E violenza era in ogni dove; per bandi imperiali, chiunque sostenesse la parola consustanziale era marchiato in fronte, espulso di città, confiscati gli averi; i Cattolici comunicassero cogli Ariani, o guaj; date a questi le chiese e le pubbliche dotazioni; in Roma si veniva alle mani per la consustanzialità, come un tempo pei diritti del popolo; e i soldati, «cattivi apostoli della verità, la quale non conosce altr'arme che la persuasione» (Atanasio), pretendevano imporre la fede. Ma intanto riconosceasi qualcosa di nuovo nel mondo romano; il vessillo della Chiesa sventolava di fronte a quel della terra: la Chiesa proclamava un'autorità superiore alle umane, e da cui queste ritraggono; Cesare rispondeva colla spada; ma gli ecclesiastici ne aspettavano imperterriti il colpo, sostenuti dal popolo e dal rappresentante di questo, il pontefice.
Frattanto i fedeli, privi di pastori, esitanti nelle coscienze, sottoposti a vescovi non eletti da loro e non conosciuti, alzavano concordi lamenti. Allorchè Costanzo venne a Roma, una nobiltà di matrone in addobbi sfarzosi gli si presentò, invocando — Restituisci alla sede papale Liberio, giacchè nessuno entra nelle chiese dacchè vi sta Felice a lui surrogato». L'imperatore accondiscese, purchè Liberio convenisse nel parere de' vescovi; ma quando tal concessione fu proclamata nel circo, il popolo, che in Italia non aveva disimparato le democratiche manifestazioni, raccolse a scherni, dicendo: — La Chiesa è forse un anfiteatro, dove fare due fazioni? Un solo Dio, un solo Cristo, un vescovo solo».
Pure i soliti artifizj de' prelati greci, affinati alla Corte e nelle scuole, prevalsero nel concilio di Rimini (358); quattrocento vescovi furono tratti a firmare una formola di fede, la quale condannava chi dicesse, il Figliuolo di Dio essere creatura eguale alle altre; formola che, sotto sembianza di verità, implicava che Cristo fosse creatura. All'insistente persecuzione non seppe resistere Liberio; e in un istante di debolezza, affine di esser restituito alla sua sede, sottoscrisse un simbolo in senso ariano, o più veramente la condanna d'Atanasio[101].
San Girolamo potè allora dire che il mondo stupì di trovarsi tutto ariano: vent'anni di durata toglievano a quest'opinione la taccia di nuova; il papa vi aveva aderito, non cercavasi per quali arti, nè se subito si ritrattò: laonde si poteva credere imminente la caduta della fede Nicena, un concilio ecumenico si sarebbe ingannato, avrebbe mentito la parola di Cristo. Ma Atanasio, non che disperare, sbucato dal settenne nascondiglio, si scagliò non contro i prevaricatori, bensì contro la forza che li traviava; tosto i Padri illusi protestano contro l'errore; e nel concilio d'Alessandria vien rintegrata la dottrina cattolica.
Invece di risecare tante vane quistioni, le fomentava Costanzo, non assodando per fede, ma turbando per curiosità la Chiesa, e intanto lasciando mal capitare l'impero.
CAPITOLO XLIX. Giuliano. Riscossa del Paganesimo.
Dallo sterminio della famiglia imperiale (pag. 164) erano campati Costantino Gallo e Claudio Giuliano nipoti di Costantino, che furono educati principescamente. Gallo tentò signoria (354), onde fu condannato e ucciso. Giuliano dissimulando sguisciò dal pericolo; e messo ad onorevole esiglio in Atene, assunse il vestire e i modi de' filosofi, alle cui arti intendeva da lunga pezza. Eusebia, moglie di Costanzo II, nelle mille occasioni che ad ogni donna si presentano e che la scaltra fa nascere, insinuava nelle grazie del marito il giovane Giuliano; e poichè i nemici d'ogni parte irrompevano, Costanzo, sentendosi incapace di tener testa, concesse a Giuliano il titolo di cesare (355), la mano di Elena sua sorella, ed i paesi di là dall'Alpi. I soldati, la cui approvazione allora bastava, la diedero in Milano, battendo dello scudo contro i ginocchi, pieni di fiducia nella virtù del giovane venticinquenne. L'ombroso imperatore gl'impose per iscritto il modo di contenersi, e fin le spese della tavola; non gli permise di fare il donativo ai soldati, nè lo fece egli stesso; e lo circondò di servi e cortigiani che, in aspetto d'ossequio, limitavangli la libertà degli atti, delle parole, fui per dire del pensiero.
Lasciato lui a guardia dell'Occidente, Costanzo si voltò all'Asia; ma prima volle veder Roma, dove ricevette gli onori trionfali e gli omaggi servili dell'antica metropoli del mondo, alla quale tributò ammirazione, e ne crebbe gli ornamenti coll'erigere nel Circo l'obelisco egizio, che ora grandeggia sulla piazza del Laterano. Guerreggiò i Barbari prosperamente, e con minor fortuna i Persiani.
Basso di statura, grosso di collo, spalle larghe, tra cui affondava la testa, agitata da frequenti moti involontarj; arruffata la capigliatura, occhi vivi ma stravolti; prolissa, ispida, impidocchiata la barba; irsuto il petto, sucide le mani, lunghe le ugne; in compenso, faticante di corpo e ardito d'animo, memoria pronta e tenace, ingegno arguto, piacentesi in sottili quistioni; parlare facile e naturale, men volentieri in latino che in greco; buono e dolce nel fare, intrepido ne' pericoli: tale era Giuliano. Cresciuto prima in un carcere cortese, poi fra gli ozj ringhiosi delle scuole e sui libri, quando rase la barba e depose il mantello per assumere il paludamento di cesare, parve strano e ridevole a' cortigiani di Costanzo. Ma dalla sventura e dai libri aveva imparato temperanza, continenza, amor della fatica, disprezzo del fasto. Vestiva poco meglio che soldato, dormiva sopra un tappeto steso sul terreno, e nel fitto della notte sorgeva per attendere agli affari o agli studj; poi l'eloquenza appresa dai retori adoprava nel calmare o dirigere le passioni della turba guerresca; le nozioni di giustizia attinte dai sofisti applicava a districare i litigi avviluppati, quantunque poco versato nella giurisprudenza; univa l'arte di scegliersi buoni consiglieri, e la docilità di confidarvisi. Tre volte passò il Reno per portar guerra rotta ai borghi che i Germani vi fabbricavano ad imitazione de' nostri; e obbligatili alla pace, menò di qua ventimila prigionieri redenti. I Franchi, di più formidabile valore, riuscì a snidare dalla Gallia (357), di cui ricostruì le città, e fortezze e navi dispose coi materiali somministrati per patto dai Germani e coll'opera delle legioni e degli ausiliarj.
Alla Corte imperiale i buffoni, fastidiume d'ogni età, proverbiavano questo soldato filosofo, le sue sinistraggini e lo strano vestire, paragonandolo a uno scimiotto, a una talpa, a un caprone, e facendone la parodia. Ma allorchè le vittorie impedirono di prenderlo più a gabbo, la beffa si risolse in gelosia; e cortigiani ed eunuchi esageravano le sue imprese per metterne ombra a Costanzo come d'un emulo.