Graziano sospese le persecuzioni; protesse le lettere e le coltivò, trovando agio di trattare la cetra colla mano avvezza alla spada, e di cantare le imprese degli eroi; al poeta Ausonio suo maestro concesse il consolato, e una toga quale gl'imperatori indossavano nel trionfo; conservò perenne amicizia con sant'Ambrogio vescovo di Milano[119]. Ma morti coloro che lo avevano messo sul cammino diritto, lasciossi forviare da indegni cortigiani, sicchè consumava il tempo tra le caccie e in disputare coi vescovi, de' quali talvolta assecondava l'intolleranza.
Nella Bretagna i soldati scontenti si levarono a sedizione; e Magno Massimo, compatrioto e commilitone di Teodosio, non avendo ottenuto grado pari alla sua ambizione, si fece gridare imperatore, e passò nelle Gallie con trentamila soldati e centomila paesani; coraggioso e degno d'impero se l'avesse cercato per vie migliori. Fissatosi a Treveri, si procacciava ogni giorno nuovi partigiani, anche dei più vicini di Graziano. Questi da Parigi fuggì verso l'Italia; ma presso Lione tratto insidie, cadde ucciso a ventiquattr'anni (383 — 23 agosto). Massimo spedì a Teodosio giustificandosi del fatto; e — Riconoscimi per collega, o mi sosterrò colle forze de' più floridi paesi dell'impero». Necessità e desiderio di risparmiare una guerra indussero Teodosio al patto; e i tre imperatori furono acclamati per tutto l'orbe romano.
Pochi anni dopo (387), Massimo, non sapendo limitare la sua ambizione, sotto finta di ausiliarj esibì un grosso di truppe, le quali in sicurtà di pace passando le Alpi, assicurarongli l'entrata nell'Italia. Valentiniano II, o dirò meglio Giustina che ne reggeva la fanciullezza, fuggirono allora da Milano, ove Massimo entrava trionfante: ma Teodosio sopragiunsegli con esercito agguerrito e somma rapidità; talchè chiuso in Aquileja, fu da' suoi spogliato e condotto all'imperatore (388 — agosto), che ne volle il capo a vendetta di Graziano. Sbrigata così la guerra civile, e sveltene le radici colla moderazione e col perdono, Teodosio salì al Campidoglio in trionfo.
E ben n'avea diritto: i Goti aveva ripartiti in colonie per paesi deserti, dove si convertivano al cristianesimo e alla civiltà; i Persiani invocavano la sua amicizia; i sudditi gli mostravano riconoscenza. Nella privata condotta abbastanza temperante, ai parenti affezionato e rispettoso, allevò come proprj i nipoti; affabile al conversare, variava tono a seconda delle persone, gli amici sceglieva tra' migliori, e impieghi e premj dava a' più degni, non adombrandosi del merito, nè dimenticando i benefizj. Fra le cure del vasto impero trovava pure alcun respiro onde applicarsi alla lettura, e massime alla storia, giudicando i fatti antichi, fremendo alle crudeltà di Cinna, di Mario, di Silla, il passato facendo scuola dell'avvenire. Senza ostacolo e quasi senza lamenti avrebbe potuto occupare intera l'autorità; pure ricollocò sul trono Valentiniano II, aggiungendogli anche le provincie tolte a Massimo di là dell'Alpi.
In tempi ove l'impero sfasciavasi, nè un palmo di terra egli perdette, costretto però aggravare le imposizioni, e amministrar con un rigore molto simile a tirannia, unico puntello del cadente dominio. La rivoltosa Antiochia avea minacciata d'estremo rigore; ma lo placarono gli anacoreti e san Giovanni Grisostomo. Tessalonica però, che uccise i primarj uffiziali di lui, fu condannata a sanguinoso sterminio. Ambrogio, vescovo di Milano, ove l'imperatore si trovava, ne smarrì d'orrore; gli scrisse ad esecrazione del fatto, esortando ne facesse penitenza a calde lagrime, e avvertendolo non ardisse accostarsi all'altare del Dio della misericordia colle mani stillanti del sangue innocente. Teodosio a quei rimproveri risensò; e poichè non poteva più riparare all'eccidio, si recò per penitenza nella basilica milanese. Ed ecco Ambrogio farsegli innanzi sul vestibolo, dichiarando che, pubblico essendo stato il delitto, pubblicamente doveva soddisfare alla divina giustizia; nè lo volle ricevere alla comunione finchè non si sottomise alla canonica penitenza. Spoglio delle insegne della suprema podestà, comparve supplichevole in mezzo della chiesa, confessandosi in colpa: col che dopo otto mesi ottenne indulgenza e d'essere ricomunicato; e frutto ne fu un editto che ingiungeva di soprassedere sempre trenta giorni alle comandate esecuzioni.
Di maggior memoria è degna quest'altra legge, viepiù opportuna dopo profonde commozioni: — Se alcuno, dimentico della prudenza, si fa lecito di straziare con trista e sconsiderata maldicenza il nostro nome, e per orgoglio si rende detrattore sedizioso del tempo presente, vietiamo gli s'infligga alcun castigo o maltrattamento. Se l'offesa proviene da leggerezza, vuolsi disprezzarla; se da follia, compatirla; se da perversità, perdonarla»[120]. Nè erano i detti smentiti dalle opere, giacchè essendosi scoperta una congiura contro di lui a Costantinopoli, e i rei condannati nel capo, Teodosio perdonò a tutti, e non volle si cercassero i complici, soggiungendo, — Così potessi rendere la vita ai morti»[121]. E un'altra volta un magistrato insistendo che degli uffiziali della giustizia doveva essere principal cura l'assicurare la vita del principe, — Sì (soggiunse egli), ma vorrei prendeste anche maggior cura della mia reputazione».
Poichè le rivoluzioni durature non si compiono d'improvviso, i primi imperatori cristiani aveano lasciato il culto antico sussistere allato al nuovo; ancora i riti pagani si riguardavano, o almeno chiamavansi nazionali; i pontefici sagrificavano in nome del genere umano; in mezzo alla curia Giulia, dove accoglievasi il senato, sorgeva sull'ara la statua della Vittoria, tolta ai Tarantini, e da Augusto ornata colle spoglie dell'Egitto; e prima delle adunanze, i senatori vi ardevano incenso, giurando fedeltà all'imperatore.
E in Italia non pochi nelle scuole difendevano le antiche credenze, e nella società se ne chiarivano campioni. Nominerò fra questi Vettio Agorio Pretestato, «capo della pietà pagana», nella cui biblioteca Macrobio fa radunare gl'interlocutori de' suoi Saturnali, e prestargli un rispetto vicino a venerazione. Mettevasi egli attorno gl'illustri avanzi del paganesimo; fu deputato a Valentiniano I perchè sospendesse le persecuzioni contro gli auguri; ed altamente onorato finchè visse, ebbe dopo morte due statue dagl'imperatori, una dalle Vestali[122].
A lui diresse amichevoli lettere Aurelio Anicio Simmaco romano, che dal retore Libanio avea succhiato la venerazione del paganesimo e la speranza di rintegrarlo. Nato dal prefetto di Roma, salì pontefice, questore, pretore, governò la Campania e i Bruzj, stette proconsole in Africa, indi prefetto di Roma, da ultimo console (391); parteggiò per Magno Massimo, vinto il quale, rifuggì in una chiesa di quei Cristiani che aveva osteggiati, e papa Liberio gl'impetrò perdono; aggregato ai pontefici, vi portò uno zelo vigoroso, lamentando che troppi di essi col negligere i sacri doveri cercassero la grazia degli imperanti. Mirabile accecamento! in mezzo a tanta mutazione, egli favella delle patrie religioni come niuno le avesse revocate in dubbio, e a Pretestato scrive: — Oh se m'accora che, dopo moltiplicati sacrifizj, il funesto presagio manifestatosi a Spoleto non siasi ancora pubblicamente espiato! Giove si mostrò favorevole appena alla quarta mactazione, e neppure all'undecima ci fu possibile soddisfare alla fortuna pubblica. Deh in qual paese siamo! Ora si tratta di raccorre ad assemblea i colleghi nostri, e ti terrò informato se giunsero a scoprire qualche rimedio divino»[123]. Con singolare contrizione supplica egli i patrj numi che perdonino le neglette cerimonie[124]; esorta le Vestali a mantenere severa la disciplina; chiede la punizione d'alcuna che avea leso il voto[125]; e s'adopera per sostenere la politica importanza del paganesimo.
A questa unicamente dirigeano la mira i difensori del politeismo in Occidente; a differenza dell'impero Orientale, che aveva in Atene una scuola regolarmente piantata all'uopo di mantenere, per una catena d'oro d'iniziati, la fiducia nelle defunte immortalità e nelle dottrine teurgiche associate al neoplatonismo. Solo i maestri delle varie scuole di Roma, Milano, Bordeaux, Treveri, Tolosa, Narbona diffondeano le favole degli autori pagani nel farne ammirar le bellezze; e quando uno di essi, Eugenio, dall'accidente fu portato al trono, diede mano all'idolatria, rialzò l'altare della Vittoria, collocò la statua di Giove al varco delle alpi Giulie[126], e drappellava l'effigie di Ercole innanzi a' suoi eserciti.