La costoro esistenza è prova che il cristianesimo trionfante si guardò dalle persecuzioni, cui era soggiaciuto nascente. Il numero però de' Cristiani era grandemente cresciuto, e illustri famiglie[127] vi aggiungevano credito e potenza. La stessa scenica persecuzione di Giuliano, comprimendo un istante la libera manifestazione del culto, rintegrò l'elasticità; e il facile trionfo sopra la impotente ricomparsa degli idoli di Grecia crebbe l'autorità dei vescovi, che, quasi altrettanti capitani non solo per dilatare il cristianesimo, ma per combattere il politeismo, a gran voce domandavano che la società rompesse finalmente i legami che l'avvincevano all'idolatria.
Internamente però la Chiesa non avea mai cessato d'essere conturbata dalla quistione sulla natura del divin Figliuolo; e vescovi gli uni avversi agli altri, non paghi di lanciarsi riprovazioni ecclesiastiche, studiavano nuocersi a vicenda ora nell'opinione de' fedeli, ora nel favore dei potenti. Questi collocavano nelle sedi non il più meritevole, ma quello che tenesse la loro credenza; e spesso il popolo od eleggevasi un altro vescovo, o lasciando vuote le chiese, s'adunava alla campagna; agli uffiziali che volessero mescolarsene facea resistenza, e ne nascevano violenze, bandi, uccisioni.
Di nuove glorie intanto ammantavansi i padiglioni del militante cristianesimo; e i santi Padri costituivano una letteratura, non educata alle imitazioni, non a ritrarre una società che avea cessato d'esistere, od una ideale che non era esistita mai, bensì il presente, l'attualità, le idee sociali più avanzate, cioè le religiose.
Nei primi tempi del cristianesimo predomina il miracolo; e sebbene campeggi la potenza dell'uomo nel soffrire, nel resistere, nel vincere, quegli avvenimenti sono men tosto da descrivere che da venerare. Semplici ed incolti erano la maggior parte de' primi discepoli, più pratici che speculativi, più d'azione che di discorso; la dottrina, perpetuata dalla tradizione orale e viva, concentravasi in poche parole gravi e schiette; nascevano dispute? le terminava la voce d'un discepolo che potea dire, — Ho veduto io stesso il verbo umanato» oppure — L'ha veduto chi a me lo narrò»; e della verità era splendida prova la rinnovazione dell'uomo interno, che si operava per via di virtù dapprima ignote, pace, fraternità, eguaglianza, universale beneficenza, costanza ai martirj, magnanimo perdono. Ma ben tosto i dotti, loro malgrado, sono costretti ad accorgersi della presenza de' novatori, e se non altro, a vituperarli: allora i Padri cominciano a difendere i dogmi dai Gentili e dai filosofi, per mostrare come le dottrine antiche siano inferiori e meno conformi alla ragione. Non paghi di tenersi sulle difese, provano la verità della dottrina cristiana con eccellenti ragioni, coi miracoli, colle profezie; e già mettono fuori idee profonde e nuove sulla natura di Dio e su quella dell'uomo; anzi colla logica e colla storia assaltano il paganesimo e la filosofia, e a quegl'imperatori onnipossenti favellano con nobile ed insolita libertà.
Qui ci si apre un nuovo prospetto dell'attività latina. Ne' primi secoli le Chiese occidentali somigliarono a colonie delle orientali; ordinamento, riti, libri, lingua liturgica erano greci: perocchè la greca era la lingua internazionale dell'impero, siccome nel XV secolo l'italiana ed oggi la francese; laonde con essa parlavano gli apostoli e gli eresiarchi, la Bibbia leggeasi nella versione dei Settanta fatta ad Alessandria, in greco si stesero le omelie di san Clemente, il Pastore di Ermia, le apologie di san Giustino, la confutazione delle eresie di Ippolito, il quale, al par di Origéne, predicò a Roma in greco. Non dicasi per questo che la religione cristiana appartenesse alla letteratura de' Greci; chè se di questi tiene la forma, ebraico essenzialmente erane il fondo, colla semplicità, coll'ispirazione, colla rigidezza d'espressione e di sentimento.
Dopo gli apologisti di cui già parlammo (pag. 115), il primo scritto teologico in latino fu l'Ottavio di Minucio Felice. Ottavio convertito e Cecilio ancora pagano, condottisi ad Ostia, dove villeggiava Minucio celebre avvocato, passeggiavano sul lido; e perchè, al vedere un idolo di Serapide, Cecilio si pose la mano alla bocca baciandola, come praticavasi in segno d'adorazione, Ottavio il disapprovò come d'ubbia indegna d'un par suo. Fermatisi poi ad osservare fanciulli che faceano il rimbalzello mentre altri ne prendevano diletto, Cecilio rimaneva pensieroso sopra le parole udite, sicchè fu proposto di mettere fra loro la cosa in discussione. Tale è il soggetto d'un dialogo di Minucio, che volta a volta rende sapore de' platonici; Cecilio sostiene gli Dei, antica e generale credenza, contro questa pazzia di gente nuova, deturpata di sozze infamie e perseguitata; ma gli altri due sillogizzano così bene, che egli si dà vinto e convertito.
L'africano Arnobio, a lungo sostenuto il paganesimo, si rese vinto alla Chiesa, la quale gl'impose d'adoperare contro dell'idolatria la sua artifiziosa parola. Come dunque dapprima aveva commentato gli autori profani, così nei sette libri contro i Gentili offrì una compiuta oppugnazione delle antiche credenze, rivolgendosi agli addottrinati ch'erano capaci di bilanciarle colle nuove; confuta coloro che dicevano, — Dopo il cristianesimo è perito il mondo: il genere umano diventa preda di ogni male»; e nel suo zelo di proselito, domanda la distruzione non solo dei teatri, ma anche delle opere de' poeti.
Educò egli un altro potente campione del cristianesimo in Lattanzio suo compaesano. Più d'immaginazione oratoria che di storica verità egli fa prova nel trattatello Della morte de' persecutori; nelle Istituzioni divine, pubblicate sul fine del regno di Costantino, debolmente ribattè gli errori senza saperli schivare. Men notevole per elevata eloquenza che per accurata espressione, è il più elegante fra gli autori ecclesiastici latini, nè però merita il titolo di Cicerone cristiano. Ben lontano dall'indignazione di Giulio Firmico, il quale suggeriva di punire l'idolatria a rigor di legge, proclama essere la religione la cosa più spontanea: — Via da noi il pensiero di vendicarci de' nostri persecutori; a Dio se ne lasci la cura; il sangue de' Cristiani ricadrà sul capo di chi lo versò».
San Cipriano, vescovo di Cartagine (248), colle moltissime opere di soave e lucida abbondanza, contribuì forse meglio che altri a separare i due ordini di fede e d'esame, di rivelazione e di concepimento, la cui mescolanza produce o la schiavitù o il traviamento dell'intelligenza, mentre la distinzione schiude allo spirito umano le barriere dell'infinito, traendolo dal simbolo nella realtà.
San Girolamo (331-420), nato nobilmente a Stridone nella Dalmazia, educato a Roma sotto Donato commentatore di Terenzio, e sotto il retore Vittorino, contrasse la coltura e la corruzione di quella grande città, finchè nauseato concentrò sopra il cristianesimo l'ardore potente che prima dissipava nelle passioni. Gustò le maschie voluttà della solitudine, abbellita, come egli dice, «dai fiori di Cristo, lontano dall'affumicata prigione della città»: ma non restandone soddisfatta la operosità sua, si condusse ad Antiochia, dove contro voglia fu ordinato prete; indi a Costantinopoli, benchè quinquagenario, si pose discepolo a Gregorio Nazianzeno nell'esegesi sacra, e mutò in latino varie opere; poi a Roma papa Damaso l'adoprò a diversi negozj e lavori letterarj.