Cristo nulla scrisse. Che gli Apostoli, prima di spargersi a predicare alle nazioni, abbiano fra sè combinato il simbolo della fede comune, quale ci fu tramandato col titolo d'Apostolico, è pia credenza[99]. Un'esposizione generale e compita del dogma non si aveva; e la dichiarazione di fede consisteva nell'escludere dalla comunione d'una chiesa chi credesse altrimenti, cioè chi alla verità generale surrogasse una restrizione di particolar suo giudizio.
Di siffatta guisa erano stati combattuti i primi errori intorno alla natura divina, dove alcuni aveano sostenuto l'unità astratta della sostanza di quella, fino a negare ch'essa si svolgesse in tre persone; alcuni eransi abbandonati alla vaghezza d'idee platoniche, analoghe alle cristiane sul Verbo; altri aveano posto troppa differenza tra il Padre e il Figliuolo, o formandone un dio distinto, o riducendolo a un uomo, nel quale per alcun tempo si fosse incarnata una virtù celeste, una sostanza divina. Da che il mondo omai apparteneva a Cristo, viepiù importava di conoscere chi e quale egli fosse. Ario, prete d'Alessandria d'Egitto (312), pretese spiegarlo; ma mentre gli ortodossi tengono Cristo come la conoscibilità divina, il pensiero eterno di Dio, coesistente coll'eterna sua attività, della medesima sua sostanza (ὁμούσιος), Ario vi riconosceva la forza, la verità, l'avvenire, ma non voleva identificarlo con Dio, e ne formava un essere distinto, di sostanza analoga (ὁμοιούσιος) a quella di Dio, una creatura tipica, che Dio generò per servire di modello agli uomini.
Erudito in quanto erasi detto prima di lui, con sottilissima dialettica, stile splendido e fin lezioso, arguta industria d'insinuarsi negli spiriti, perseveranza di aspettare, accorgimento di cedere a tempo, e rimanere nella Chiesa nel mentre la sovvertiva, faceva libri e poemi popolari, entrava nelle case confabulando, e — Avete voi (domandava alle donne), avete avuto figli prima di partorire? così neppur Dio potette averne uno prima che il generasse». Da questa triviale comparazione molti restavano convinti che il Padre dovess'essere anteriore al Figliuolo.
Già allora non pochi teneano che, nella forma della dottrina, nulla vi fosse di assoluto, e tutto dipendesse dal riflesso d'una certa modificazione del sentimento, e che le differenze della Chiesa non fossero se non varianti maniere di vedere dell'intelligenza cristiana: sicchè gl'istinti razionali dirigeansi a favore di Ario, il quale al mistero opponeva il senso comune: i tanti che, sull'esempio di Costantino e della Corte, si erano convertiti prima di vincere sè ed il mondo, abbandonavansi alla rilassatezza nel credere, alla svogliatezza nel cercare il vero: lo scarso studio agevolava l'errore, e a gente inavvezza alle sublimi audacie dell'ideale, riusciva più facile rappresentarsi Gesù nella sua vita e morte qual profeta, che qual dio; tanto più che, con tale spediente, le dottrine comunicate dall'alto per suo mezzo conservavano il valore dogmatico, mentre all'unità di Dio non restava più questa nube della triplicità di persone.
Ma se l'autore del cristianesimo non è dio, eguale e consustanziale coll'autore delle cose, quei che l'adorano sono idolatri, o riconoscendo due Dei, ricascano nel politeismo; Cristo non è più il tipo a cui l'uomo dee conformarsi per meritare, lo che costituisce la base del cristianesimo pratico; e perduta la fede del mediatore divino, trova novamente fra sè e Dio quell'abisso che ne lo separava nei secoli pagani. La dottrina di Ario feriva dunque l'essenza del cristianesimo. Inoltre, per conservare la società e per migliorare i costumi e la condizione civile, allora più che mai faceva duopo di opere; e per operare bisogna credere; e per credere bisogna ammettere un'autorità infallibile. L'egoismo avea sfasciato la società romana; il sacrifizio dovea ricostruirla, e per sagrificarsi bisogna non dubitare dello scopo dei proprj sforzi. Ben è dritto dunque se tanta importanza attribuì la Chiesa ad un'eresia che intaccava le basi della fede, l'appoggio della speranza, il nerbo della carità.
L'introdursi d'una nuova religione avea spezzato l'unità politica romana, sicchè gl'imperatori a ferro e fuoco vollero distruggerla; ma cresciuta tanto da divenire prepollente, Costantino la favorì per ricomporre l'unità in senso cristiano. Erasi appena avviata, quand'ecco il cristianesimo scindersi in parti; ecco sconnettersi quella fede, che della propria unità avea sempre fatto arma trionfante contro la Babele delle opinioni gentilesche.
Costantino, che dapprima l'avea sprezzata come un problema irresolubile a raziocinj umani, si accorse quanto seria si rendesse la querela sì pel pericolo della fede, sì pel calore sedizioso con cui era agitata: persuaso però che la Chiesa nelle credenze non dev'essere regolata che da se stessa, indicò un'adunanza, non più particolare, ma universale. Ora che voleasi accogliere tutto il mondo romano nella comunione cristiana, non bastavano parziali decisioni; ma la Chiesa, rappresentante dell'umanità divinamente ristabilita nell'unità, dovea mostrarsi una in un concilio ecumenico, e in questo chiarirsi del comune consenso, e stabilire qual credenza tenere sopra il punto essenziale del cristianesimo, la natura del Verbo.
Pertanto a Nicea di Bitinia (325) convennero i vescovi di tutto l'impero, in numero di trecendiciotto. Molti di loro portavano sul corpo le gloriose stigmate del martirio, sostenuto per la fede che allora venivano a difendere colla parola; altri rendeva illustri uno speciale dono di santità, di miracoli, di dottrina; e fra loro primeggiavano da una parte Ario, attentissimo ad ogni opportunità di far trionfare la sua causa; dall'altra Atanasio, diacono poi vescovo d'Alessandria, per lunghi anni il campione più fervoroso della parte ortodossa. Silvestro papa vi mandò legati; varj laici vennero ad appoggiare colla dottrina l'una o l'altra causa; e lo stesso imperatore vi comparve colla maestà richiesta da tale assemblea.
Qui cominciossi a contendere di testi, di ragioni e di cavilli; per sottrarsi ai quali fu adottata una parola platonica, dichiarando che il Figliuolo è consustanziale (ὁμούσιος) col Padre; fu compilato un simbolo, e condannati Ario ed i suoi[100]. Le decisioni del concilio furono notificate a tutto l'impero; e Costantino moltiplicò lettere in tal senso, ed esigliò Ario. Ma questo, inesauribile di spedienti, ora esclamava contro l'introdurre nel dogma una parola sconosciuta alle sacre scritture, o contro la presunzione di definire assolutamente sovra punti imperscrutabili; ora propugnava le opinioni sue davanti a nuovi concilj; ora con capziose professioni di fede sorprendeva l'imperatore, infelice teologo: il quale al fine ordinò al vescovo di Costantinopoli di ricevere Ario alla comunione. Questi però, mentre recasi alla chiesa, è preso da colica e muore (336).
Non che spegnersi con lui, l'incendio divampò: diciotto simboli in pochi anni pubblicarono gli Ariani, i sinodi particolari decidevano un contrario all'altro, s'avvicendavano le persecuzioni; e gl'imperatori succeduti a Costantino, e adombrati del potere conceduto da questo alla Chiesa, propendevano per la fazione che gl'invocava. Costanzo II perseguitò accannitamente sant'Atanasio, che instancabile parlava, agiva, scriveva, passava da Oriente in Occidente, dai deserti di Libia alla sede di Roma per far trionfare la verità. Papa Liberio romano, succeduto a Marco e Giulio romani anch'essi, sosteneva Atanasio e le decisioni del concilio Niceno (352); ma per ciò Costanzo, o piuttosto i suoi eunuchi il tolsero a perseguitare, e coltolo nottetempo, il trasferirono a Milano (356), indi il confinarono a Berea nella Tracia; ma nulla il divolse dal proponimento.