Se non che al paganesimo rimanevano sostegno i sacerdoti, l'aristocrazia, i corpi municipali che spesso aveano provocato gl'imperatori alla persecuzione, i tanti magistrati e capitani. A Roma, per memoria degli antichi auspizj e per lunga sequela di sacerdozj, erano affezionate le persone di grado, e per consenso i liberti e gli schiavi; essa veniva considerata come splendido centro della religione; i riti, i giuochi, più che trastullo, v'erano l'occupazione e il nutrimento del vulgo; d'ogni parte vi conveniva il fiore della gioventù, che in quella sentina di tutte le superstizioni, come san Girolamo la chiamava, bevea l'odio del nome cristiano ne' tempj, nei teatri, nelle scuole. Era dunque assai che l'imperatore alla nuova religione concedesse libertà pari all'antica, senza avventurarsi di colpo ad un cambiamento che avrebbe sovvertito lo Stato[57]: onde prepararvi gli animi, negligentò alcuni riti nazionali; non celebrò i giuochi secolari nel 314; i Capitolini, cui avrebbe egli dovuto presentarsi cinto dai pontefici e dal senato, a capo dell'esercito, non impedì, ma volse in derisione[58].

Eppure doveano inorridire i Romani rugginosi nel vedere il successore d'Augusto mettere a pari col pagano il culto pur dianzi proscritto; esimere i sacerdoti di questo dalle funzioni municipali, come quei del gentilesimo; proibire che la domenica si lavorasse, o che i giudici e i corpi dello Stato s'occupassero di verun affare, salvo che dell'emancipazione de' figli o degli schiavi. Ma Costantino non vi facea mente: e allorchè si trovò senza colleghi nè emuli, proscrisse i giuochi gladiatorj, le feste scandalose; chiuse tempj, tolse alle Vestali e ai sacerdoti profani i privilegi, concedendoli invece al clero e ai vescovi, alle cui sentenze diede forza quanto alle sue medesime, sminuendo in tal modo l'autorità de' magistrati secolari; largheggiò di beni e di denaro colle chiese[59]; sedeva ne' concilj, disputava di teologia, metteva sugli edifizj pubblici la croce, alzava il làbaro alla testa degli eserciti, e nel campo una cappella uffiziata da Cristiani.

Ma non che indicesse guerra al paganesimo, conservava, come i suoi predecessori, il titolo di sommo pontefice, e in tale qualità fece decreti religiosi con titoli idolatrici; con immagini di numi si lasciò scolpire sulle medaglie; poi quando morì, sagrifizj gli furono fatti all'antica, ascrivendolo fra gli Dei. Tanto i Gentili erano lontani dal credere ch'egli avesse soppiantato il culto nazionale, e dal prevedere che non tarda il trionfo della verità, posta che sia a pari armi coll'errore.

CAPITOLO XLVII. Traslazione della sede imperiale a Costantinopoli. Costituzione del Basso Impero.

Chi conosce quanta potenza sia inerente alla vista dei luoghi, intenderà gli ostacoli che in Roma dovea trovar Costantino alla sua deliberazione d'impiantare la nuova politica sopra una religione nuova. Unico centro non aveva il politeismo, che, neppure col concedere a tutti gli Dei l'ospitalità, caratteristica degl'istituti romani, giunse mai all'unità: pure Roma, cominciando dal suo fondatore, racchiudeva una serie di tradizioni gentilesche, colle quali andavano connesse le sue vittorie, l'orgoglio de' suoi bei giorni; e sarebbesi detto che Giove dalla rupe Capitolina minacciasse chiunque ne violava gli altari, benchè fosse disposto a dividerne gli onori con qualsifosse dio nuovo o rinnovato, da qualsifosse parte del mondo giungesse a Roma col suo bagaglio di superstizioni. Fra le quali come poteva il buon seme attecchire?

Ogni atto pubblico poi, giusta l'origine sacerdotale del governo patrizio, era consacrato da cerimonie; e Costantino si stomacò de' riti profani: popolo e patrizj si scandolezzarono o indispettirono di vederlo vilipendere ciò che, non più per convinzione, ma per legalità era sacro; ed egli, non che sbigottire, deliberò staccarsi da cotesta genìa dirazzata e pretensiva. Il senato professava ancora che il governo del mondo fosse privilegio d'una stirpe; laonde l'abbattere le case senatorie, che parve il solo proposito comune a tutti gli imperatori, venne ancor meno da frenesia di sangue che da gelosia di dominio e da bisogno di rifornire l'erario colle pinguissime loro fortune. Di tal passo rimase annichilata l'antica razza conquistatrice, a segno che, sotto Gallieno, credeasi che delle famiglie patrizie unica la Calfurnia sussistesse. Coll'accomunato diritto di cittadinanza erasi surrogata una gente nuova; gl'imperatori da eunuchi e da liberti sceglievano i confidenti ed i ministri, i quali costituivano nuove famiglie, ricche e potenti: equavasi il diritto a vantaggio della plebe e fin degli schiavi.

Ma anche scomparsi i discendenti degli Scipioni e degli Emilj, la ricordanza d'altri tempi sopraviveva: il Romano, dovunque si volgesse, incontrava d'altra natura memorie sull'Aventino, al Foro, in Campidoglio, il sangue di Virginia, l'ombra de' Gracchi, il cipiglio di Catone, il pugnale di Bruto; nel suo orgoglio arricciavasi dinanzi a imperadori, stranieri alle gloriose sue rimembranze, impostigli dall'esercito, e che stavano fuor di Roma gran tempo e fin tutta la vita.

Sintanto che gli augusti risedevano nella metropoli, il popolo credeva serbare ancora un residuo d'autorità quando sotto alle finestre del palazzo o nel teatro, coll'applauso o col sibilo, approvava o disdiceva un fatto, una legge; quando li vedeva accattare il suo favore con largizioni, con giuochi. Ma le condiscendenze che gl'imperatori doveano alla maestà del senato e alla famigliarità del popolo, repugnavano ai nuovi ordinamenti, e a chi erasi abituato alla docile obbedienza delle legioni e dei provinciali. Se ne emancipò Diocleziano piantando altrove la residenza, e convertì la tenda militare in una corte di despoto orientale, sopra l'elmo collocando il diadema: fra i sudditi e l'imperante fu scavato l'abisso da che a questo più non accadea bisogno di cattivarsi la plebe, nè venerare il senato, nè rispettare le patrie costumanze, ma gli bastava abbagliare col fasto, imporre colla forza.

Alle provincie, avvezze a servire, non costava nulla il piegarsi alla nuova politica, tanto più che ridondava tutta in loro vantaggio: laonde Costantino stabilì rompere interamente col passato, mutando la sede dell'impero in luogo che non avesse memorie da rinfacciare, riti da adempiere, tombe da riverire. E scelse Bisanzio, che, sul limite dell'Europa e dell'Asia, univa alla salubrità e all'incomparabile bellezza l'opportunità di tener occhio sì agli irrompenti Settentrionali, sì ai minacciosi Persiani. Rifabbricò dunque essa città, intitolandola Costantinopoli (329), vi improvvisò edifizj e vi trasferì la Corte[60]: la nuova capitale, per riverenza all'antica, fu intitolata colonia e prima e prediletta figlia di Roma; e a' suoi cittadini partecipato il diritto italico.

Ma il tempo ha un'irresistibile efficacia a fare divenir vere le cose e repudiar le finzioni: e la nostra Roma, sebbene conservasse il primato nominale, non fu più la metropoli del mondo; dietro all'imperatore migrarono magistrati, cortigiani e la folla di coloro che voleano vivere di largizioni, o vendere l'adulazione, o sfoggiar l'opulenza, od esercitare le arti del lusso; tornarono verso Levante tanti capi d'arte, che alla Grecia e all'Asia erano stati usurpati in dieci secoli di vittorie.