Talvolta governatori umani respingevano le accuse, o con sotterfugi salvavano gl'imputati; talvolta li cacciavano solamente a confine: ma altri li chiudevano negli ergastoli e nelle miniere, oppure esercitavano su loro l'esacerbazione che permetteva la legge, iniquissima perchè indeterminata. Alla prova soccombevano? riportavano applausi dai Pagani, orrore e compassione dai Cristiani. Chi subisse generoso i tormenti, restava in venerazione: i fedeli baciavano le catene portate e le cicatrici rimaste; pei morti istituivano annue commemorazioni; e il sangue e le ossa, raccolte studiosamente, venivano poste sotto gli altari che servivano di mensa al viatico di quelli che si professavano pronti ad imitarli, e che in impeto generoso ambivano il martirio fin a denunziarsi da se stessi, a sturbare a bella posta i riti idolatrici, a ricusare la clemenza, e negli anfiteatri provocar l'ira delle fiere e de' manigoldi[36].
A malgrado degli scrupoli di Trajano, consta che sotto di esso molti subirono il martirio. Clemente papa fu sbandito dalla sua sede. Ignazio, vescovo d'Antiochia, fu da quell'imperatore mandato a Roma, perchè vi fosse ucciso: sul viaggio dell'intrepido confessore di Cristo accorreano vescovi, diaconi, fedeli; in Roma tanti mostravano interesse per lui, ch'egli temeva riuscissero a camparlo dal martirio; ma come vi si seppe destinato, coi fedeli pregò il Figliuol di Dio per le Chiese, per la carità fra' Cristiani, per la cessazione delle persecuzioni: esposto nell'anfiteatro alle fiere nelle feste Sigillarie, mentre i Gentili applaudivano ai leoni che lo sbranavano, i fedeli pregavano per esso, e ne davano avviso ai fratelli d'ogni paese, affinchè quel giorno tenessero in perpetuo solenne.
Adriano, spinto al sangue da zelo per le superstizioni e la magìa, e da odio per gli Ebrei, ordinò processure, nelle quali caddero i papi Alessandro, Sisto e Telesforo. Fabbricata la villa di Tivoli, cominciò magnifici sacrifizj per dedicarla: ma che? le vittime, gli auspizj, gli augurj uscivano a vuoto o in sinistro. Interrogati con più vigorose evocazioni, gli Dei risposero: — Come renderemmo oracoli, se ogni giorno Sinforosa co' suoi sette figli ci oltraggia, invocando il suo Dio?» L'imperatore ebbe a sè costei, che richiesta dell'esser suo, rispose: — Mio marito Getulio, con Amanzio fratel suo, tribuni militari, patirono per Gesù Cristo, ed anzichè immolare agli Dei, lasciaronsi recidere il capo, acquistando infamia in terra e gloria fra gli angeli». E intimandole l'imperatore, — Tu sagrificherai agli Dei, o sarai a loro sagrificata», non esitò nella scelta, anelando di ricongiungersi collo sposo. L'imperatore dunque la fece condurre nel tempio d'Ercole, quivi schiaffeggiare, sospendere pei capelli, e durando pur ferma, gettare nelle cascatelle, memori delle voluttuose canzoni d'Orazio. I figliuoli ne imitarono la costanza.
Era Aglae una romana tanto ricca, che tre volte diede i pubblici spettacoli; amministravano le sue entrate settantatre agenti, ai quali soprantendeva Bonifazio, uomo ospitale e largo coi poveri, ma licenzioso, e che con essa viveva in peccato. Avuto da Aglae commissione di andare in Oriente, e recare reliquie di martiri, per cui intercessione ottenere perdonanza, egli partì con dodici cavalli, tre lettighe e molti profumi; e per via cominciò a pensare seriamente ad un'opera assunta con leggerezza, e ad orare e far astinenza. Giunto a Tarso, vide il martirio d'alcuni Cristiani, e preso dalla costoro fermezza, li pregò che per lui pregassero; sicchè il governatore fece esporre lui pure ad ogni peggior tormento, che egli comportò pazientissimo in ammenda del passato. Aglae, avvertita del martirio dell'amante, ne ricomprò il cadavere a molto prezzo, e ritornata allo spirito, diede ogni aver suo ai poveri, e con poche donzelle si ritirò dal mondo.
Cecilia romana, obbligata contro voglia al matrimonio, converte il marito, il cognato e altri, ed è condannata a perdere gli occhi da un governatore cui troppo erano piaciuti. Maria, schiava d'un Tertullo senatore romano, sola della casa adorava Cristo, ed era tollerata per la fedeltà e l'esatto servire. Sopragiunta la persecuzione di Diocleziano, il padrone, per non essere costretto a denunziarla e così perderla, la fa battere a verghe onde muti fede, e sepellire in carcere, ma senza smoverla. Il giudice, informatone, la volle a sè, la fece martorare tanto che il popolo incompassionito volle si cessassero i tormenti. Il giudice la diede allora in custodia ad un soldato, ed essa temendo per la sua onestà, fuggì tra i monti, ove finì poi santamente[37].
Molte altre donne col santo eroismo assicuravano la libertà della femmina, e ricompravano dall'obbrobriosa servitù il loro sesso, elevandolo alla dignità della donna cristiana. Così la bellezza domava la forza, la morte intimoriva i viventi, e la fede trionfava dell'orgoglio.
Que' Romani che non voleano stordirsi sull'avvilimento della patria, si compiacevano nel rimembrare gli Scevola, i Bruti, i Catoni, prodighi delle grand'anime per una libertà, che sembrava più bella dacchè perduta; e nel segreto vantavano i pochi che ancora gl'imitassero o li contraffacessero resistendo ai cesari e affrontando la morte. Or eccoti una setta che proclama la libertà; non la libertà che rinnega l'ordine e che si acquista per sommosse, ma che rifiuta qualsivoglia restrizione alla coscienza, e per la quale cotesti Galilei sanno, non darsi la morte, ma intrepidi aspettarla[38]. Ma gli eroi, sublimando la passione umana, operavano cose straordinarie per l'acquisto di gloria: i santi, rinunziato ad ogni passione, senza calcolare le proprie forze, inermi ma intrepidi affrontavano le potestà umane e le infernali, nulla curando della lode, e la volontà propria rimettendo affatto a Dio.
Vero è che i Romani erano avvezzi a quotidiani supplizj, a conflitti di gladiatori, a battaglie nella città o sui campi, a stoici suicidj: ma coloro o lasciavano la vita costretti, o la gittavano come un carico importabile, al più la deponevano con indifferenza, come cosa che saziò. Ne' Cristiani, all'incontro, fanciulli «che non distinguono la destra dalla sinistra», vecchi, donne, morivano non coll'orgogliosa dignità delle scuole, ma con semplicità; non per erudizione di dottrine morte, ma per le parole della vita; non per se stessi, ma pel genere umano: fra supplizj squisiti non metteano lamento, gioivano, perdonavano. «Il vulgo (dice Lattanzio) vedendo le persone lacerate con varj tormenti, e mentre i carnefici si stancano, esse durare nella pazienza, fa giudizio che non sia vanità questa perseveranza dei morenti, e che senza Dio non potrebbero sopportarsi tanti spasimi. Masnadieri, persone robustissime non reggono a pari torture, gemono, urlano, soccombono al dolore, perchè vi manca l'ispirata pazienza. I nostri, non che uomini, ma fanciulli e donnicciuole, tacendo vincono i loro tormentatori, nè il fuoco stesso può strappar ad essi un gemito; il sesso debole, la fragile età soffrono d'essere sbranati a membro a membro, e non per necessità, giacchè potrebbero evitarlo, ma per volontà, giacchè confidano in Dio»[39].
L'antica società facea dunque il suo dovere, e il suo la nuova; i Cristiani subiscono la pena di morte, ma la dichiarano iniqua; si crederebbero contaminati pur dalla vista d'un supplizio, e interdicono il sacerdozio a chi uccise od esercitò diritto di sangue[40]; sublimando per tal guisa il carattere dell'uomo, non più soltanto quand'è ravvolto nella toga senatoria o nel mantello filosofico, o decorato dell'anello equestre, ma anche povero, ignorante, nudo, perfin colpevole; è uomo, e basta. Questa tacita ma costante resistenza rivelò la vigoria del cristianesimo.
Ai propagatori del vero più che le persecuzioni e la morte pesano la calunnia o la noncuranza; e queste porsero nuovo esercizio alla pazienza de' primi Cristiani. Giovenale descrisse uno dei loro supplizj coll'indifferenza d'un franco pensatore al cospetto di fanatici[41]; Tacito confuse questa setta odiosa colle tante che infestavano Roma, cloaca di tutte le immondezze[42]; Plinio giuniore non può crederli rei, eppure li punisce; Plinio maggiore, Plutarco, Quintiliano nè tampoco li nominano; nè la lunga storia di Dione Cassio, nè quasi la più ampia Storia Augusta; il satirico Luciano ne fa assurde celie; i dotti gli accusano di predicare a donne, fanciulli, schiavi, evitando di scontrarsi con pensatori.