Fu allora che Ambrogio, per animare e distrarre il popolo, introdusse il cantare a vicenda in due cori, cioè le antifone, ancora inusate nel nostro Occidente. Prima d'allora certamente cantavasi dai fedeli, ma forse con una semplicità tutta di pratica; e probabilmente nelle chiese derivate dagli Ebrei seguivasi il modo che questi aveano tenuto nel recitare i salmi, mentre in Grecia vi si applicavano le melopee della lira. Da questa melopea greca prese le mosse Ambrogio, sia togliendone i nômi o le arie popolari, sia riducendo in octacordi, o serie di otto suoni (le ottave), i tetracordi o serie di quattro suoni di cui componeansi i modi greci[141]. Scrisse pure inni di nobile commovente semplicità, alcuni dei quali si cantano tuttora[142]. Con santa compiacenza egli rimembrava la melodia d'uomini e donne, di vergini e fanciulli, sonante come il fragore delle onde, e dalla quale anche sant'Agostino restava commosso fino alle lagrime[143].
La fermezza d'Ambrogio vinse l'ostinazione dell'imperatrice, che dischiuse le carceri, tolse le guardie; e Valentiniano, sentendo la potenza di quell'inerme, diceva a' suoi uffiziali: — Se Ambrogio l'ordinasse, voi mi consegnereste a lui colle mani legate».
Ma poco di poi gli fu elevato incontro un dottore degli Ariani, e pubblicato un editto che permetteva a questi di tenere loro assemblee, minacciando di morte i Cattolici se le turbassero. Ambrogio tornò alle armi sue, la predica, le antifone; e dì e notte la chiesa fu occupata dai fedeli. Tale consenso distolse i principi dall'usare violenza; e il concilio d'Aquileja, tenuto poco dopo il Costantinopolitano, e dove Ambrogio sostenne la parte principale, chiarì la fede de' vescovi d'Occidente, che poterono asserire non esistere più Ariani fino all'Oceano.
Ambrogio durò ventidue anni al laborioso ministero, finchè di cinquantasette a Dio piacque chiamarlo al premio. Si pretende che, per ricompensare lo zelo adoperato contro gli Ariani da lui e da san Valeriano, il pontefice erigesse le sedi di Milano e d'Aquileja in metropoli, dignità fin allora ignota in Occidente. La prima estese la giurisdizione sui vescovadi da Po fin dentro la Rezia; l'altra su quei della Dalmazia, della Pannonia, del Norico, e poc'a poco della Venezia: e l'un metropolita consacrava l'altro, risparmiando il difficile viaggio a Roma.
Contemporaneamente san Filastro combatteva gli Ariani, stese un Catalogo delle eresie, e fatto vescovo di Brescia «città rozza, ma avida di dottrina»[144], resistette a Valentiniano e Giustina insieme con Benivolo, magistrato, il quale, piuttosto che cedere alle blandizie dell'imperatore, si ritirò a vivere oscuro in riva al Benàco. A questo Benivolo sono diretti alcuni sermoni di san Gaudenzio, che peregrinato a Gerusalemme, in Antiochia conobbe san Giovanni Grisostomo, poi succedette a Filastro nel vescovado di Brescia, ove colle reliquie portate d'Oriente consacrò una chiesa col titolo di Concilio de' Santi. Vigilio dal vicino Trento scorreva la valle dell'Adige e il Veronese, predicando, battezzando, ergendo chiese, abbattendo idoli: perocchè nelle vallate alpine conservavasi il culto di Saturno, e nella trentina di Non (Anaunia) circuivansi processionalmente i campi, litando a quel dio; al che non avendo voluto uniformarsi Sisinio, Martirio, Alessandro, furono martirizzati: anche i valligiani di Rondera, ligi all'adorazione di quell'idolo, lapidarono Vigilio[145].
Sì grandiosi uffizj incombevano ai Padri in quella Chiesa, che di perseguitata diveniva dominatrice; ma sebbene greci e latini difendano le stesse verità, e in tutti si senta la convinzione che lotta, l'entusiasmo che eleva, la carità che santifica, traggono carattere particolare dalla natura del paese, secondo che vivono in Oriente o in Occidente. In Roma non erano mai prosperate la metafisica e la filosofia sublime, per difetto in parte della lingua; mentre il sano intelletto e lo spirito pratico vi campeggiarono nello svolgere ed ordinare la legislazione. Pertanto gli apologisti latini non offrono grande apparenza d'ingegno, conservano alcun che dell'alterezza romana, rigidi, ostinati di non calare ad accordi coll'avversario, nè tampoco valersi d'altre armi che le proprie; onde sdegnano gli ornamenti dell'eloquenza, gli artifizj della logica, le reminiscenze della letteratura ostile. La Grecia, ancora fiorente di lettere quando il cristianesimo apparve, gli oppose più clamorosa lotta, armata di cavilli, di seduzioni, di disprezzo; ma quando convertita gli esibì difensori, questi conservarono le costumanze e i difetti delle scuole dond'erano usciti, e comparivano in campo come Davide, accinti della spada rapita al gigante.
Il nemico stesso che combattevano era differente. Roma, per cui sono identici la religione e lo Stato, non sa apporre al cristianesimo condanna peggiore che dichiararlo nemico del genere umano, cioè dell'Impero; il genio suo legale decreta, uccide, non discute; e gli apologisti, opponendo rigore a rigore, s'accontentano spiegare il dogma ed appellarsi alla lettera scritta. I Greci, perdute le avite istituzioni, naturali alla disputa e alle sottigliezze, retori e sofisti ingordi di quistioni nuove, guardano i Cristiani come novatori pazzi o pericolosi, che ripudiando la tradizione, precipitano la coscienza umana nell'incertezza. Mentre dunque i magistrati a Roma uccidevano, i dotti di Grecia esaminavano, discutevano, sicchè gli apologisti erano obbligati scendere a minuzie, accettare l'objezione arguta, snodare il sottile paradosso, il sillogismo capzioso; e sentendo tutta la potenza della libera parola, invocavano solo che la forza non intervenisse nella discussione della verità.
Gli uni e gli altri aprono la nuova società, posati tuttavia sul terreno dell'antica; convincono l'uomo che, senza quel lume del lume, egli ignora le verità più necessarie alla sua condotta, più care al suo cuore, più dolci alle sue speranze; e invocano la libertà delle coscienze, non più per il solo senato, nè per una città od una gente, ma per l'universo. Vinti che ebbero i nemici esterni, dovettero lottare contro le discordie intestine, cioè coloro che, al modo del serpente antico, adopravano la parola di Dio per diffondere l'errore, o per restringere a concetti particolari le verità generalissime che la Chiesa annunziava.
Nelle scuole vengono a fronte l'antico Oriente, l'antico Occidente e il cristianesimo, il quale, estendendosi su tutti gli uomini e tutti gl'interessi, era naturale che trovasse molte ed interessate contraddizioni. I Neoplatonici vogliono elevarsi a Dio non mediante la fede, ma mediante la dottrina. Sêtte giudaizzanti, sêtte giudaiche, sêtte orientali assenzienti od avverse agli Ebrei, sêtte cristiane propense o nemiche all'ascetismo, docili o reluttanti all'asiatica teosofia, cominciano la più splendida gara d'ingegno che il mondo avesse mai veduta, fra la teologia antica e la nuova, fra la mitologia poetica e la religione morale, fra la vetustà che tramonta e il nuovo tempo che s'apre. Onde alla dottrina evangelica incontrò come a tutte le novità; prima tacciata di sogno e di follia, dappoi se ne confessa la sublimità, ma appuntandola di plagio, quasi ogni sua verità fosse dedotta dall'Egitto, dall'India, dall'Accademia; infine se ne adottano i concetti, mentre tuttavia si persiste ad oppugnarla. Ma su quella bilancia ha perduto ogni peso la spada; e l'autorità dei cesari, nell'apogeo della sua forza, non entra per nulla a determinare la credenza; tanto efficace sonò la parola che distingueva i diritti della spada da quelli del pensiero.
Fra le eresie fu clamorosissima quella di Nestorio, il quale negava l'incarnazione di Dio, distinguendo in Cristo la persona divina dall'umana, e ripudiando perciò la divina maternità di Maria: condannata nel concilio di Efeso (431), quarto ecumenico, venne per ricolpo a dare estensione al culto della Vergine, il quale contribuì non poco a svellere i resti del paganesimo, convertendo alla Madre dell'amore e alla donna dei dolori i tempj pagani. Non più sulla natura di Dio ma su quella dell'uomo sofisticarono i Pelagiani, cercando perchè tanti mali si patiscano sotto un Dio buono, come la prescienza divina si combini coll'umana libertà, e la Grazia coll'attività morale dell'uomo. I Manichei lo spiegavano in modo vulgare, supponendo un Dio buono e un malvagio; e da quella provincia romana dell'Africa, dove si svolsero le più vigorose intelligenze cristiane, dove si elaborarono i principj fondamentali della cristiana filosofia, sorse il più vigoroso combattitore, sant'Agostino, del quale parleremo fra poco. Eutichiani, Monofisiti, Monoteliti, colle varie gradazioni di loro eresie concernenti la natura o la volontà di Dio e del suo Verbo, agitarono piuttosto l'Oriente.