Le bande, che aveano bersagliato incessantemente la marcia, si raccozzarono in immenso esercito per abbarrargli la ritirata. Grossi di numero, leggeri di movimenti, a dovizia provvigionati, chiudevano in mezzo i Romani, costretti a combattere marciando, impediti dalle gravi armature, sì scarsi di cibo, che logoravano quanto potevano sottrarre ai somieri. Giuliano non concedeva a se stesso nulla più che all'infimo soldato: ma la superstizione che l'avea spinto ad afferrare il diadema, minacciava strapparglielo. Quel genio dell'Impero, che nella Gallia avea chiesto d'essere ammesso nella sua tenda, or rivide in atto di velare di gramaglie il capo e il cornucopia, e ritirarsene esterrefatto: Giuliano balza all'aria aperta, quand'eccogli avanti un'ignota meteora in sembianza del dio Marte, corrucciato con esso perchè in un trasporto di collera avea giurato non volergli più fare sacrifizj[115]. Gli aruspici etruschi consultati lo sconsigliano dalla pugna; ma come evitarla? Al nuovo giorno intimata la mischia (27 giugno), mentre, imbaldanzito del primo successo, insegue i Persiani, questi al modo loro saettano a man salva un nembo di dardi e giavellotti, uno de' quali imbrocca Giuliano nel petto.

Portato nella tenda, e riconosciuta mortale la ferita, cogli amici egli ragionò della morte alla maniera di Socrate, e come gli sapesse dolce in quel punto l'incolpabilità di sua vita; compiacersi di morire da re, anzichè per segrete cospirazioni, o per violenza di tiranno, o per languore di malattia; augurare ai Romani potessero esser felici sotto un sovrano virtuoso. Dissertò sulla natura dell'anima e sulla sua, che presto sarebbe ricongiunta alle stelle da cui emanava; e spirò di trentun anno e otto mesi.

Così narrano i suoi ammiratori; e Ammiano Marcellino, ch'era presente, gli pone in bocca una dissertazione nè da moribondo nè da lui. I Cristiani invece fanno che, sentendosi ferito, urlasse — Vincesti, o Galileo», e spirasse fra spasimi e rimorsi. E una cosa e l'altra sarà stata creduta, perchè i partiti credono non esaminano, e la storia rimane esitante fra eccessi opposti, colla sola certezza che entrambi esagerarono.

CAPITOLO L. Da Gioviano a Teodosio. I santi Padri. Trionfo del cattolicismo.

Non rimanendo alcun rampollo di Costantino, e importando aver un capo da opporre all'incalzante nemico, fu acclamato Claudio Gioviano, primicerio de' domestici, trentaduenne, bello, piacevole, prode, non ambizioso, diviso tra il cristianesimo e le voluttà. Ridotto ad accettare capitolazioni indecorose ma inevitabili, dopo disastrosa ritirata si raccolse a salvamento in Nisibe.

Lo aveva preceduto nell'impero la fama della morte di Giuliano, accolta con impeti d'esultanza e di dolore; perocchè il labaro, drappellato in capo all'esercito annunziava ripristinato il culto del vero Dio. L'idolatria, risorta per obbedienza o per adulazione, ricadde per sempre; spontaneamente richiusi i tempj, cessate le vittime; i filosofi si rasero, deposero il pallio, e tacquero; i Cristiani non vendicarono l'arroganza e l'oppressione passata se non con un'allegrezza trascendente forse i limiti della carità: ma quanto son pochi quelli che s'accontentino di vincere senza voler trionfare!

Gioviano restituì le immunità alle chiese, al clero (364), alle vedove, alle vergini sacre, proibendo di violentarle o sedurle al matrimonio; richiamò i vescovi; interdisse magìe e superstizioni, ma non l'esercizio del politeismo; circondato dai vescovi delle varie sêtte, premurosi di trarlo dalla loro, egli si chiarì pei Cattolici. Ma appena riconosciuto da tutto l'impero, una notte morì (15 febbr.), chi dice d'intemperanza, chi d'asfissia, chi di tradimento.

Dopo dieci giorni, i capi dell'esercito buttarono la porpora sulle robuste spalle di Flavio Valentiniano, soldato pannone, in cui gran destrezza, valore, bella presenza, eloquenza naturale sebbene incolta. Siccome Gioviano, così egli fu eletto da soli i capi, non da tutto l'esercito, che, composto il più di Barbari mercenarj o di ragunaticci, poco badava a cui toccasse l'impero; e di tal passo s'introdussero le elezioni per intrigo.

Il 25 febbrajo era bisestile, giorno di sinistro augurio, onde Valentiniano si tenne nascosto, poi il domani fu acclamato a grida incessanti. Sentendo per altro la necessità che almen due capi vi fossero in tanta estensione, l'esercito il richiese di darsi un collega, e Valentiniano rispose: — Testè dipendeva da voi l'eleggere un imperatore; eletto, ora spetta a me il provvedere al pubblico interesse: non bisogna precipitare, state cheti e fidate in me». Poco appresso condiscese a quel voto intitolando augusto suo fratello Valente (8 marzo) di trentasei anni, che debole e timido, unico merito aveva l'amare il fratello; e gli lasciò le prefetture d'Oriente, tenendo per sè quelle dell'Illirico, dell'Italia, della Gallia, cioè quanto si stende tra i confini della Grecia, il muro Caledonio e il monte Atlante; l'antica amministrazione non innovando in altro che nello stabilire guardia doppia e doppia corte, una in Milano, una in Costantinopoli.

Sol dunque di Valentiniano spetta a noi il dire. Egli invitò ognuno ad esporre le querele, e ne fioccarono contro i ministri che avevano abusato della credulità e della superstizione di Giuliano, e che furono puniti di multe e tormenti. Soldato grossolano, dilettavasi a vedere torture ed esecuzioni; più gli veniva in grazia chi più spietato; e a Massimino conferì la prefettura della Gallia per avere menato strage tra le famiglie di Roma. Innocenza e Mica Aurea chiamava due orse che teneva sempre accanto alla sua camera, pascendole e trastullandole egli stesso; porgeva loro a sbranare i malfattori; e quando gli parve che Innocenza avesse abbastanza ben servito, le rese la libertà delle selve. — Uccidetelo» era l'ordinaria sua sentenza sopra le accuse; e non già per propria sicurezza, ma perchè gli aveano detto che vuolsi esercitar la giustizia.