Così l'enorme avidità delle finanze, se non bastava diroccasse l'industria e l'agricoltura, apriva anche il paese ai Barbari, che ben presto dovevano dominarlo.
CAPITOLO XLVIII. Figli di Costantino. Sistemazione ecclesiastica. L'Arianismo.
Tanti interessi favorì e guastò Costantino col mutare politica, religione, metropoli, che non è meraviglia se di niun altro personaggio forse tanto bene fu detto e tanto male. Converrebbe trasferirsi al suo tempo per ponderare con esattezza il merito e la colpa dell'assodare sulle ruine del governo popolare la sovranità centrale, mutando lo spirito della sua nazione non solo, ma delle successive, che da quel punto appajono distinte dalle antiche. Robusto animo si richiede per certo a cangiare, non che gli statuti, la religione d'un paese, senza sbigottire a pregiudizj d'educazione, a sofismi, a mormorazioni; robusto per resistere alle insinuazioni d'un partito trionfante, anelo di vendicarsi della lunga oppressione. A chi il chiedeva di condannare Gentili od eretici, Costantino rispondeva: — La religione vuole che per lei si soffra la morte, non che la si dia». Nelle carestie mandava generosamente ai vescovi grani, vino, olio, vesti, denaro da compartire ai bisognosi, massime ad orfani e vedove, senza divario di credenze. Represse le spie, pubblica peste, punendole se calunniatrici; professava di voler calcare le orme di Marc'Aurelio e dello zio Claudio; attesa la fragilità degli uomini, doversi nel governo propendere alla condiscendente equità più che alla stretta giustizia. Riferitogli che alcuni popolani aveano lanciato sassi contro le sue statue, si palpò, e disse: — Non mi risento di nessun'ammaccatura». In uno di que' panegirici che la viltà de' letterati tesseva, e l'impudenza de' Cesari tollerava, un sacerdote predicevagli che, dominato glorioso sugli uomini, salirebbe a regnare a lato del Figliuol di Dio; ma l'imperatore lo interruppe, e, — Non de' tuoi elogi ho mestieri, bensì delle tue preghiere».
Quando di paganesimo era satura la società, non poteva egli a un tratto promulgare editti che abolissero il passato, e sopra la formalista legalità facessero trionfare il giusto e il buono: pure adoperò per elevare l'uomo materiale a uom morale, e al diritto di natura sottoporre gli arbitrj del diritto civile. Conforme alle dottrine religiose, abrogò le punizioni contro il celibato, esentò i cherici da ogni pubblico servizio od impiego oneroso, restrinse la facoltà di far divorzio; mandò a tutte le città d'Italia poi d'Africa, che si sussidiassero i genitori poveri, acciocchè non avessero a mandar a male i neonati. Punì il ratto fin a volere arso vivo il reo, o sbranato nell'anfiteatro; ed anche la rapita se confessasse aver consentito; i genitori di lei doveano pubblicamente accusarla; gli schiavi che v'avessero tenuto mano, erano bruciati, o liquefatto loro del piombo nella gola; nè lunghezza di tempo prescriveva l'azione contro questo misfatto, i cui effetti cadevano anche sulla prole: legge dove la moralità faceva trascendere la giustizia, e che perciò dovette modificarsi.
A insinuazione de' vescovi, meglio tutelò gl'interessi dei pupilli, ne garantì i possessi immobili, e volle s'intendessero aver ipoteca legale sui beni dei loro tutori. Generalizzò il diritto delle madri sulla successione ai proprj figliuoli; rinfrancò la buona fede, mediante il giuramento che i testimonj doveano proferire prima di deporre; estese l'uso de' codicilli; e volle più non fossero essenziali le formole nelle stipulazioni, nè le parole rituali nei legati. Da qualunque decisione diede appello a magistrati superiori; ma per ovviare allo spirito contenzioso, morbo d'allora, inflisse pene a chi interponesse appelli temerarj[94]. Sottopose anche il soldato all'ordinaria autorità nelle cause civili: nelle criminali, per tutti i sudditi fino ai Chiarissimi, furono competenti i medesimi tribunali. Stabilì che le condanne si registrassero, per responsabilità morale dei giudici: minacciò i magistrati prevaricatori o negligenti: dalle confische esentò ciò che fosse stato donato alle mogli ed ai figli, e nel registro de' confiscati si notasse sempre che aveano prole: addolcì la detenzione ai prevenuti, e volle che gl'incarcerati per debiti al fisco avessero stanza capace ed ariosa: mitigò le pene afflittive, abolendo quella tanto prodigata del marchio in fronte e la croce.
Vietò agli uffiziali pubblici di togliere, per debiti fiscali, i bovi, gli schiavi o gli attrezzi rurali, nè per le poste usare gli animali destinati ai campi: durante la seminagione e la messe dispensò i contadini da ogni servizio di corpo, e fin dal santificare le feste. Incoraggiò le arti e il sapere, mantenne pubbliche biblioteche, e la tradizione fa da lui fabbricare innumerevoli chiese, e tutte dotare pinguamente, con vasi preziosi e aromi e marmi fini. A tali liberalità gli porgevano modo sì i beni che i predecessori suoi aveano confiscato ai martiri, sì quelli ch'e' toglieva ai tempj profani o alla celebrazione de' giuochi circensi e teatrali. Proibì anche i gladiatori, ma non fece osservare il divieto: come anco ripermise l'aruspicina, che prima avea vietata.
Ma prode a capo degli eserciti, nella reggia annighittiva a posta de' ministri, che sperdevano il genio di lui tra frivole particolarità. Guasto dalla prospera fortuna, portava inseparabile il diadema, effeminato nell'addobbo e nel lusso aulico; al quale ed alla fabbrica della nuova città non bastando i tesori accumulati, gravò di nuovi accatti i sudditi. Da crudeltà ed avarizia nol ritennero la riflessione e il cristianesimo.
Da Minervina, moglie oscura di sua giovinezza, avea generato Giulio Crispo; giovane di ridente aspettazione, che a diciassette anni (317) proclamato cesare e governatore delle Gallie, con vittorie su Germani e Franchi e nella guerra civile acquistò il cuore della moltitudine. Ma repente Costantino lo faceva giudicare e uccidere a Pola (326): dappoi, scopertolo innocente, lo pianse, e punì atrocemente coloro che l'aveano indotto a un misfatto, le cui ragioni sono avvolte nel mistero, come avviene di questi assassinj di palazzo. Allora dichiarò Cesari Costantino, Costanzo, Costante, partoritigli da Fausta figlia di Massimiano; associò loro, non si saprebbe perchè, gli zii Dalmazio e Annibaliano; e li collocò in diverse parti dell'impero, con qualche porzione di autorità, ma sempre in sua dipendenza.
Negli ultimi quattordici anni meritò il titolo di fondatore della pubblica quiete: temuto dai Goti, dai Vandali, dai Persi, riceveva ambascerie fin dalle rive dell'oceano Orientale, e dalle sorgenti del Nilo. Dieci mesi dopo celebrato il trentesimo anno d'impero, ammalò a Nicomedia, e sentendosi mancare, chiese l'imposizione delle mani ed il battesimo (337 — 27 maggio) fin là differito, e morì protestando esser unica vera vita quella in cui entrava. Onorato di solennissime esequie, fu collocato dall'adulazione de' Pagani fra gli Dei, dalla gratitudine del clero fra gli apostoli e i santi, dalla giustizia della posterità fra i grandi monarchi, come quello che intese il suo tempo, e non che ostinarsi al passato, secondò e favorì i maturi progressi, e si pose a capo della maggior rivoluzione che la storia descriva.
Appena lui morto, il popolo e i soldati, non si sa per qual motivo, trucidarono Dalmazio, Annibaliano e i nipoti di lui, sicchè regnarono soli i figli. Costanzo II ebbe l'Asia, l'Egitto, la Tracia; Costante l'Italia, l'Illirico e l'Africa: Costantino II, non contento delle Gallie, della Spagna e della Bretagna, pretese anche la Mauritania (340), e per averla invase l'Italia; ma ad Aquileja restò ucciso. Ne occupò i dominj Costante, ma debole e scostumato, perdeva gli amici, esacerbava i nemici: del che imbaldanzito Flavio Magnenzio, capitano barbaro, l'uccise e si fece gridare imperatore (350), ed ebbe l'Occidente coll'Italia. Contemporaneamente Vetranione, antico generale delle legioni dell'Illirico, intesa la morte di Costante, lasciossi da queste acclamare augusto; e in Roma Popilio Nepoziano, nipote di Costantino, con un branco di schiavi e gladiatori, carpiva la porpora.