Quanto è specialmente dell'Italia, i successori d'Augusto s'erano avvisati che il miglior mezzo a consolidare la loro tirannide fosse il mozzar man mano i diritti alla penisola, nido dell'antica libertà municipale privilegiata. Comodo estese a tutto il mondo ciò che era stato speciale di Roma, poi dell'Italia: pure la penisola era rimasta esente dal tributo. Ma quando Diocleziano la concesse al collega Massimiano, non essendo più alimentata dalle contribuzioni altrui, dovette sottoporsi ai pesi medesimi delle provincie, e più mai non ne fu alleviata.

Col fondere Osci, Sabelli, Latini nella nazionalità romana si era dato forza e vitalità allo Stato: ma sette secoli vi vollero perchè l'Italia divenisse nazione, e solo col sistema di Costantino quel nome espresse un'unità politica, anzi più propriamente significò le contrade superiori, l'antica Gallia Cisalpina, i paesi una volta abitati da Veneti, Liguri, Insubri.

Dal prefetto di Roma dipendeano dieci provincie, chiamate suburbicarie: Campania, Etruria ed Umbria, Piceno suburbicario, Sicilia, Apulia, Calabria, Lucania e Bruzio, Sannio, Sardegna e Corsica, Valeria. Dal suo vicario, la Liguria, l'Emilia, il Piceno annonario e la Venezia, dette provincie d'Italia, cui furono poi unite l'Istria, le alpi Cozie, le due Rezie. In appresso la prefettura d'Italia venne divisa in due diocesi, d'Italia e d'Africa. Nella diocesi d'Italia, l'Emilia fra il Po e l'Appennino, la Liguria, la Venezia, il Piceno, la Flaminia tra Modena e Rimini col litorale dell'antica Umbria, la Campania, l'Etruria, la Sicilia erano governate da un consolare; da correttori l'Etruria, l'Apulia, la Calabria, la Lucania, il Bruzio; da presidi il Sannio, la Valeria, le alpi Marittime, Pennine e Graje, le due Rezie, la Sardegna, la Corsica.

Proconsoli, correttori, presidi, erano varj d'attribuzioni; tutti però amministravano e la giustizia e le finanze in dipendenza dai prefetti, e per quanto al principe piacesse; infliggevano pene fin capitali; il mitigarle era serbato ai prefetti, come pure il condannare all'esiglio. Ponevasi attenzione che nessuno fosse natìo del paese che governava, nè vi contraesse parentele, o comprasse schiavi e terre, volendo con ciò ovviare gli abusi e le corruzioni; pure Costantino medesimo, poi i successivi imperatori non rifinano di querelarsi che tutto si venda da essi o da' loro ministri[67].

Ciascuna provincia formava un corpo politico, rappresentato dall'assemblea generale, che una volta l'anno o per occasioni straordinarie, concedente il prefetto del pretorio, radunavasi nel capoluogo, intervenendovi gli onorati, i curiali e possessori liberi. Questa dieta provinciale potea far decreti, spedire messi al principe, anche malgrado del vicario, del preside o del prefetto al pretorio[68].

Si trasformano dunque i magistrati all'antica in impiegati alla moderna, gli uffiziali della patria in servitori del principe. Sotto i re, essi magistrati rimanevano sottoposti al capo dello Stato: nella repubblica, ciascuno aveva un'autorità sovrana entro la sfera d'attività a lui competente, e poteva fare opposizione al collega o ai funzionarj inferiori, sempre esposto ad una responsalità reale e terribile: or eccoli connessi in un'assoluta gerarchia. Nella repubblica, ed anche sotto i primi imperatori, le insegne della dignità accompagnavano il magistrato soltanto in uffizio; fuor di quello, console, pretore, imperatore non avevano altro corteggio o servitù che i liberti, i clienti, gli schiavi proprj: ma cogli innovamenti di Diocleziano, il palazzo, la tavola, lo sfarzo, il numeroso codazzo posero immensurabile distanza fra il monarca ed i sudditi.

Già prima il titolo di onorato distingueva chi avesse sostenuta alcuna dignità nell'impero, o cui il principe avesse concesso trionfi od onorificenze: al perdersi delle altre distinzioni, tutti ambirono questa, e l'imperatore la largì a chiunque prestasse alcun servizio alla sua persona; merito più rilevante che il giovare allo Stato. Pertanto gli uffizj dapprima affidati a schiavi, il tagliare avanti, il servire alla coppa, fin le prestazioni sordide, erano ambite da gran signori, non tanto per gli stipendj, quanto per le esenzioni ond'erano privilegiate; perocchè gli Onorati restavano ascritti al senato senza subirne i pesi, e dopo servito dieci o quindici anni, andavano sciolti da ogni vincolo che per nascita li legasse alla curia o ad alcuna corporazione. Per codicilli onorarj poi si concedevano talvolta i titoli a persone che mai non avevano servito, nè tampoco veduto il principe, tanto per godere l'esenzione, od almeno usar le insegne della nominale dignità.

A fianco dell'imperatore stavano sette uffiziali, consiglieri privati, e custodi della persona, della casa, del tesoro. Un eunuco, gran ciambellano (præfectus sacri cubiculi), mai non distaccavasi dal principe, fosse agli affari o alle ricreazioni, prestandogli i più umili servigi, e avendo così mille occasioni d'insinuarsegli nelle grazie e di regolarne i favori. Da quello dipendevano i Conti della mensa e della guardaroba. Il maestro degli uffizj, ministro di Stato, dirigeva gli affari pubblici, e nessun richiamo di suddito giungeva al principe se non attraverso a quattro uffizj, uno dei quali riceveva i memoriali, l'altro le lettere, il terzo le domande, il quarto la corrispondenza varia. Davano spaccio agli esibiti cenquarantotto segretarj, per lo più legali, e preseduti da quattro maestri.

Al maestro degli uffizj sottostavano alcune centinaja di messaggeri, che, col favore delle buone strade e delle poste, dalla capitale fin alle provincie estreme recavano gli editti, le vittorie degl'imperatori, il nome de' consoli; e che acquistarono importanza col riferire quanto raccogliessero sulle condizioni del paese e sui portamenti de' magistrati e de' cittadini. Crebbero costoro fin a diecimila, a proporzione della debolezza della corte o del timore di ribellioni; e divennero gravosi al popolo pel modo con cui esigevano il servizio delle poste, e perchè favorivano o perseguitavano (stile dei delatori) chi sapeva o no tenerseli amici.

Divenuta imperiale la podestà, tolta l'aristocrazia delle famiglie, accomunata la cittadinanza, cambiasi pure la procedura giudiziale: non occorrono più magistrati patrizj che dicano il diritto; senatori, cavalieri, plebe non lottano più per essere ammessi nella lista de' giudici; non più le decurie sono annualmente elette nel fôro ed esposte al pubblico: nè il cliente sceglie il magistrato, nè i cittadini il giudice sopra la lista annuale. La giustizia emana dal trono: il rettore di ciascuna provincia o il vicario suo; il prefetto del pretorio in appello come rappresentante dell'imperatore; l'imperatore stesso per supremo ricorso, costituiscono l'alto organamento giudiziario: l'inferiore i magistrati locali di ciascuna città con giurisdizione limitata: alcuni agenti speciali per le cause fiscali: una distinta giurisdizione militare, e la ecclesiastica de' vescovi. Più non sono separati lo jus dal judicium; più non si sceglie il giudice, e si redige la formola a ciascuna causa. L'attore cita il reo davanti l'autorità competente, mediante un atto; il magistrato gliene fa l'intimazione per mezzo d'un usciere, giudica la causa e nel fatto e nel diritto. Questa procedura, in origine introdotta come straordinaria, allora divenne generale.