Gli aggregati doveano assicurarsi protezione coll'eleggersi un patrono: acquistavano il privilegio d'esercitare quell'arte, ad esclusione d'ogni altro; aveano sindaco, statuti, possedimenti; erano immuni da prestazioni di corpo, e fin dal militare nelle legioni, ma dovevano allo Stato certi servigi. Così ai fabbri in Roma incombeva di spegnere gl'incendj; lungo i fiumi alcuni navicularj erano tenuti a trasportar le derrate degli eserciti; i bastagarj a carreggiare le annone del fisco, e via discorrete. Pertanto consideravansi come legati al territorio della città, coi figli e cogli averi; lo scostarsene pareggiavasi a diserzione, e venivano rinviati; nè agli obblighi poteano sottrarsi neppure per rescritto imperiale, eccetto se entrassero soldati o cherici[88]. Di questa servitù si valsero gl'imperatori a sevizie fiscali, e tennero le maestranze in solido responsabili delle tasse; quando non trovassero denaro altrove, gettavansi sopra di esse con tale oppressura, che molti se ne sottraevano fino col rendersi servi della gleba.

Grave crollo all'industria diedero gl'imperatori col fabbricare per economia checchè occorresse al servizio proprio, alle distribuzioni pei cortigiani e ministri, agli eserciti, infine anche per farne traffico: intempestiva reminiscenza dell'antica costituzione domestica, quando ogni padrefamiglia teneva in casa servi per tutte le manifatture occorrenti. Alessandro Severo faceva tessere e tignere porpora, e la più fina e lucente mandava sul mercato[89]: Costantino vendeva vesti, lino, pelliccie per conto del fisco: Costanzo II avea telaj di lana, seta, lino. Errore grossolano d'economia, del quale fu conseguenza l'avere Valentiniano proibito a qualunque privato di fabbricar seterie, o tessere ori od altre stoffe; Graziano e Teodosio multano di morte e confisca chi tignesse o vendesse porpora, o comprasse seta dai Barbari, serbandosene il monopolio l'imperatore, dal quale pure i soldati doveano comprar le vesti[90]. Davano opera a tali manifatture innumerevoli schiavi, obbligativi in perpetuo coi figli loro acciocchè non portassero fuori l'arte.

Gli armajuoli erano liberi di condizione; ma ascritti una volta al collegio, doveano per un certo numero d'anni rimanervi coi figli, marchiati al braccio ond'essere riconosciuti. Internamente le armi si vendeano alla libera, ma era vietato asportarle. Fabbricavansi (per dir solo dell'Italia) freccie a Concordia, scudi a Verona e Cremona, corazze a Mantova, archi a Pavia, spade a Lucca: ad Aquileja, Milano, Ravenna, Roma, Canusio, Venosa lavoravansi stoffe di lana e seta per uso particolare degl'imperatori, divise militari, vele e sartiame per le navi: Taranto e Siracusa aveano tintorie; zecca Aquileja e Roma.

Al fisco furono tratte anche le miniere, le saline, le cave di gesso, di coti, di marmi, e perfino delle pietre; ed affittavansi a privati. Vi lavoravano o condannati, o schiavi coi loro figliuoli: schiavi erano i monetieri. Tante opere affidate a schiavi, che non costavano se non il mantenimento, diminuivano i modi di guadagnare alla libera popolazione, offrendo le manifatture ad un prezzo cui non poteano i privati.

Il commercio non fioriva meglio che nell'età precedente; e se le leggi il tolsero in cura, fu con meschini ed avari accorgimenti. Allorchè i Barbari si avvicinarono, e preser gusto alle delicature della civiltà, i Romani avrebbero potuto, collo stabilire mercati sulle frontiere, ricuperare in parte l'oro che quelli rapivano o ricevevano in tributi e soldi. Ma temendo di allettarli colla mostra delle ricchezze, fu limitato quel traffico, e interdetto, pena la confisca e l'esiglio, il vendere ai Barbari nè ai loro ambasciadori non solo le armi, ma sino il ferro greggio o lavorato, nè le coti, o l'insegnare a costruir navi nè somministrarne il legname, anzi fin il dare vino, olio, caviale, sale: poi il timore fece escludere gelosamente i mercadanti persiani e barbari, salvo alcune città determinate[91].

Se pensate che a Roma era chiusa la principale sorgente di sue ricchezze, la conquista, comprenderete come ella doveva impoverire. I metalli fini eransi cumulati in poche mani, e resi sterili nel lusso de' giojelli, delle dorature, de' vasi; le miniere di Spagna e di Grecia erano esauste, ossia entrate nel terreno duro, che esige tempo e forza soverchia; dall'Egitto e dalla Libia conveniva trarre tutto il grano, il quale si paga a contanti: onde la mancanza di numerario fu uno degli sconci più sentiti in quell'estremo, non bastando a pagare gli eserciti, a incoraggiare l'agricoltura, a dar capitali all'industria e agevolezza al cambio.

Già Antonino Pio avea dovuto sovvenire alle pubbliche necessità fin col vendere gli ornamenti imperiali; Marc'Aurelio mandò due volte all'incanto i vasi d'oro e le preziosità della reggia; Didio Giuliano adulterò la moneta, indotto forse dall'ingente somma a cui erasi obbligato per comprare il breve impero. Le monete d'oro si conservavano a settecentottantotto di fino, ma deteriorarono quelle d'argento; Caracalla vi mescolò metà rame; di due terzi le alterò Alessandro Severo: Massimo fece coniare i metalli preziosi dei tempj e dei luoghi pubblici, e fino i simulacri degli Dei e degli eroi: sotto Filippo non correvano quasi altre specie d'argento che le battute dagli Antonini: da Gallieno a Diocleziano se ne spendeano soltanto di rame stagnato; e tanto insolentivano i monetieri falsi, da proromper fino contro Aureliano in una sommossa, che settemila soldati costò il soffocarla. Dopo lui ricomparve l'argento, forse perchè egli ne traesse dalla depredata Palmira; ma a poco andare fu esaurito. Mentre Costantino nel 325 tagliava ottantaquattro solidi ogni libbra d'oro, quarantadue anni più tardi Valentiniano I ne tagliava settantadue, cioè l'aumentava d'un settimo: e mentre la proporzione dell'oro coll'argento al tempo di Vespasiano era di uno a dieci, Costantino la stabilì come di dodici a quattordici.

Teodosio determina che ai soldati sui confini dell'Illirico si dia denaro invece delle razioni, e che ottanta libbre di carne porcina salata valutinsi un soldo d'oro, come ottanta libbre di olio, e dodici moggia di sale. Il soldo d'oro può ragguagliarsi a lire 14.81, talchè una libbra metrica di carne valeva 57 centesimi, e lire 1.13 la mina del sale; tanto era incarito il denaro dal tempo di Diocleziano.

Doveva incarirne anche l'interesse. Già sotto la repubblica abbiam veduto a che grosse usure si collocassero i capitali: senza tener conto degli abusi, la legge al tempo d'Augusto determinava il quattro per cento, il sei sotto Tiberio, il dodici regnante Alessandro Severo: questi lo ridusse ancora di tratto al quattro; infausto accorgimento, che fece chiuder l'oro, e moltiplicare le segrete usure, tantochè a Costantino parve assai il poterle ridurre al dodici[92].

Nell'ignoranza de' principj che regolano la ricchezza, fu persino vietato di portar fuori l'oro, e, ciò che a pena si può credere, venne ordinato di usare ogni astuzia per carpirlo ai forestieri[93]. Allo scemare del denaro, si assegnavano in natura gli stipendj a' magistrati e guerrieri, valendosi dei tributi pagati in natura dalle provincie. E poichè il soldo tanto cresciuto alle legioni non poteasi senza pericolo diminuire, s'introdussero ausiliarj barbari, i quali s'accontentavano di pane, lardo, vino, olio e poca moneta.