Fu questa la terza trasformazione del potere di Roma; e qui noi ci baderemo a dar conto dell'amministrazione civile e militare, cominciata da Diocleziano, migliorata da Costantino, compita da' suoi successori, e che durò per tutto quel che dicono Basso Impero.

Per tre secoli l'imperatore non era stato che comandante all'esercito, nè l'autorità amministrativa esercitava altrimenti che arrogandosi le varie magistrature con militare usurpazione. Augusto, fondato il despotismo unicamente sulle armi e sulle finanze, avviava alla monarchia collo spossare la democrazia: dal che derivò un potere assoluto e precario, conturbato da frequenti rivoluzioni, causate non più dalla plebe ma dalla soldatesca.

Alla sfrenatezza militare bisognava un rimedio, e lo applicò Diocleziano coll'introdurre un'amministrazione che tutto facesse dipendere da una volontà, da un impulso, da un sentimento; i poteri, dianzi confusi e indeterminati, divenissero distinti e precisi; la suddivisione di provincie, d'eserciti, di funzioni tenesse gli uni subordinati agli altri, e tutti all'imperatore, causando il pericolo di soverchio ingrandimento e di subitanee usurpazioni.

Scorgendo quale appoggio sia al trono l'aristocrazia, Costantino all'antica ne surrogò una che non avesse diritti e memorie da tutelare, ma dall'imperatore traesse e su lui riflettesse il proprio splendore. Fu essa disposta in quattro ordini, i chiarissimi, i rispettabili, gl'illustri, i perfettissimi, oltre i nobilissimi membri della famiglia imperiale. Titolo di Chiarissimi competeva ai senatori; a quelli tra essi che sortivansi a governare una provincia, e a chi per grado od uffizio si elevasse sopra gli altri, toccava del Rispettabile: Illustri erano i consoli e patrizj, i prefetti al pretorio di Roma e di Costantinopoli, i generali, i sette uffiziali del palazzo: dietro a questi venivano i Perfettissimi. Mentre prima il Romano volgeva la parola direttamente anche al capo dello Stato, allora più non parlò che alla sua maestà; i magistrati primarj chiamava serenità, eccellenza, eminenza, gravità, sublime ed ammirabile grandezza, illustre e magnifica altezza; e l'usurpare un titolo indebito, anche per ignoranza, dichiaravasi sacrilegio[61].

Le porzioni di sovranità, che tradizionalmente conservavano il popolo e le magistrature curuli, cessarono, rimanendo unico padrone e signor delle cose l'imperatore, unica fonte all'autorità de' magistrati[62]. Il senato, «consiglio sempiterno della repubblica dei popoli, delle nazioni e dei re» (Cicerone), era soccombuto ai colpi replicati degl'imperatori e alle proprie bassezze; e l'assemblea, che a Cinea era sembrata un'accolta di re, allora spendeva lunghe adunanze in recitare codardi vituperj agl'imperatori caduti, o codarde apoteosi ai nuovi innalzati, e registrava ne' suoi atti quante volte fossero stati ripetuti i viva e i riviva[63]. Se i primi imperatori offrivano al senato in lettere o libelli od orazioni il loro desiderio, che dal consenso di esso acquistava forza di legge; i susseguenti fecero di per sè editti, rescritti, costituzioni, le quali a metà del III secolo aveano già vigor di legge; e i padri coscritti trovaronsi ristretti a formolare in senatoconsulti le proposizioni fatte dall'imperatore in materie legali, a riconoscere il nuovo augusto, e morto decretargli altari o patibolo. Conservassero pure il laticlavo, i calzari neri colla mezza luna d'argento, il posto distinto agli spettacoli, la direzione d'alcune minuzie; ma ogni ingerenza nel reggimento dell'impero, nella cura dell'erario, nel governo delle provincie fu tolta loro da Diocleziano. Infine non furono più che un consiglio municipale, di giurisdizione circoscritta quasi alle mura della città, sicchè appena si trovava chi desiderasse appartenervi. Per ciò, e per secondare lo spirito monarchico, quella dignità venne, almeno in parte, ridotta ereditaria[64].

I consoli non più dal popolo e dal senato, ma erano eletti dal principe per propria autorità[65]. Inaugurati erano là dove sedeva l'imperatore: il primo gennajo, vestiti di porpora ricamata a seta ed oro, con ricche gemme e col corteo dei primarj uffiziali di toga e di spada, preceduti dai littori, andavano con gran maniere di letizia al fôro, ove seduti sul tribunale d'avorio, esercitavano atto di giurisdizione col manomettere uno schiavo; davano le feste che soleansi in Roma; i nomi e le effigie loro su tavolette d'avorio si spargeano in dono al popolo, alle città, alle provincie, ai magistrati. A ciò, e a dar nome all'anno riducevasi l'uffizio dei consoli, vigliaccamente esultanti d'ottenere un onore senza peso[66].

Il titolo di patrizio fu concesso a vita da Costantino ad alcuni personaggi, appena inferiori ai consoli, e detti padri adottivi dell'imperatore e della repubblica.

I prefetti al pretorio da Severo a Diocleziano erano primi ministri dell'impero nell'amministrazione civile e militare: ma fiaccati, poi tolti via i pretoriani, si trasformarono in magistrati civili. Erano quattro, uno per l'Oriente, uno per l'Illirico, uno per le Gallie, uno per l'Italia, al qual ultimo spettavano pure la Rezia fin al Danubio, le isole del Mediterraneo, la provincia africana. Ammiano Marcellino, storico di quel tempo, non esita a chiamarli imperatori di minor grado, giacchè competeva ad essi l'amministrare le finanze e la giustizia, il regolar la moneta, le strade, i granaj, il traffico e quanto ha tratto alla pubblica prosperità; spiegare, estendere, talvolta anche modificare gli editti generali; vigilare sui governanti delle provincie, decidere supremamente delle cause di maggior rilievo.

Da essi rimanevano dissoggette Roma e Costantinopoli, dipendendo da un prefetto ciascuna. Quel di Roma, istituzione d'Augusto, era assistito da quindici uffiziali nel soprantendere alla sicurezza, abbondanza e polizia della città, uno dei quali specialmente aveva in cura le statue. Il prefetto trasse ben presto a sè le cause già attribuite ai pretori; poi occupò nel senato il posto de' consoli, come presidente ordinario; a lui si recavano gli appelli da cento miglia in giro; da esso dipendeva l'autorità municipale.

Pel governo civile l'impero fu distribuito in tredici diocesi, le quali poi suddivideansi in centosedici provincie; tre governate da proconsoli, trentasette da consolari, cinque da correttori, settantuna da presidi.