il sacrifizio per la salute di cesare e dell'impero; ogni giorno in favore della repubblica immolo vittima spirituale al mio Dio». Perocchè il cristianesimo, improntato della universalità, attributo incomunicabile delle soluzioni divine, collocò la religione ben disopra alla parte contingente e variabile della società, fermandola nell'essenziale e permanente, sicchè l'uomo, in qualunque clima e qualunque governo, possa operare il perfezionamento proprio e meritarsi il cielo; sotto principi crudeli e scostumati non si ribella alla società, da' cui peccati rifugge; non pretende sovvertirla, ma cerca emendarla; combatte i vizj del secolo, ma senza staccarsi da esso.

Pertanto i Cristiani, ignorati o tollerati, erano cresciuti. I padroni degli schiavi s'accorgeano d'un mutamento, non cominciato dalle sublimi, ma dalle infime parti della società: alcuni sofisti tolsero a sillogizzare sopra quelle credenze: i sacerdoti vedeano diradarsi i tempj, sminuire le offerte. Allora, aperti gli occhi, si conobbe che costoro, nati appena jeri, già empivano i fòri, i tribunali, le legioni; senz'armi, senza difesa, negavano obbedienza ad ordini così semplici, quali pareano il bruciare un grano d'incenso sull'ara di un dio o d'un imperatore; e piuttosto accontentavansi di morire. Alla romana legalità, che faceva delitto il contrariare un decreto qualunque, come doveva movere sdegno questa inobbedienza! Gli statisti, che sentivano non poter più Roma prosperare dacchè era spoglia di morale ed abbandonata ai baccanali della forza, sapevano però che nel cadavere d'un grande Stato le istituzioni antiche conservano una vita galvanica, perchè e l'aristocrazia si ricorda qual fu, e l'esercito è abituato ad una certa disciplina, e il popolo ad un'amministrazione qual ella sia, e nel principe si concentrano la forza e l'opinione. Di qui la tenacità alle forme vetuste, che è propria de' dominj deboli; di qui l'odio dei politici contro il cristianesimo.

Sopragiungevano intanto sempre nuove traversie; peste, tremuoti, fame, correrie di Barbari: e i Cristiani predicavano, — Sono avvisi del cielo; Roma e il mondo, sommersi in un mare di vizj, meritano questi e peggiori castighi». Fremeano i Gentili a tal voce, quasi desiderassero o si compiacessero de' mali di cui adducevano la ragione: i politici si confermavano nel crederli avversi allo Stato: i religiosi pensavano che le costoro bestemmie irritassero gli Dei, i quali, destri un tempo agl'incrementi di Roma, lasciavanla allora sfasciarsi. Adunque ne si plachi la collera col sagrificare i loro nemici; il Cristiano, pel solo suo nome, sia considerato «nemico de' numi, degl'imperatori, delle leggi, de' costumi, di tutta la natura»[33].

Derivavano dunque dalla legalità romana le persecuzioni, che quella civiltà ci presentano in un aspetto differente assai dal classico; quistione politica più che religiosa, dove, poco curando la dottrina, punivasi la disobbedienza; e dove gl'imperatori buoni, cioè ispirati dall'antico genio romano, imperversarono più che non i malvagi, quali Comodo od Elagabalo.

La Chiesa noverò le sue vittorie dal numero delle sue tribolazioni. Sotto Nerone vedemmo la prima volta perseguitati i Cristiani, e non pare fosse soltanto per dare una soddisfazione al popolo, nè che si limitasse a Roma[34]. Domiziano, quando voleva rifabbricare il Giove Capitolino, tassò gli Ebrei un tanto per testa; e i Cristiani, compresi sotto quel nome, non volendo a verun patto contribuire per idolatrie, ne nacque nuova persecuzione, in cui caddero Flavio Clemente, cugino dell'imperatore e collega di lui nel consolato, colla moglie e la nipote Domitilla. Il cristianesimo era già dunque arrivato ai limitari della reggia.

Plinio Cecilio (t. III, p. 339), stando proconsole della Bitinia e del Ponto, sentì contrasto fra il dovere d'eseguir la legge che condannava i Cristiani, e la coscienza propria che glieli mostrava incolpevoli; laonde interpellò l'imperatore Trajano come comportarsi, e se fossero a punire indistintamente giovani e vecchi, se perdonare a chi si pentiva. — Gl'interrogai (soggiunge) se fossero cristiani; e quei che confessarono, escussi due o tre fiate con minaccia del supplizio se perseveravano, gli ho condannati, giacchè meritano castigo la disobbedienza e l'ostinazione. Alcuni denunziati negarono; altri dissero aver cessato d'essere cristiani, ed affermavano che tutto il loro errore o delitto consisteva nell'adunarsi un giorno prefisso avanti l'alba e avvicendare inni a Cristo come fosse dio; si obbligavano con giuramento di non commetter furto, adulterio od altro misfatto, nè negare il deposito; poi raccoglievansi a mensa comune, innocente. Credetti bene chiarir la verità col mettere alla tortura due giovani schiave che diceansi addette ai ministerj di quel culto: non vi ho scoperto che una superstizione trasmodata, laonde ho sospeso tutto, aspettando tuoi ordini. Gran numero di persone d'ogni sesso e grado sono e saranno comprese in tale accusa, poichè questo contagio non ha soltanto infette le città, ma si è dilatato pei villaggi e le campagne».

L'imperatore, rispondendo, collauda l'operato del suo ministro, ma essere impossibile stabilir regola certa e generale in cause di questa natura. — Non bisogna fare indagini; ma se accusati e convinti, punirli; se l'imputato nega d'esser cristiano, gli si perdoni».

Strana rivelazione del contrasto fra la legalità e la giustizia! Il proconsole, uomo onesto, non trova rei questi settarj se non del nome, pure non domanda che siano salvati, sibbene con qual misura deva castigarli; e li mette al tormento per iscoprirne delitti, di cui non sono accusati. L'imperatore, un de' migliori, anch'egli tentenna fra il proprio sentimento e la ferrea rigidezza delle leggi! E come! la legge è tanto vaga che i prudenti stessi non sanno come interpretarla, e può essere sospesa non solo dall'imperatore, ma fin dal proconsole: eppure a' dubbj di questo l'imperatore non risponde se non che ha fatto bene. Se sono colpevoli, perchè declinare l'indagine? perchè assolverli sulla semplice negativa? Se innocenti, perchè punirli di confessare ciò che non è colpa? Che legislazione è cotesta dove si castiga non un fatto, ma un sentimento? Qual sanguinoso testimonio del niun conto che gli antichi faceano della vita dei loro simili![35]

Che se tanto lasciavasi all'arbitrio de' tribunali, e sotto un Plinio ed un Trajano, che doveva essere delle assemblee tumultuarie, quando la plebe, nei giorni devoti agli Dei o fra la sanguinaria ebbrezza dell'anfiteatro, chiamava a gran voci, — I Cristiani alle fiamme, alle fiere?» Editti d'Adriano e d'Antonino vietarono di far fondamento sulla semplice diceria per condannarli: ma che, se i rei medesimi confessavano, anzi gloriavansi? Come doveva inviperire l'orgoglio degli imperatori o de' loro ministri allorchè vedeano un fanciullo, una donna, un oscuro cittadino confessare apertamente il delitto apposto; e a lusinghe, a promesse, a minaccie resistendo, ricusare non un delitto, ma l'atto il più semplice del culto nazionale, un granello d'incenso al dio Giove o al dio Antinoo! Li straziavano allora colla tortura, non per istrapparne la confessione del delitto, ma acciocchè il negassero; oppure mettevano a lubriche prove la continenza dei giovani e la castità delle vergini; e infelloniti dalla resistenza, gli abbandonavano a' manigoldi e al vulgo, in cui la ferocia, innestata dall'abitudine de' supplizj e de' giuochi circesi, veniva esasperata dal fanatismo.