L'imperatore Filippo li favorì tanto, che si credette ne avesse abbracciata la fede: ma sotto Decio, un fanatico poeta uscì in pubblico, deplorando l'abbandonata religione; il vulgo chiese fosse riparata col sangue degli empj; e i magistrati cercarono l'aura popolare col concederlo. Anche la peste, che in quel tempo devastava l'impero, aizzò la furia del popolo e la superstizione dei ministri ad isfogarsi sopra queste innocenti vittime, che rendevano il ricambio col profondere assistenza, preghiere, carità. Allora i principali vescovi furono morti od esigliati; per sedici mesi impedito al clero di Roma d'eleggere un successore all'ucciso papa Fabiano; i preti di questo messi in carcere; sistemata la persecuzione per via di decreti.

Valeriano al fine del regno, per istigazione del prefetto Macriano, egizio e dotto di magia, perseguitò nuovamente i Cristiani, tra i quali caddero illustri vittime, e Stefano e Sisto II papi. Gallieno sospese le persecuzioni; e quantunque alcune vittime cadessero sotto Aureliano, la Chiesa potè assumere quell'aspetto di legalità che il tempo conferisce.

È nella natura dell'uomo di lasciar illanguidire una credenza allorchè non contrastata, ravvivarla quando combattuta. I Pagani guardavano con indifferenza o spregio la loro religione; ma quando i Cristiani si presentarono a mostrarne la falsità e l'indecenza, per reazione vi si affezionarono; le dottrine o le pratiche che bastava conoscere per disapprovarle, dichiararono non essere che vulgari aggiunte, oppure simboli di arcana sapienza e di morale sublime. Si rinfrescò pertanto la venerazione alle antiche favole; e il dispetto di vederle malmenate dai nuovi settarj, insegnava mille arti di sostenerle. Allora dunque rinnovati più pomposi che mai i sagrifizj, introdotti di nuovi, proposte iniziazioni ed espiamenti, con cui supplire a ciò che la Chiesa prometteva col battesimo e colla confessione; poi si moltiplicarono miracoli, e profeti, e oracoli, e guarigioni ai sacrarj di Esculapio e d'Igia; e tanto se n'esaltò il fanatismo del popolo, che città e comuni a gara supplicavano gl'imperatori di adempire le antiche leggi, cioè sterminare i Cristiani.

Galerio e Diocleziano, abboccatisi dopo la guerra persiana affine di prendere un partito sopra un punto ormai divenuto capitale, da un'accolta di pochi primarj vennero persuasi di toglier via una setta, che formando uno Stato nello Stato, ne impacciava il movimento, e poteva minacciarne l'esistenza. Ed era vero che il cristianesimo cresciuto scomponeva l'unità così necessaria delle leggi e delle credenze; e chi volesse rintegrarla, trovavasi obbligato a questa scelta, o di rendere dominante la nuova religione, o di distruggerla. Di far il primo non ebbe senno o volontà Diocleziano; tentò il secondo, e professando voler abolire il nome cristiano, pubblicò la proscrizione generale: — In tutte le provincie si demoliscano le chiese; pena il capo a chi tenga conventicole segrete; si consegnino i libri santi per essere bruciati in forma solenne; i beni ecclesiastici venduti all'asta, o tratti al fisco, o donati a comunità e a cortigiani: quelli che ricusino omaggio agli Dei di Roma, se ingenui rimangano esclusi da onori e impieghi; se schiavi, dalla speranza di libertà; tutti sottratti alla protezione della legge: i giudici accolgano qualunque accusa contro i Cristiani, e nessun richiamo o discolpa».

Se non fosse attestato concordemente da tanti storici, appena si potrebbe credere pubblicato da nazione civile un decreto di sì tirannesca perversità, che avvolgeva tanta parte del mondo nella persecuzione, sbrigliando le private violenze e le frodi coll'interdire agii offesi di portarne querela, e l'uffizio del giudice riduceva non a librare l'accusa colle prove, ma a scoprire, perseguitare, cruciare chi fosse cristiano o un cristiano volesse salvare.

E la persecuzione di Diocleziano rimase famosissima[55], e la Chiesa d'Italia vi diede larga messe: in Roma Genesio commediante, Pancrazio di quattordici anni, Agnese di dodici, Sebastiano milanese, Marcello sacerdote, Pietro esorcista; a Benevento Gennaro vescovo, ingloriato dai Napoletani; a Bologna Agricola gentiluomo con Vitale suo schiavo; in Milano Nazaro, Celso, Naborre, Felice, Gervaso, Protaso; in Aquileja Canzio, Canziano e Canzianilla, di casa Anicia; — glorie nuove nel paese ove la gloria fin allora s'era dedotta dall'uccidere, non dal patire. Il diacono Cesario, venuto d'Africa a Terracina, vi fu testimonio dell'empio rito, per cui a certe solennità sagrificavasi un giovane ad Apollo gettandosi in mare; e levò la voce contro questo suicidio, onde meritò il martirio. Vuolsi che la legione Tebea negasse idoleggiare, e agli ordini imperiali rispondesse: — Noi siamo soldati dell'imperatore; da lui riceviamo la paga, ma da Dio la vita. Dobbiamo versar questa contro il nemico? sì il faremo: abbiam l'armi alla mano, ma non opponiamo resistenza, e preferiamo morire incolpevoli che uccidere gl'innocenti». Distinzione ignota ai soldati antichi, e per la quale furono trucidati a San Maurizio del Vallese[56].

Gli editti di Diocleziano furono dai successori suoi modificati secondo l'indole loro o le circostanze; chè ormai la quistione non era più religiosa ma politica, e gl'imperatori ai Cristiani recavano pace o guerra, per calpestare o alzar una fazione, già preponderante nella fortuna dell'impero. Galerio, forse dalla malattia richiamato a sentimenti migliori, in nome proprio e di Costantino e Licinio, pubblicò un editto ove, asserendo «d'avere adoperato a ristabilire l'antica disciplina romana, e fare che si ravvedessero i Cristiani, i quali, presuntuosamente disprezzando la pratica dell'antichità, abbandonarono la religione dei padri; e avendone molti fatti patire e perire, vedendoli però ostinarsi a non rendere il culto debito agli Dei», permette che professino liberamente le private opinioni, e uniscansi nelle loro conventicole, purchè serbino rispetto alle leggi e al governo stabilito.

L'opinione dianzi perseguitata, era ancor vilipesa, ma tollerata; onde i confessori vennero schiusi dagli ergastoli e dalle miniere, gli apostati tornavano a penitenza, i raminghi rivedevano le dolci case, e nella pubblica professione della fede e del culto loro ricantavano il Dio forte, il quale può dai sassi suscitare figliuoli d'Abramo.

Costantino doveva meritare il cognome di grande da chiunque sa far merito a un principe di accettare le novità, mal fin allora combattute: che se gli emuli suoi chiedevano il favor popolare col secondare i Gentili, egli pensò appoggiarsi sui Cristiani, men numerosi ma pieni di gioventù e della forza di chi viene a riformare, talchè poteasi prevedere come nel loro movimento trascinerebbero l'inerzia pagana, e resterebbero in piedi quando il gentilesimo andava a fasci.

Allora la santa letizia della libertà si diffuse in tutto l'impero; dalle squallide catacombe sbucavano i sacerdoti a celebrare alla faccia del mondo i riti della nuova alleanza; i vescovi solennizzavano memorie di martiri, o dedicavano chiese; i letterati pubblicavano virtù fin allora dissimulate; i fedeli, riconoscendosi fra loro, s'abbracciavano, saldando la fratellanza colla cena della perpetua commemorazione.