Quella dei santi Padri era letteratura vitale, nuova, dell'avvenire; ma la scolastica, di forme ricalcate sui modelli classici, neppur un grande scrittore produsse dopo Costantino. Dall'Africa fu chiamato a Roma e a Milano sant'Agostino per insegnare eloquenza; dalle Gallie un retore per tessere il panegirico a Teodosio; le vennero d'Egitto Macrobio e il migliore poeta Claudiano, da Siria il retore migliore Icherio, d'Antiochia il migliore storico Ammiano Marcellino; e ricordiamoci che in gran carezza di viveri, essendo rinviati i forestieri da Roma, i pochi letterati dovettero andarsene, conservando invece tremila ballerine, altrettante cantatrici, e loro maestri e cori e turba seguace.

Scuole però non mancavano, e san Girolamo vi si esercitava fanciullo a declamare, e con finti litigi addestravasi ai veri; nei tribunali, udiva eloquenti oratori disputare fino a svillaneggiarsi e mordersi[148]. Valentiniano e Graziano istituirono scuole di retorica e grammatica greca e latina nella metropoli di ciascuna provincia; e coloro che venivano a studio in Roma, dovevano portare dalla patria attestazioni dell'esser loro, poi arrivando notificare dove abitassero, a che studj intendessero, non bazzicare male compagnie e spettacoli, se no cacciati a verghe[149]. I maestri di grammatica non insegnavano meramente gli elementi della lingua, sibbene tutte le scienze filologiche[150]: che in conto maggiore fossero quei di retorica, appare dal doppio delle razioni a loro assegnate[151]: passavano di città in città al fiuto de' migliori stipendj, trafficando di versi, complimenti, panegirici, dispute, senza curarsi dell'impero che cadeva o del cristianesimo che sorgeva. Così le scuole diventavano semenzaj di cattivo gusto, come ogniqualvolta s'insegna a supplire ai pensieri con un'enfasi sempre più esagerata, e con cumuli di figure alla perfezione dello stile e alla purezza della lingua.

Deteriorando la coltura e crescendo la mescolanza, sopra l'arte imitatrice studiata dagli scrittori rivalse l'elemento popolare, spontaneo e incolto; sicchè nemmeno i Romani giunsero a conservare l'aristocratica purità della dicitura. A ciò s'affaticarono retori e grammatici; Mauro Servio commentator di Virgilio; Elio Donato precettore di san Girolamo e autore dei rudimenti della grammatica, che divennero modello alle posteriori; Nonio Marcello che trattò della proprietà delle parole latine; Pomponio Festo che scrisse della significazione delle parole; Sosipatro Carisio che diede cinque libri di osservazioni grammaticali; Diomede, Fabio, Planciade, Fulgenzio, che hanno il merito d'averci conservato qualche frammento o qualche tradizione antica; ultimo Arusiano che dispose alfabeticamente frasi e locuzioni spigolate nei classici.

Questi grammatici erano i soli che trascrivessero i libri per uso della scuola: e regolandosi secondo il gusto particolare, lasciavano perire i migliori per conservare i più opportuni; preferivano le cose tenui e le brevi alle storie di Tacito e di Livio; col divulgare estratti buttavano in dimenticanza le opere, il cui guasto venne dunque ben prima che dal medioevo e dai frati.

Altri compilatori ci tramandarono notizie sulla storia e sulle scienze, come Aurelio Macrobio, vissuto al tempo di Teodosio II, che nei Saturnali introduce persone di conto a discorrere di variatissimi argomenti, riportando le notizie e le dottrine degli autori colle parole lor proprie. Di qui una sgarbata mescolanza di stile, confessando egli stesso maneggiare a stento il latino, giacchè era nato in Oriente: ma ci conservò per tal modo brani importanti[152]. Marciano Cappella africano nei nove libri del Satyricon fa fascio d'ogni erba in verso e in prosa: e quella specie di compendio di tutte le scienze servì di testo alle scuole del medioevo. Di Censorino, più che gli Indigitamenta sulle divinità che hanno potenza sopra la vita dell'uomo, è utile il trattato cronologico, astronomico, aritmetico, fisico De die natali, per la cognizione che se ne trae de' computi del tempo fra' diversi popoli.

Le scienze non furono nè estese, nè applicate. La medicina seguitava in un empirismo misto d'incantagioni e di formole. Oribaso da Pergamo, medico di Giuliano e suggeritore delle costui superstizioni, transuntò opere d'antichi; ma il poco che ne rimane non ci aggiunge veruna cognizione: se non che discorre saviamente sugli esercizj di corpo frequentati dagli antichi, e sull'educazione fisica da darsi ai fanciulli, raccomandando quel che mai non sarà predicato abbastanza, d'invigorire il corpo prima di coltivare lo spirito, e lasciar questo in riposo fino ai sette anni, e allora affidare i ragazzi a maestri, ma fin ai quattordici astenerli da grammatici e geometri; dappoi non lasciarli mai oziosi, acciocchè precoce non si svegli in essi l'istinto della carne. Teodoro Prisciano scrisse in latino e in greco un Emporiston delle malattie facili a curarsi, il Logicus sugl'indizj delle croniche e delle acute, il Ginecion su quelle delle donne, e un libro d'esperienze fisiche. Di veterinaria (mulomedicina) trattò un Publio Vegezio, de' mali de' bovi un Gargilio Marziale, scorrendo su tutta l'economia rustica. Va col titolo di Medicina pliniana un libro mal attribuito a Plinio Valeriano. Dopo Costantino v'ebbe archiatri di palazzo, spesso decorati del titolo di conti del primo ordine, e nel v secolo posti a paro coi duchi o vicarj. Fu pensiero nuovo quel di Valentiniano II d'assegnare un medico a ciascuno dei quattordici rioni di Roma.

Vindanio Anatolino diede alcune regole d'agricoltura, buone quantunque miste a gentilesche superstizioni. L'ultimo scrittore latino d'agraria, Palladio Tauro Emiliano, in quattordici libri offre, appropriandoli a ciascun mese, estratti d'antichi, massime di Columella, più di questo esatto nel parlare d'alberi fruttiferi e degli orti: l'ultimo libro è in versi elegiaci. In Italia, dove la retorica guasta sì spesso e la storia e la precettiva, giovi ricordare ch'egli dal bel principio avvertiva: — Innanzi tratto vuolsi por mente a qual sia la persona cui devi insegnare, nè chi istruisce l'agricoltore deve emulare le arti e l'eloquenza dei retori, come si fa da certuni che, volendo parlare eloquentemente ai contadini, ottengono che la loro dottrina non possa capirsi nemmeno da' più esperti».

I Romani sapevano la guerra per arte più che per scienza; nè lo stesso Giulio Cesare riesce di grande utilità agli studiosi della strategia. Il primo che ne trattasse dogmaticamente fu Vegezio Renato, che nell'Epitome institutionum rei militaris, dedicato a Valentiniano II, spogliò varj autori di arte bellica terrestre e marittima, e gli ordini d'Augusto, Trajano e Adriano «affinchè, coll'esempio e l'imitazione delle antiche virtù, gl'istitutori de' giovani soldati potessero ripristinar l'onore della milizia romana guasta e giacente».

Adriano, trovando mal accomodarsi l'antica legione coi nuovi modi della guerra, era ricorso al triviale ripiego di sceglierne i più prodi e obbedienti, e formarne una coorte di mille, quasi il frantumarlo rendesse buono ciò che non è. Probabilmente collocavasi essa a capo della legione, e dietro a lei le nove altre coorti, disposte sopra tre linee: lo che rendeva agevole il formare il battaglione quadrato, di grand'uso nelle guerre di quel tempo contro la cavalleria, nerbo de' Parti e degli Arabi. Ma al tempo di Vegezio la coorte era già ben diversa da quella d'Adriano, componendosi di due linee; la prima d'una fila di soldati pesanti, e d'una d'arcieri ferrati, con lancie e chiaverine; seguivano due file di veliti; indi una schiera di macchine da saettamenti, tra cui balestrieri e frombolieri e reclute male ad ordine d'arme, e gli additi destinati a protegger le macchine alle spalle; ultimi stavano i triarj per la riscossa. Vegezio si lamenta che della legione non sussista più che il nome: a fatica si reclutava, doveasi concederle voluttuosi quartieri, alleggerirne le armi, infine empirla di stranieri; eppure, dice Vegezio, lasciavansi uccidere non come uomini, ma come bruti, anzichè portar armi di buona difesa.

Espone egli coll'ordine schietto e appropriato di Senofonte; mette per fondamento valere più l'arte che la natura, e coll'esercizio e le istituzioni essere i Romani riusciti ad una superiorità, non data loro dalla natura. — Non superavano essi in numero i Galli, in agilità gli Spagnuoli, in forza i Germani, in iscaltrimenti gli Africani, gli Asiatici in ricchezza, i Greci in dottrina; ma meglio di tutti sapeano scegliere buoni soldati, istruirli nella guerra per principj, rinvigorirli con esercizj giornalieri, prevedere quanto può occorrere nelle varie maniere di mischie, di marcie, d'accampamenti; punire i vili, ricompensare i prodi. Queste parti della scienza militare crescono il coraggio; nessuno ha paura nel praticare ciò che ha bene imparato; ond'è che un gomitolo ben destro e disciplinato prevale ad uno più numeroso, ma di minor disciplina ed esercizio, che perciò trovasi esposto a sconfitte micidiali». Scende poi alle particolarità de' varj esercizj nella centuria, nella coorte, nella camerata, nell'individuo.