Nè meno della capitazione gravava la collazione lustrale, che ogni quinto anno esigevasi dai trafficanti. — Il tempo in cui essa matura (dicea Libanio davanti ad un imperatore), cresce il numero degli schiavi; e dai padri vendonsi i figli, non per riporne il prezzo, ma per darlo agli esattori». E Zosimo: — Quando torna il tempo della collazione lustrale, allora pianti e guaj per tutta la città; vedesi con battiture ed altri strazj tormentar chi per povertà non può sborsare la tassa; madri vendono i figliuoli, padri menano le figlie al postribolo per procacciarsi di che soddisfare l'esattore»[71]. Costantino proibì quelle torture, surrogandovi una cortese prigionia: gli eredi dovevano spegnere il debito del defunto al fisco, o abbandonare l'eredità.
I contribuenti erano inoltre tenuti a molte prestazioni personali, come cuocere il pane, la calcina, trasportare i generi ai magazzini o all'esercito, servire di cavalli le poste. I senatori e gli ottimati delle provincie pagavano un tributo speciale (follis) sulle loro sostanze, e una tassa qualora venissero promossi ad una carica[72]. I donativi spontanei che davano le città a trionfanti o a benemeriti, per lo più in corone d'oro, ben presto furono tenuti come un dovere verso il principe quando salisse al trono, menasse moglie, avesse figliuoli, guidasse trionfi. I senatori a quest'oro coronario surrogavano un'offerta di mille seicento libbre d'oro[73].
Sull'entrata, l'uscita, il transito, il consumo pesavano gabelle: fors'anche pagavano le merci nel passare da una all'altra diocesi, poichè dell'entrate di ciascuna assumevano l'appalto distinte società di pubblicani. Era speciale dell'Italia il dazio di consumo della vigesimaquinta e della centesima, che oggi diremmo del quattro e dell'uno per cento. Poi si pagava su quanto si portasse in viaggio, poi per mantenere le vie; sicchè dappertutto erano guardie e stradieri, le cui concussioni mal potevano esser frenate dal minaccioso rigore delle leggi.
Le arti tiranniche degli esattori ci sono legalmente attestate dall'imperatore Valentiniano. — Appena l'esattore giunge nella sbigottita provincia, circondato da fabbri di calunnie, inorgoglisce dei sontuosi ossequj, chiede l'appoggio delle autorità provinciali, talora aggiunge a sè anche le scuole, acciocchè, moltiplicato il numero degli uomini e degli uffizj, il terrore estorca quanto piaccia all'avidità. Comincia egli dall'addurre e svolgere terribili comandi sopra molteplici decreti; presenta caligini di minute supputazioni, confuse con inesplicabile oscurità, che, fra gli uomini ignari delle tranellerie, più fanno effetto quanto meno possono intendersi. Domanda le quietanze distrutte dal tempo, non conservate dalla semplicità e fiducia dello sdebitato: e se perirono, coglie occasione di predare; se vi sono, bisogna pagare acciocchè valgano: talchè presso quel malvagio arbitro la carta perita nuoce, la conservata non giova. Da ciò innumerevoli guaj, dura prigionia, crudele tortura e tutti i martorj preparati dall'esattore ostinato nelle crudeltà. Il palatino, complice de' furti, esorta; incalzano i turbolenti uscieri; sovrasta la spietata esecuzione militare: nè questa ribalderia, usata su cittadini come su nemici, termina per giustizia di prove o per compassione»[74].
Le passate turbolenze e i tanti usurpatori aveano chiarito come fosse pericoloso l'unire ne' governatori delle provincie la giustizia e l'amministrazione col comando militare; laonde Costantino li separò. La suprema ispezione sugli eserciti fu commessa ad un maestro generale per la fanteria, uno per la cavalleria: poi n'ebbe uno a ciascuna delle frontiere più minacciate, sul Reno, sull'alto e basso Danubio, sull'Eufrate: in fine diventarono otto. Sotto di essi erano disposti trentacinque duci, distinti tutti col cingolo d'oro; a dieci era concesso il titolo di comiti, ossia compagni più onorevoli; ed oltre il soldo, ricevevano onde mantenere cennovanta servi e cencinquantotto cavalli. Essi non doveano brigarsi dell'amministrazione civile, nè i magistrati del loro comando: il che assicurò la quiete interna, togliendo il despotismo militare, unico ed infelicissimo avanzo della democrazia.
La milizia fu ridotta ad una specie di tributo, giacchè i senatori, gli Onorati, i sacerdoti del gentilesimo, e i principali decurioni furono obbligati somministrare un prefisso numero di soldati, o in cambio trenta o trentasei soldi d'oro per uomo. Tale somma attesta quanto fossero scarsi i volontarj; e malgrado le grosse paghe e i ripetuti donativi, la milizia era aborrita tanto, che molti per sottrarsene si mozzavano le dita; e quantunque fosse appiccinita la misura pei coscritti, e s'ammettessero anche schiavi, pure, se vollero empiere le file, gl'imperatori dovettero concedere terre immuni e inalienabili ai veterani, col patto feudale che i loro figliuoli, giunti a età virile, dessero il nome all'esercito, se no perdessero l'onore, il fondo ed anche la vita[75].
Le ripetute severissime minaccie non rattenevano dal disertare ai Barbari, o favorirne le correrie; nè dal soperchiare i sudditi, mandando i cavalli a pascolo sull'altrui fondo, o mescolandosi d'affari civili; nè induceano i veterani ad occuparsi nel mercimonio o coltivare le terre concesse. Si dovette anche ricorrere ad ausiliarj stranieri, arrolando Goti e Alemanni, e sollevandoli ai gradi della milizia, donde ai civili, e perfino al consolato: lo che sempre più sviliva le magistrature curuli.
La legione fu ridotta da seimila a mille o millecinquecento guerrieri, separandone, come pare, la cavalleria; il che, se scemò la robustezza, crebbe la mobilità, assomigliandola ai reggimenti nostri. Centrentadue legioni allora componeano l'esercito romano; e sembra fra tutto si armassero seicentoquarantacinquemila uomini, sullo spazio stesso dove in piena quiete ora ne stanno in armi più di due milioni. Li dicono necessarj alla pace!
La guardia del principe era fatta da tremilacinquecento domestici[76], distribuiti in sette scuole, e comandati da due conti. Splendidamente divisati con armi d'oro e d'argento, fra essi cernivansi due compagnie di cavalli e fanti, detti dei protettori. Facevano la scolta negli appartamenti interni; andavano nelle provincie quando abbisognasse dar pronta e vigorosa esecuzione agli ordini imperiali; e l'esser messo fra questi era la più elevata speranza del guerriero.
I sudditi liberi dell'impero si dividevano in tre classi: abitanti delle due metropoli, abitanti delle città provinciali, e campagnuoli. I primi, sebbene assoggettati alle medesime imposizioni, erano però vantaggiati da privilegi, e dalle distribuzioni del grano, spedito per obbligo dalle provincie, a cura d'un preside particolare (præfectus annonæ).