E vi riuscirono. Parendo composte le cose della Gallia mentre cresceva il pericolo in Oriente, Costanzo ne colse pretesto (361) onde togliere a Giuliano le legioni gratificategli dai trionfi, per portarle nella Persia. Moltissimi volontarj d'ogni favella aveanvi dato il nome col patto di non passare mai le Alpi; nè la tutela della gloria romana era motivo efficace su' Barbari. Amorosi di Giuliano quanto aborrenti dalla disastrosa marcia e dal campeggiare in terre sconfacenti e con nemici nuovi, si gettarono all'unica via che restava per non abbandonare la patria e lui, la ribellione, e gridarono augusto Giuliano. Questo seppe procurare all'infedeltà la scusa della violenza; e ne' suoi scritti giura per Giove, pel Sole, per Marte, per Minerva, per tutti gli Dei, che della cospirazione non ebbe sentore. Altri assicurano che sinceramente vi resistette finchè, avendo preso sonno, gli comparve il genio dell'Impero, istantemente rimproverandolo di mancante coraggio: Giuliano destatosi pregò di cuore Giove, il quale con manifesto augurio gli ordinò di rassegnarsi al voler del cielo e dell'esercito.
Fatto è che egli regalò di cinque monete d'oro e una libbra d'argento ciascun de' soldati che gli aveano usato quella violenza: poi avventatosi ad atti che gli toglievano di più riconciliarsi con Costanzo, si accinse alla guerra, confidando negli Dei immortali. Colle celeri marcie che spaventano gli avversarj e trascinano gli esitanti, a giornate crescendo di gente, riceve l'omaggio dell'Illiria, dell'Italia, della Grecia; e traversato il monte Emo, s'accosta ad Adrianopoli. Apollo avevalo assicurato della morte di Costanzo, il quale infatti consunto da lenta febbre risparmiò una guerra civile.
Costantino, ingegno mediocre, meritò insigne posto nella storia secondando il progresso delle idee e coordinandole ai fatti. Or ecco un uomo di splendide qualità riuscire meschino coll'affaticarsi a rimorchiare il mondo verso un passato irremeabile; col ripetere in mille toni: — Schiviamo le novità».
Associata nella giovine testa l'idea di Costanzo suo oppressore con quella dei Cristiani, Giuliano li confuse in un odio comune; stomacato dagli inesplicabili litigi sull'arianismo, nojato degli obbligati esercizj di pietà, ribramò il culto antico, sotto del quale l'impero aveva raggiunto il colmo, e le lettere prodotto lavori immortali. Gli accarezzavano questa inclinazione i sofisti, che ristrettisi a ripetere la parola vecchia, nulla capivano dello spirito recente, e che il lusingavano colla speranza di future grandezze. Ha un bel ridire che egli disprezza la gloria, ma da ogni atto Giuliano lascia trasparire filosofica ostentazione; qualunque azione sua egli narri, ne dà per ragione che così doveva un filosofo; qualunque sua virtù era un calcolo, un esercizio scolastico, una parata.
Aggiungerei anche un'impostura. Noi rispettiamo le convinzioni religiose; ma potremmo compatire Giuliano che, mentre lusinga gl'idolatri colla speranza d'una ristorazione, continua a fingersi cristiano per conciliarsi ora l'imperatore, ora i soldati, comunica con questi nella solennità del Natale, adempie le solenni cerimonie? Que' numi suoi compajono troppo a proposito nei casi decisivi di sua vita; per essi giura non aver nodrito ambizione; ad essi imputa la sua ribellione; con aruspici e indovini passa ore ed ore almanaccando sull'esito de' suoi tentativi. In queste vanità stava occupato allorchè gli giunse la morte di Costanzo (11 xbre); onde padrone incontrastato dell'impero, pensò effettuare le promesse tante volte date ai fautori dell'idolatria.
Ripetemmo come Costantino si fosse creduto obbligato a riguardi co' partigiani di essa, ed a palliare col nome di tolleranza la protezione conceduta al cristianesimo. I figli suoi, col vantaggio di chi viene secondo, e nell'età che tiene minor conto degli ostacoli, ardirono di più, ma non tutto. La legge del 341 ordina che «cessi la superstizione, si abolisca l'infamia de' sacrifizj»[102]; ma non vi annette pena, e Magnenzio la abrogò, sperando acquistarsi fautori. Costanzo II, trovatosi unico padrone, decretò fosse interamente abolita l'idolatria, pena la vita[103]; pure nulla intraprese contro il culto antico. Può darsi che i Cristiani de' decreti contrarj all'aruspicina ed ai riti segreti e divinatorj profittassero onde molestare i sacerdoti pagani; ma l'esecuzione misuravasi all'arbitrio de' magistrati. Laonde troviamo sussistere e tempj e sacrifizj in Occidente, e in ispecial modo a Roma; alla Sibilla di Tivoli chiedevansi ancora oracoli; se i venti contrariassero la flotta portatrice del grano, la plebe strascinava i magistrati ad Ostia affinchè sagrificassero sugli altari di Castore; i sacerdoti Salj menavano cogli scudi caduti dal cielo le frenetiche carole, per quanto derisi dai Cristiani; libazioni d'umano sangue continuavansi a Giove Laziale sul monte Albano; sussistevano le varie gerarchie sacerdotali; sotto la sanzione delle leggi riposava ancora il voto di castità delle Vestali; si eressero anzi nuovi tempj alle divinità già ferite a morte[104]; e, al dire di Lattanzio, nuovi numi ogni giorno nasceano[105]. Ma agli altri prevalsero Cibele e Mitra.
Dicemmo come, fervendo la seconda guerra punica, fosse dalla Frigia introdotto a Roma il simulacro della Madre Idea; i cui sacerdoti, chiamati Galli, fanaticamente danzando e cantando sul cimbalo, erravano di terra in terra, traendosi dietro la turba, meravigliata dello strano vestire, della scurrile devozione, dei prestigi, in cui erano destrissimi. Scostumati, ignoranti, golosi, scrocconi, non sarebbonsi attirato che lo spregio, se non avessero acquistato forza dal trovarsi disposti in compatta ordinanza sotto un arcigallo.
Il culto che da antichissimo a Mitra prestavano i Persiani, andò alterato da eterogenee mescolanze: i nuovi Mitriaci esigevano rigide macerazioni, e da chi aspirava a' gradi più sublimi, la verginità e il celibato. Insinuatosi, non si sa quando, nel Campidoglio, crebbe sotto gl'imperatori, ed eccedeva fino a sagrifizj umani. Per diversi gradi compivasi l'iniziazione a quei misteri. Il supremo capo a Roma chiamavasi pater patrum; avea sotto di sè il pater sacrorum e gli ordini inferiori, intitolati il corvo, il grifo, il soldato, il leone, il perseo, l'eliodramo. Erano cerniti i più fra l'aristocrazia, sebbene nelle molte iscrizioni che ricordano criòboli e tauròboli, cioè sacrifizj d'arieti e di tori, si trovi ben di rado ornato di que' titoli il capo dello Stato, cioè della religione nazionale. I neofiti ricevevano una specie di battesimo, s'imprimevano dei segni in fronte, beveano farina stemprata nell'acqua, con certe formole rituali. Nei sotterranei del Campidoglio aprivasi il principale tempio di Mitra; all'equinozio di primavera se ne celebravano i misteri; ma con maggior festa il natale del Sole invitto ai 25 dicembre: lo perchè i padri della Chiesa occidentale scelsero questo giorno a solennizzare la natività di Cristo, vero sole, la quale in Oriente festeggiavasi il 6 gennajo, giorno colà sacro ad Osiride[106]. Tali particolarità raccogliamo dai Cristiani che impugnarono quel culto; e le somiglianze sue con quello di Cristo indussero alcuno de' filosofi antichi e de' razionalisti moderni a sostenere che questo derivasse da quello i misteri e i riti.
Oltre queste novità, duravano ancora molte forme del gentilesimo nazionale, care a un popolo così tenace delle costumanze avite. Alla elezione dell'imperatore Probo, il senato volgeva ancor la preghiera alle grandi divinità: — O sommo Giove, o Giunone regina del cielo, o Minerva protettrice delle virtù, o Concordia, o Vittoria romana, accordate ai senatori, al popolo romano, ai soldati, agli alleati nostri, agli stranieri la grazia di veder Probo regnare come ha combattuto». Un calendario del 354 dopo Cristo o circa, descrive le feste profane che si devono celebrare giorno per giorno[107]. Da recenti scavi dell'anfiteatro di Capua uscì un'iscrizione del 387, ove Romano Giuniore sacerdote enumera le solennità pagane da lui celebrate quell'anno: e sono vota al 3 gennajo per la salute del principe; genialia in febbrajo, tre lustrazioni per le sementi; rosaria in maggio; feste vendemmiali all'uscire di ottobre; e così via. Un viaggiatore del 374 trova «in Roma sette vergini nobili e chiarissime, che per la salvezza della città compiono le cerimonie degli Dei secondo l'uso degli avi»; e soggiugne che «i Romani onorano gl'iddii, e spezialmente Giove, il Sole, Cibele»[108]. Di quel torno stesso abbiamo l'arida nomenclatura delle vie e degli edifizj di Roma, fatta da un Publio Vittore e un Rufo Festo, dove riscontriamo cencinquantadue tempj e cennovantuna cappelle.
— Alle calende di gennajo tutti levansi buon'ora e si corrono incontro ciascuno con regalucci chiamati strenne: agli amici si fa un dono prima di augurare il buon giorno, si premono le labbra, stringonsi la mano, non per ricambiare espressioni d'amicizia, ma per farsi pagare le cortesie dell'amicizia. Così al tempo stesso abbracciano e tastano un amico...; poi tornando a casa, portano rami, come se avessero presi gli augurj, e riedono carichi dei doni raccolti, senza accorgersi che sono altrettanti peccati». Così predicava Massimo vescovo di Torino, il quale non pensò gittar invano il suo zelo in confutare quelli che credevano in Venere, in Marte, negli altri Dei, lamentandosi che i magistrati non facessero adempiere, nè i Cristiani osservassero gli editti imperiali attorno al culto; esortava ripetutamente ad abbattere gl'idoli ne' contorni di Torino, vietare i sagrifizj intemperanti o crudeli, non credere a maghi o a coloro che vantano di potere coi carmi trarre dal cielo la luna[109].