A vicarj del suo pontificato elesse sacerdoti e filosofi, amici e confidenti di sua gioventù, zelatori della credenza avita; e principalmente il rétore Libanio d'Antiochia, il quale ci assicura che, dopo che fu ammesso all'illustrazione, Dei e Dee scendevano assiduamente a conversare coll'imperatore; talvolta gli rompevano il sonno, lambendogli leggermente i capelli; sempre il tenevano consigliato ne' dubbj, avvertito se alcun pericolo gl'imminesse; e talmente v'era abituato, che discerneva alla voce e all'incesso Minerva da Giove, Ercole da Apollo[112].

Tanti favori si meritava egli con opere, cui non mi ricorda che Omero abbia mai riconosciute per meritorie, come l'astenersi in certi giorni da alcuni cibi ch'egli immaginava meno graditi a questo o a quello iddio. Ad imitazione del cristianesimo, tentò riordinare l'ellenismo con riti nuovi e con una gerarchia, raccogliendone in sè i supremi uffizj, e formandone una superstizione ragionata. Voleva introdurre nei tempj la predica e il catechismo, preghiere ad ore determinate, canti a due cori, penitenze per li peccati, apparecchi per l'iniziazione, ritiri per i contemplativi e per le vergini: singolarmente gli piacevano le lettere formate dei vescovi, mediante le quali i fedeli viaggiando erano dappertutto accolti con effusione di carità. Sull'esempio delle pastorali de' Cristiani, ne mandava fuori anch'esso, raccomandando ai sacerdoti di esser buoni, e d'imitare quei cani di Galilei, i quali alle loro credenze acquistavano fede con tante opere di carità: proponeasi d'assistere gl'indigenti, stabilire ospedali pei poveri, senza distinzione di patria nè di credenza: il che se avesse effettuato, avrebbe porto un'altra prova dell'efficacia della verità anche sopra coloro che repugnano dalla luce di essa.

Mentre involontaria testimonianza rendea della virtù cristiana volendola conculcata e imitata, chiudeva gli occhi ai progressi che il cristianesimo avea fatto fare all'equità legale; e di tante sue costituzioni inserite nel codice Teodosiano, neppur una asseconda l'affrancamento del diritto naturale, sì bene avviato da' suoi predecessori. Che poi egli non operasse convinto, ma per odio al cristianesimo, il mostrò con favorire gli Ebrei, che cercò anche ristabilire a Gerusalemme, affine di smentire la profezia di Cristo: ma si disse che fiamme sbucate di terra distruggessero le fabbriche cominciate.

Trattavasi di teurgie e sagrifizj? Giuliano deviava dalla parsimonia introdotta in ogni altro atto; e rari uccelli e fin cento bovi al giorno propiziavano le sorde divinità; e largizioni veramente regie dotavano i santuarj, sopravissuti all'indifferenza dei Gentili ed allo zelo dei Cristiani. Che gioja per lui quando i soldati esercitavano l'appetito sopra le vittime scannate agli idoli, e s'ubriacavano col sacro vino![113] Poi nei giorni solenni, mentre passavangli davanti in rassegna, largheggiava con chiunque gettasse sull'ara alcuni grani d'incenso. Molti Cristiani rimasero ingannati dalla semplicità di quest'atto; poi come lo conobbero colpevole, corsero a furia al palazzo, repudiando l'oro ricevuto, e gridandosi cristiani: del che cruccioso, l'imperatore ordinò fossero decollati; e già avviavansi contenti al supplizio disputando a chi primo, quand'esso li graziò, ripetendo: — Non voglio dare a costoro la gloria del martirio».

Quest'entusiasmo artifiziale non gli toglieva di accorgersi come ai riti ellenici o etruschi più non appartenesse la direzione delle coscienze; ogni tratto si querela della trascuranza ne' doveri religiosi, della spilorceria nell'onorare gli Dei; ma sordo all'eloquenza de' fatti, per decreti imperiali e per filosofiche elucubrazioni ostinavasi ad imporre una religione, la cosa più libera del mondo.

E per imporla non rifuggiva dell'accoppiare alla dotta persecuzione la legale. Ordinò che i Cristiani restaurassero i delubri degli Dei, dal loro zelo demoliti, e vi si restituissero i beni confiscati; e attesochè per lo più su quelli eransi costruite chiese, conveniva abbatterle; e non permettendo la religione ai Cristiani di fabbricare tempj profani, venivano trattati a maniera dei debitori insolvibili, carcerati al modo romano, e malmenati da uffiziali che colla arbitraria severità sapevano di gratificarsi l'augusto. Ai pontefici profani trasferì l'amministrazione dei beni assegnati da Costantino e da' suoi figli pel culto; confuse i sacerdoti cristiani coll'infimo vulgo; attese ad escludere i fedeli da ogni onore e vantaggio temporale; e non dissimulava l'intenzione di adoperar cogli ostinati una salutare violenza[114].

Insomma la tolleranza di Giuliano era quella di tutti i tiranni, clementi finchè nessuno si oppone. Ma una Chiesa avvezza a quarant'anni di dominio spiegava più sicura la costanza di cui avea fatto mostra fin quando era scarsa ed oppressa: che se alle prime persecuzioni avevano i Cristiani chinato la fronte, obbedendo alle potestà superiori anche ribalde, or che si sentivano divenuti un popolo, non si credevano obbligati a sopportare l'ingiustizia peggiore, quella che violenta le coscienze. Adunque in varie parti abbatterono i rialzatisi altari, i riaperti delubri; alto levavano i lamenti contro l'usurpare beni alle chiese per darli agli idoli. Giuliano, indispettito della resistenza, puniva i contumaci: e i Cristiani veneravano le vittime sue come martiri; e la presunzione d'innocenza faceva accompagnare di non dissimulato compatimento il supplizio anche di quelli che per avventura l'aveano meritato coll'esorbitare nell'opposizione, solito e naturale effetto delle inique procedure. Anzi, temendo che Giuliano non si avventurasse a peggio, i Cristiani accingevansi ad una resistenza che poteva travolgere l'impero nella guerra civile, se i casi non l'avessero prevenuta.

Giuliano conservò in trono molte belle qualità. Semplice nel vestire e nei piaceri, attento ai gravi obblighi di re, dava udienza ogni giorno agli ambasciatori ed ai privati, prendendo istantanea deliberazione sopra le suppliche; scriveva lettere pubbliche e trattati filosofici; le caste notti usurpava al riposo per darle agli affari; nè ai giuochi del Circo, passione de' suoi predecessori, recava la sua noja se non quando il rito l'obbligasse. Ripigliando uffizj dimenticati dagli augusti, sovente arringava, massime nel senato, per isfoggiare eloquenza: più spesso sedeva ne' giudizj come a dovere o come a divertimento, spassandosi a sventare i cavilli degli avvocati; ma talora appassionandosi in modo disdicevole a giudice, empiva l'aula di schiamazzo, e una volta, stomacato dalla zotichezza di certi villani venuti a supplicarlo, li prese a pugni e calci. Con quelli che tramavano contro di lui usò clemenza; ricusò il titolo di signore; mostrò riverenza ai consoli; pensava anche rinunziare al diadema, se non l'avesse distolto una rivelazione degli Dei.

Nel libro dei Cesari protestò contro le interminabili conquiste di Roma, preferendo Antonino a Cesare ed Augusto, cioè la pace alla guerra. Eppure della gloria d'Antonino non s'appagava, e ambiva pur quella di Trajano. Chetati in Occidente i Franchi, gli Alemanni, i Goti, restava in Oriente l'impero dei Persi, contro di cui, in trecent'anni di guerra, i Romani non aveano ancor potuto stabilmente acquistare pur una provincia della Mesopotamia, o dell'Assiria. Per vendicare i danni recati da re Sapore, Giuliano raccolse formidabile esercito ad Antiochia, ove consumò l'inverno a ristabilire l'idolatria e saldar la disciplina. A primavera (268) si mosse, a vicenda consolato ed afflitto dagli oracoli bene o male risposti, e dal trovar in fiore o sfruttato il culto de' suoi numi.

Dirizzatosi sopra Ctesifonte, assalse l'esercito nemico, e l'inseguì fin sotto alla città: ma improvvidamente abbandonato il Tigri, base delle sue operazioni, e sul quale le navi lo provvedeano di vettovaglie, inoltratosi nell'interno della Persia, non trova che solitudine; le ubertose campagne, i pingui villaggi sono ridotti a fumanti deserti dall'amor della patria o dagli ordini d'un déspoto; ogni giorno s'assottigliano le provvigioni; false guide rendono più disagiate le marcie al pesante treno; uomini e Dei non suggeriscono più ripieghi all'eroe, il quale, se dianzi fantasticava la conquista dell'Ircania e dell'India, allora, desolato al vedersi causa di tanto pubblico disastro, dovette dar volta verso il Tigri.