Ma intanto la parola, soffocata o derisa, echeggiava da mille parti; e già penetrava nelle scuole, sostenuta con eloquenti scritture e incalzanti argomentazioni; nè più fu lecito alle persone colte ignorarla quando veniva a provocar l'esame e chiedere giustizia. Alcuni autori vi attingevano verità dapprima ignote, sicchè qualcosa di più puro ed elevato inserivano in libri di fondo pagano. Singolarmente in Seneca, fra tante debolezze e vanità, s'incontrano rudimenti di precetti e persino frasi, che accertano avesse cognizione de' libri cristiani, anzi alcuno disse amicizia con san Paolo[43]. Il suo non è più il Dio cieco ed impotente degli Stoici, ma uno incorporeo, indipendente, che è sua propria necessità, e che prima di far il mondo lo pensò[44]; abita in cuor dell'uomo virtuoso[45], vuol essere amato[46] perchè ci ama; noi siamo socj e membri suoi[47]: la maestà degli Dei è nulla senza la loro bontà: la Provvidenza governa il mondo, non da madre cieca, ma da padre prudente, laonde obbedire a Dio è libertà[48]: supremo bene è il possedere un'anima retta e una lucida intelligenza. Romano, egli seppe compassionar l'uomo esposto alle belve e agli stocchi dell'anfiteatro. — Voi dite, egli commise un delitto e merita morte. Sia; ma voi, qual delitto avete voi commesso per meritare d'essere spettatori del suo supplizio?»[49] Proclamò che «il divino spirito appartiene allo schiavo come al patrizio; schiavo, liberto, cavaliere, son parole inventate dalla vanità o dal dispregio; la virtù non esclude veruno; ognuno è nobile perchè discende da Dio. Non li chiamare schiavi, ma uomini, ma commensali, ma men nobili amici, ma consorti di schiavitù, giacchè la fortuna ha su noi i medesimi diritti come su loro. Quel che tu dici schiavo, viene dal ceppo stesso che tu. Consultalo, ammettilo a' tuoi colloquj, a' tuoi pasti; non voler essergli formidabile, e ti basti quel che basta a Dio, rispetto e amore»[50].
Per verità le azioni sue furono poco cristiane, ma certo egli migliorò sul fine di sua vita: le lettere a Lucilio tengono più del serio; nella sesta accenna ad un cambiamento avvenuto in lui, ad una trasfigurazione; gli manda libri dove ha segnato i passi più degni d'approvazione e ammirazione. Pure nelle lettere stesse colloca il saggio più in alto che Dio, esalta il suicidio, dubita dell'immortalità, e affatto da gentile fu la sua morte; onde possiam conchiudere con Erasmo: — Se si legga come pagano, scrisse cristianamente; se come cristiano, scrisse gentilesco».
Ma la sapienza, che in lui e in altri moralisti s'incontra a frammenti e tra contraddizioni, veniva insegnata nella sua pienezza dai santi Padri, e col carattere dell'universalità. Quella manifestazione di Dio rendeva inescusabile il paganesimo[51]; quella fede indomita a terrori e lusinghe, quelle virtù più che umane infondeano nel mondo uno spirito nuovo; sicchè la Chiesa, poc'anzi appena sperante, si estende trionfatrice, e s'accinge a riformare la società con nuovo sistema di credenze e di morale. Chè, sebbene il cristianesimo non tendesse a cambiar le relazioni e la condizione esterna dell'uomo, dichiarasse anzi non voler portare la mano all'edifizio della società, e rispettasse le grandi ingiustizie d'allora, la tirannide, la schiavitù, la guerra, pure sin da' primordj si mostrò fruttuosissimo al civile progresso. Non cambiando la società, bensì il modo d'apprezzarla; non togliendo i patimenti, ma trasformandoli in meriti; non mirando a riformare il popolo per mezzo dei governi, ma questi per mezzo di quello, migliorava la morale e gl'intelletti, incivilimento importantissimo giacchè intimamente connesso col civile. Ove dominavano l'anarchia, l'empietà, la dissolutezza, l'egoismo, eccolo sostituire un gerarchico ordinamento, la fede, la santità, l'amor generoso ed universale. Il potere, anche mentre restringe e comprime la spirituale società, ne prova il virtuoso ascendente: i giureconsulti, meditando sulla lettera tenace delle leggi, sentonsi da un'aura diversa lor malgrado ispirati: nella costituzione, ove tutto possono l'esercito e l'imperatore, appare un esempio delle due supreme garanzie della libertà, l'elezione e il dibattimento: si sciolgono gli uomini dalle leggi umane arbitrarie, per sottometterli alla legge razionale e divina[52].
Tali benefizj non furono allora intesi dai forti nè dai savj; e quelli, indispettiti e meravigliati del trovar gente che, contro il volere imperiale, sostenesse l'indipendenza delle proprie convinzioni, tolsero a perseguitarla, dapprima per antipatia, senz'ira, senza timore, fin senza fanatismo, per secondare il gusto che il popolo prendeva ai supplizj; poi per un deliberato proposito di sterminarla.
Sotto gli Antonini, che erano la stessa bontà, come dice il dabben Muratori; che erano i migliori de' principi e i migliori degli uomini, come dice il retorico Gibbon, non mancarono martiri. Pare che del loro tempo venisse a Roma Luciano, nativo di Samosata in Asia, il quale per l'universale ironia ben fu paragonato a Voltaire. Ricco di cognizioni, potente di stile, arguto di riso, fece una trista pittura de' costumi romani, poi volse in beffa tutto quanto si credeva e venerava, il potere come il sapere, le religioni come la filosofia; gli Dei perseguita con frizzi che doveano sconficcarli non meno dei ragionamenti, e attesta che nè gl'intelletti serj nè gli arguti più non vi prestavano fede o rispetto; e se ancora se ne frequentavano gli altari, più non era se non per convenienza sociale.
Marc'Aurelio fra tante virtù non ebbe quella di resistere ai filosofi che l'accannivano contro i Cristiani; e come rei di attentare alla religione dello Stato, e nutrire spiriti avversi alla pubblica cosa, li perseguitò o lasciolli perseguitare, finchè, dicono, il riferito miracolo della legione fulminante sospese le stragi. Risparmiata sotto Comodo e i successivi, si dilatò la credenza nostra. Se n'adombrò Settimio Severo sul finire del regno, e confondendoli cogl'irrequieti Ebrei, promulgò un editto contro i nuovi proseliti, ma che facilmente si estendeva anche agli altri, e massime a quelli che andavano a convertire: onde la persecuzione cominciata in Egitto, si propagò pel resto dell'impero.
È ingagliardita assai un'opinione quando la parte che può opprimerla a forza, sentesi tratta a combatterla con argomenti. Trasferita che fu la quistione nel campo della parola, i Cristiani poterono accettare quella battaglia, per la quale, più che per pacifiche comunicazioni, si propaga la verità. Adunque, mentre i martiri col sangue, altri coll'ingegno difesero la verità in una serie di apologie, dirette le più agl'imperatori onde distorli dalla persecuzione coll'esporre la morale e i dogmi cristiani. Le più rinomate sono quelle che san Giustino samaritano indirizzò ad Antonino e Lucio Vero, al senato e al popolo romano, poi a Marc'Aurelio, lagnandosi che, dove si tolleravano tante assurde religioni, soli i Cristiani venissero perseguitati, essi tanto meglio costumati che i Gentili, e che con orribili torture si estorcessero confessioni di colpe bugiarde.
Tertulliano cartaginese, il più eloquente padre in lingua latina, commentando l'accennata lettera di Trajano a Plinio[53], mostrava quale ingiustizia fosse il punirli pel solo nome, togliere ad essi la difesa e gli avvocati che a nessun reo si negano, nè appurare i delitti confessati, la qualità, il tempo, il modo, i complici. All'illegalità delle processure aggiunge la sconvenienza di castigare tante persone, e — Che farete delle migliaja d'uomini, di donne, d'ogni età e condizione, che presentano le braccia alle vostre catene? di quanti roghi, di quante spade non avrete bisogno? Ci si accusa di mangiar fanciulli. Come! bensì in Africa durò l'uso d'immolarne a Saturno, fin quando Tiberio non fece crocifiggere i sagrificatori agli alberi che ombreggiavano il tempio. Ma se l'uso pubblicamente è cessato, praticasi ancora in segreto: uomini si scannano a Mercurio dai Galli; sangue umano versasi in Roma stessa per onore di Giove; mentre noi Cristiani ci asteniamo perfino dal gustare qualunque sangue[54]. Ci calunniano di lesa maestà: ma sebbene i Cristiani non manifestino la devozione con giuramenti e bagordi, pregano il Dio vero acciocchè all'imperatore conceda lunga vita, regno riposato, sicurezza nei palazzi, valor nelle truppe, fedeltà nel senato, probità nel popolo, pace in tutto il mondo. Coloro che più profondono di tali testimonianze agl'imperatori, gli sono i meno fedeli e meglio disposti alla ribellione: al contrario i Cristiani perseguitati obbediscono; e quand'anche il popolo previene gli ordini supremi per ucciderli, e viola perfino i cadaveri, essi non pensano alla vendetta... Dilaga il Tevere? non dilaga il Nilo? difettasi d'acqua? trema la terra? gittasi una carestia, una peste? tosto si esclama, I Cristiani ai leoni. Simili sventure non venivano esse anche prima di Cristo? e sono effetti dello sdegno di Dio contro gli uomini colpevoli e ingrati. Intanto, quando il seccore fa temere di sterilità, voi sacrificate a Giove, frequentando i bagni, le osterie, i postriboli; noi cerchiamo placare il Cielo colla continenza, colla frugalità, con digiuni, col coprirci di sacco e di cenere; e ottenuta misericordia, ne diamo onore a Dio. Ma queste sciagure non ci scompongono, nè in questo mondo altro desiderio abbiamo che di partirne il più presto possibile».
Così la Chiesa dogmatizzava e disputava, soffriva e protestava; venerava i martiri, ma facea sentir le ragioni ai popoli ed agli imperatori.
Alla morte di Settimio Severo tanto s'erano assodati i Cristiani, che, mentre prima adunavansi in case private e di nascosto, poterono eriger chiese, comprare terreni in Roma, pubblicamente far le elezioni. Alessandro Severo gli ammise nella reggia come sacerdoti e come filosofi, e a vescovi e dottori concesse le sue grazie: ma quando Massimino succedutogli punì gli amici del predecessore, molti Cristiani andarono avvolti nel castigo, poi altri in occasione di un tremuoto.