Nel libro secondo elevasi ad ordinamenti superiori, e alle guise con cui avvincevasi alla bandiera il soldato, non più volontario; facendogli, per Dio, per Cristo, per lo Spirito Santo e per la maestà dell'imperatore, giurar d'obbedire, di non disertare, d'immolar la vita per l'impero. Nel terzo tratta del formare gli eserciti, del conservarli sani e ben animati e disciplinati, delle qualità del capitano, dei segnali, delle disposizioni a norma del terreno, del passo dei fiumi, dei fenomeni naturali. Nel quarto ragiona delle fortificazioni; nel quinto della marina: cose del tutto mutate oggidì.
Nè gran cosa si può imparare da' suoi ordini di battaglia; ma i consigli e le massime generali contengono principj sicuri, che ancora non perdettero l'utilità. — Più avrete esercitato e disciplinato il guerriero ne' quartieri, men pericoli correrete in campo. Non ordinate mai le truppe in battaglia campale, che non ne abbiate sperimentato il valore con avvisaglie, e non siano sicure di vincere. I grandi generali non danno mai battaglia se non tratti da occasione favorevole o dalla necessità. Procurate ridurre il nemico colla fame, col terrore, colle sorprese, più che colle battaglie, giacchè in queste la decisione sta alla fortuna. Maggiore scienza si vuole a ridurre il nemico per fame che per ferro. Staccate dal nemico più uomini che potete, e ricevete bene tutti quelli che a voi verranno: chè guadagnerete più col trar uomini a voi che coll'ucciderli. Dopo una battaglia fortificate i posti, anzi che sparpagliare l'esercito: chi lascia i suoi sbandarsi inseguendo i fuggiaschi, cerca perdere la vittoria. Il disegno migliore è quel che rimane celato al nemico. Cogliere le occasioni è arte di guerra più utile che il valore. L'armata acquista forze nell'esercizio, le perde nell'inazione. Chi rettamente giudica delle forze proprie e delle avversarie, di rado soccombe. Il valore prevale al numero; una posizione vantaggiosa prevale talvolta al valore. Manovre sempre nuove rendono formidabile un generale; condotta troppo uniforme lo fa vilipendere. Secondo sarete forte in fanteria o in cavalleria, procuratevi un campo favorevole a questa o a quell'arma; e l'urto maggiore parta da quel dei due, su cui fate maggior caso. Deliberate con molti ciò che in generale converrebbe fare; decidete con pochissimi o anche da solo su ciò che dovete fare in ciascun caso particolare».
Sesto Giulio Africano, nei Cesti, deplorata la invalsa trascuranza delle armi offensive, continua: — Se si pensasse a proteggere i guerrieri con corazze ed elmi alla greca, se si attribuissero ad essi lunghe lancie, se si esercitassero a scagliare più a sesto il giavellotto, e a combattere caduno per se stesso, e quando occorra avventarsi sopra il nemico, correndo di tutta forza sin al tiro dei dardi, certo i Barbari non resisterebbero». Le quali modificazioni furono appunto adottate sotto Alessandro Severo, che con soldati così allestiti formò una gran falange di sei legioni, più numerosa che mai non fosse stata la greca. Ma già alla forza surrogavasi l'astuzia, ed esso Giulio si diffonde intorno ai modi di far perire il nemico senza combattere, cioè avvelenar le acque, i cibi, l'aria stessa, spaventare i cavalli, circuire il nemico con quelle frodi che la prisca virtù romana aveva aborrite. Poi suggerisce spedienti per sostenere intrepidi sia l'attacco de' nemici, sia il ferro de' chirurgi; all'uopo è ben fortunato chi trovi nello stomaco d'un gallo una pietruzza, e la porti seco alla mischia; come pure converrà tenersi propizio il dio Pan, ispiratore del terror panico, e potentissimo a dare e togliere il coraggio.
In tempi di tanta importanza pel morire di una e il sottentrare d'un'altra civiltà, nessuno tolse a delineare al vero i popoli invasori, o il carattere dei personaggi senz'adulazione o livore. Nè a contemplare d'occhio fermo i casi, e con ordine e verità narrare tanti disastri era opportuna quella mollezza degli intelletti, quello spossamento degli animi. Qual fiducia avere nel domani quando si vedeva perire ramo a ramo la pianta sociale, nè prevedevasi qual sorgerebbe dal suo ceppo? I Barbari, in perpetuo ed irragionato movimento, presentavano soltanto l'agitazione del caos o l'impulso dell'accidente cieco, ineluttabile: maledirne le vittorie era pericoloso quando già sovrastavano, viltà il celebrarle; meglio tornava il tacere o stordirsi.
Aurelio Vittore scarnamente compendiò le vicende romane da Augusto fin alle vittorie di Giuliano nelle Gallie, il quale gli decretò una statua di bronzo, onore svilito, e il governo della seconda Pannonia, indi Teodosio la prefettura di Roma. Flavio Eutropio, che fece la campagna di Persia con Giuliano, per ordine di Valente scrisse un Breviario della romana storia in dieci libri, dall'origine fino a Gioviano, con facile, semplice e pulita dettatura, e con amor del vero, quantunque non gli basti sempre l'arte di sceverarlo dal falso. Sesto Rufo, per ordine di Valentiniano, dettò un Compendio delle vittorie e delle provincie del popolo romano, specie di statistica, cui fa corona un opuscolo sui monumenti e gli edifizj di Roma. Storie scritte per ordine!
Ammiano Marcellino, nato di buona casa in Antiochia, militò nella Mesopotamia e nella Gallia; poi di cinquant'anni ritiratosi dalle armi in Roma, scrisse in latino una storia dal punto ove Tacito finisce, sino alla morte di Valente: ma dei trentun libri ci rimangono solo gli ultimi diciotto, che abbracciano dal 352 al 78, viepiù importanti perchè ogn'altro storico è venuto meno. A modo dei cronisti, digredisce grossolanamente sopra le comete ed altri accidenti naturali, mentre tace occorrenze di capitale rilievo. Da soldato narratore scarseggia d'arte e finezza, ma non di buon senso e amore della verità; non si propone scolasticamente un modello qualsivoglia, non fa della storia un retorico esercizio, e conosce che la semplicità ne è merito supremo; sa mostrare come i fatti si concatenino, e delineare i caratteri; e preziose informazioni ci trasmise su paesi e costumi che avea veduti, e massime sulla Germania. Al cristianesimo non fa buon viso, pure non l'aspreggia; e disapprova egualmente le mistiche follie di Giuliano, l'intolleranza di Costanzo, e lo sviare d'alcuni vescovi dalla primitiva disciplina. È l'ultimo suddito di Roma che in latino scrivesse una storia profana, onde si prova un vero rincrescimento nell'abbandonarlo[153].
I narratori ecclesiastici sono greci i più; e fra' latini, per dizione pura e calma sobrietà fu chiamato Sallustio cristiano Sulpizio Severo d'Aquitania, che con pia credulità scrisse la vita di san Martino, e le vicende della religione dall'origine del mondo fino al 410 dopo Cristo.
Dal vuoto Plinio sin a Costantino appena si trova chi aspiri al titolo di oratore; e le Declamazioni di dieci retori minori, raccolte da Calpurnio Flacco al tempo degli Antonini, girellano sopra soggetti immaginarj con poca arte, meno eleganza e niuna spontaneità. All'introdursi del fasto orientale frequentarono i panegirici, e dodici ce ne rimangono, infelici imitazioni del non felice Plinio: sono gratulazioni e piacenterie recitate agli augusti in nome della provincia dai più eloquenti, cioè da quelli che sapevano dir a disteso e ornatamente ciò che in breve e con semplicità si potrebbe. Anicio Simmaco romano, da Prudenzio anteposto fin a Cicerone, ci pare infelicissimo; pregia gli antichi, ma smanioso del bagliore poetico, ingordo dell'applauso anzi che castigato veneratore della bellezza, trastullasi in licenziosi traslati, e di giocherelli ingegnosi copre fracide adulazioni[154]. Suo figlio ne raccolse le lettere in dieci libri, senz'ordine cronologico, ma non inutili alla storia; e chi le paragoni con quelle di Cicerone, poi con quelle di Plinio, avrà tracciata la crescente digradazione dalla franca semplicità repubblicana alle formole pomposamente servili. Per eloquenza Mario Vittorino africano ottenne una statua nel fôro Trajano, e dall'Apostato fu eccettuato dal divieto d'insegnar belle lettere, quantunque cristiano: ma nè ciò, nè gli encomj dei santi Agostino e Girolamo tolgono alle opere sue di parer buje ed incolte, oltrechè povere di dottrina teologica.
I poeti ridussero a mestiere l'adulare, e uniti in maestranze come le altre arti, dai loro priori erano condotti al palazzo dei grandi per celebrare onomastici, matrimonj, virtù finte quanto le augurate prosperità. Si lascino nell'oblio co' loro odierni imitatori que' verseggianti ispirati da fame e da vigliaccheria; quelle poesie descrittive, dove l'eleganza stentata rivela la meschinità dell'ingegno. Solito delle età di decadenza, al bello si credette supplire col difficile; e Publilio Ottaziano, esigliato da Costantino, ottenne grazia coll'offrirgli una serie di componimenti, alcuni dei quali figurano un altare, altri un flauto, quale un organo[155]; in uno il primo verso è tutto in bisillabi, il secondo in trisillabi, il terzo in quadrisillabi; in un altro si succedono le parole di una, due, tre, quattro, cinque sillabe; in altri la prima parte dell'esametro è riprodotta nella seconda del pentametro[156]; in uno i versi possono leggersi da destra a mancina senza che si alteri il metro; in uno di venti versi, tutte le prime lettere insieme formano Fortissimus imperator, le quattordicesime Clementissimus rector, le finali Costantinus invictus[157]. Altri tessellavano poemi nuovi con emistichj vecchi, come Falconia Proba che applicò a Gesù Cristo le frasi di Virgilio; del casto Virgilio, cui Ausonio trasse a laide significazioni. Rufo Avieno, due volte proconsole al tempo di Teodosio, ridusse in versi latini i Fenomeni e i Prognostici d'Arato, e la Descrizione della terra di Dionigi Alessandrino, e fin le storie di Livio pensava verseggiare in giambi.
Claudio Claudiano d'Alessandria, già maturo, adottò la lingua latina, e le restituì un vigore disimparato; scrisse sopra differenti soggetti, alcuni di rimembranza, come il Ratto di Proserpina e la Gigantomachia; i più d'occasione, or lodando il barbaro suo mecenate Stilicone, or con estro più caldo vituperando Rufino ed Eutropio avversarj di quello; sempre esagerato, sempre ingrandendo le cose piccole, abbellendo le grette. Triviale d'immaginativa, trova però felici modi[158]; è mirabile artefice d'armonia: ma non trascende mai quel piccolo valico, per cui gli ottimi arrivano a sollevare l'intelligenza e toccare il cuore. Entrato franco nel soggetto, languisce come chiunque non sorregge l'ingegno collo studio: nè rifugge da immagini esuberanti o schife, come cavalli che pregustano la preda che avran domani, o vene che vomitano l'oro, o mari che sputano gemme sulla spiaggia.