Soprastava Alarico, soprastava Attila; ed i poeti chimerizzavano la Roma di Fabrizio e di Catone, nella città dei papi ricantavano Giove e la guerra, e a Stilicone parlavano un linguaggio qual sarebbe stato conveniente a Mario. Claudiano ha in pronto numi ed augurj per ogni occorrenza, per levare in cielo il cattolico imperatore Teodosio, per festeggiare il natalizio d'Onorio e vaticinare la fecondità de' suoi illibati imenei. Il genio poetico s'incateni a idee che hanno perduto la forza, la vita, l'avvenire, e avrà condannato se stesso a rimbambolire. Nè allora si trattava de' trastulli poetici di certi poetonzoli odierni; perocchè, quando stavansi a fronte due civiltà nemiche, il cantar Giove significava chiarirsi contro Cristo; e Claudiano forse col beffare i Cristiani[159] e rendersi cantore uffiziale del paganesimo, meritò che il senato facesse dai dottissimi imperatori decretargli il titolo di chiarissimo, il grado di notaro e una statua nel fôro Trajano[160]. Ma la ruina del generale Stilicone ravvolse anche il poeta.

A Magno Ausonio di Bordeaux l'esser maestro di Graziano fece ottenere il titolo di conte, e le dignità di prefetto al pretorio d'Italia e d'Africa, e di console. Graziano, che non avea potuto trovarsi presente all'inaugurazione di lui, volle assistere allorchè deponeva i fasci; nella qual occasione il poeta recitò il ringraziamento che ci resta. L'imperiale alunno gli rispose: — Pago un debito, e pagandolo resto ancora debitore»; motto che val meglio di tutta l'elucubrata arringa del poeta. Morto Graziano, Ausonio collocossi in patria, ove compose la più parte delle opere che ce ne restano; delle quali tal conto facevasi, che Teodosio gliele chiese per lettera. Però, se nella verseggiatura conserva quel fiore che ultimo i Latini perdettero, dà troppi segni di decadenza; alla parola propria surroga artifiziate circonlocuzioni; e le lettere son le nere figlie di Cadmo, bianca figliuola del Nilo la carta, gnidj nodi la cannuccia da scrivere. Nel Grifo enumera tutte le cose che vanno tre a tre, le Grazie, le Parche, le fauci del Cerbero, il tridente di Nettuno, le teste della Gorgone, Iddio uno e trino; mescolanza di sacro e profano, in cui cade sovente. Piacesi anche degli sforzi, come terminare un verso col monosillabo da cui comincia il seguente: insomma un frivoleggiare perpetuo in mezzo a pericoli incalzanti.

E s'egli è vero che fosse cristiano, voleva per arte rimanere gentilesco. Anche altri poeti cristiani s'accontentarono d'imitare i classici in descrizioni, narrative, didascaliche, panegirici, antichi di forma come d'immagini e di stile, se non che surrogavano la sacra scrittura, vite di santi, virtù cristiane; innesto disopportuno sul giovane tronco. San Severino lasciò un poema bucolico sopra una delle molte epizoozie che, uscente il iv secolo, s'aggiunsero alle altre sventure. Bucolo pastore al mandriano Egone guaisce d'aver perduto il suo armento; e Titiro, chiesto come il suo conservasse, risponde, col fargli in fronte il segno della croce; dal che toglie occasione per ridurli a seco adorare il Cristo: veste antica con toppe nuove.

Altri, affidandosi ai sentimenti personali, aprivano campo intentato; e col cristianesimo, religione intima, coi sublimi modelli de' profeti, coll'espressione della gioja e della tristezza universale per via di cantici ripetuti a coro, la poesia latina si svincolò dalle elleniche imitazioni, e si fece originale, spontanea, inspirata. Alcuni inni, che tuttora si cantano dalla Chiesa, reggono a petto delle migliori odi de' classici, se non per elegante purezza di lingua, certo per profondità di sentimento e poetica potenza[161]. Destinata non a dilettar pochi, ma ad operare su tutti, non ad essere letta a tavolino, ma cantata nelle piene chiese, la lirica dovette scegliersi altre forme, più libera nella frase e nel metro, preferendo strofe di quattro versi, e giambici di quattro piedi, confacevoli alle schiette cantilene del coro; dalle severità della prosodia e del ritmo emancipandosi più sempre, finchè l'accento prevalesse del tutto alla quantità, e ne venisse la versificazione moderna. Anche nella descrittiva, qualora non vada sopraccarica d'inutili ed estranie particolarità, come in alcuni panegirici di santi, ricorre la solenne gravità e la forza dignitosa de' classici, mentre occupa di profondo sentimento il lettore, lontano al pari dalle sdulcinature e dalla gonfiezza.

Negli inni di Aurelio Prudenzio tarragonese, oltre la cristiana unzione, si riscontrano passi e graziosi e commoventi, e pratica delle bellezze classiche, benchè incappi in solecismi, e leda le regole del metro. San Prospero d'Aquitania, notaro di Leon Magno, lasciò alcuni poemi, centosei epigrammi, o dirò meglio pensieri morali, derivati da sant'Agostino; un carme degl'Ingrati, designando con questo nome i Semipelagiani, che pretendevano potesse l'uomo colle sole sue forze operare la propria santificazione. Sidonio Apollinare, nobile lionese, coi panegirici agl'imperatori Avito, Magioriano, Avieno acquistò onori; poi ritiratosi placidamente nell'Alvernia, vivea con tre figli e coll'ottima moglie, visitato da quanto possedeva di meglio la fiorente Gallia, e scrivendo versi su tutti i piccoli accidenti: non manca d'estro e immaginativa, ma l'andazzo delle scuole il trasse a sottigliezze e metafore esagerate, che parevano un oro ai depravati Romani e agl'ignoranti invasori.

Comodiano di Gaza fece un poema contro i Pagani, ove le iniziali di ciascun articolo formano il titolo dell'opera; ma è degno d'osservazione che gli esametri non han più riguardo alla quantità delle sillabe, ma al numero soltanto: avviamento dalla versificazione metrica alla ritmica moderna, e indizio che la pronunzia già fosse alterata, sebbene vivesse ancora il latino. E nuovo segno ne è l'introdursi della rima, la quale, se talvolta già era sfuggita anche ai classici, allora adopravasi per sistema sì nei versi che nella prosa[162]. Pure, se la prosa, accostandosi al parlar comune, ritraeva dell'alterazione prodotta dalla mescolanza di tante barbare voci e frasi, il poeta, non ispirato e spontaneo ma studioso e ricordevole, trovava ne' suoi modelli la purezza primitiva e meditata: laonde fin quelli che scrivono disacconcio e barbaro, come Sidonio e Capella, nei versi non sembrano più dessi. E sebbene ad altri insegnamenti che gli ordinarj fossero formati coloro che s'applicavano alla scienza di Dio ed alle quistioni morali e teologiche, salta agli occhi un malaugurato contrasto tra il fondo e le forme, le idee e lo stile: quelle, gravi e interessanti, come espressione degli uomini e del tempo cui appartengono; questo, affettato, quasi l'autore, nell'applicar la fantasia a cercare ingegnose combinazioni di parole e di frasi, tema sempre non trovarne di abbastanza nuove, bizzarre, forzate. È costretto usar la parola propria e immediata? vuol però rialzarla e darle apparenza di nuova con un giro della frase che stuzzichi l'attenzione, ecciti la meraviglia.

La Bibbia portò un ringiovanimento nella letteratura latina, insegnando una inusata semplicità d'esposizione, una poesia più schietta, e a trattare i punti più elevati senza metafisiche astrazioni, ad esprimersi per immagini vive: e di là cominciarono le invenzioni simboliche, onde si arricchì il medioevo. Troppe cagioni, e non letterarie, intristirono i frutti; ma non è men vero che, mentre, per la trasfusione della lingua cristiana, sovvertivasi il latino classico, ne nasceva un nuovo che poi divenne comune a' filosofi, e durò fin nel Cinquecento allorchè risorse il ciceroniano.

Di bonissima ora la Bibbia fu tradotta in latino, e forse qualche parte in latino scritta: dal che raccogliete quanta ragione abbiano i pedanti di considerare come barbara una dettatura contemporanea di Tacito[163]. Il Vangelo e gli Atti apostolici, narrandoci puramente quel che rileva alla dottrina, lasciavano la curiosità su quel profluvio di notizie, che soglionsi desiderare intorno a tutte le persone insigni, venerate o dilette. Per soddisfarvi cominciarono alcuni a raccontare la vita di Cristo, della sua madre[164], degli apostoli, parte raccogliendo quel che da altri udivano, alterato come accade dalla tradizione, parte aggiungendovi di loro fantasia. Ne vennero così i vangeli apocrifi, i quali, sebbene non sieno esibiti alla fede del credente, nè resistano all'esame del critico, sono però modelli d'ingenuità, che contrastano singolarmente coll'antica letteratura, massime della decadenza. Alla pietà poco avveduta fece poi intoppo la malizia, quando, dilatandosi le eresie, ogni setta volle avere un vangelo suo proprio, con avvenimenti o sentenze che servissero a' suoi errori: talchè la Chiesa dovette intervenire per sceverare i veri dagli apocrifi.

Campo nuovo alla letteratura cristiana aprivano pure le vite di tanti martiri e de' mirabili solitarj. Anche in antico si erano stese biografie, ma sempre di personaggi da storia; mentre qui l'umile virtù trovava il suo panegirico e la sua rivelazione, e l'umana natura riproducevasi nel racconto di minuti accidenti, esposti per edificazione altrui. Nessuno voglia cercarvi scene dilettevoli al bel mondo, nè filosofici accorgimenti, bensì l'ingenua narrazione domestica, in cui, se la storia positiva è talvolta alterata, la storia morale rivelasi con tocchi pieni d'attrattiva e di verità. Il mondo romano, fidato nella propria eternità mentre strisciava sull'orlo dell'abisso, proseguiva i suoi vanti e le sue cure; i poeti ricantavano i loro Dei, senza volersi accorgere che erano trafitti nel cuore; i filosofi disputavano sul crepuscolo, quando già era spiegata la pompa del giorno: frattanto il popolo, a cui quelli non ponevano mente, tesseva la storia secondo il suo stile, ripetendo ora le predicazioni dell'apostolo, ora i tormenti del martire, ora la castità della fanciulla, or le astinenze dell'eremita, con quegli abbellimenti di circostanze che sono carattere dei racconti popolari. Da ciò le tante leggende che esercitarono la pietà de' secoli credenti e la critica dei pensanti, ma dove nessuno potrà non riconoscere un'ammirabile semplicità, una credenza talvolta ingannata, non però ingannatrice; troppo male imitate da quelli che dappoi ne composero per esercizio di scuola.

I primi scrittori cristiani, occupandosi della virtù più che della dottrina, pensarono solo esporre i dogmi della fede, i precetti della morale, i riti del culto: onde la più parte delle opere loro sono catechismi, dettati col calore della convinzione. Il cristianesimo aveva posto come base d'ogni dottrina quel che di più generale v'ha nelle credenze e nella ragione umana: agl'intelletti non restava dunque che adoperarsi a piantare ogni scienza sopra tale inconcusso fondamento, dal che sarebbe venuto e il totale rigeneramento del sapere, e l'immenso progresso che è frutto dell'accordo. Sciaguratamente sottentrò ben presto alla fede universale l'individuale opinione; e fra problemi inestricabili, logorossi tempo e fatica per fabbricar sistemi, incerti di diritto, effimeri di fatto; il carattere dell'universalità si smarrì nelle suggestioni parziali; e le speculazioni furono mentosto un ingrandimento dell'ordine della fede ben accertata, che un ritorno a parziali teoriche, a scuole esclusive, ad ipotesi gratuite.