Già prima d'Augusto le produzioni dello spirito e delle arti non si proponevano che di stimolare i personali appetiti: al leggere i profani, diresti componessero in paesi remoti da ogni tumulto, nella Roma trionfale e confidente ne' suoi numi; tanto puerilmente cantano sull'orlo della tomba, e incensano per reminiscenza le quatriduane immortalità. Arte siffatta dritto è bene se vien presa a vile dai Padri della Chiesa; essi che, tonando dal pergamo, argomentando nell'assemblea, od orando nella solitudine, sempre sono gli uomini del momento e della realtà, risentono e rivelano i martorj d'una società che perisce; essi eroi della carità e dell'opposizione, quando nel resto non appajono che smaccate piacenterie, o flacida rassegnazione, o pazienza addolorata. Non per questo vilipendevano i classici; e Girolamo credeasi castigato dal cielo perchè troppo ciceroniano; e sant'Agostino raccomandava che ai fanciulli si desse di buon'ora Virgilio, acciocchè non più lo dimenticassero[165].

Per assodare il vero, i Padri dovettero ribattere il falso, e mostrare l'accordo della fede colla ragione, non solo adducendo le prove storiche della rivelazione, ma costituendo un sistema di speculazioni razionali, fondate sopra di quella. Adunque, considerando filosofia e religione derivate dalla fonte stessa, drizzaronsi a conciliarle con un eclettismo, che differisce da quello dei Neoplatonici in quanto, invece di strascinare le concezioni delle varie scuole ad accordarsi con altre dell'ordine medesimo, le normeggia ad uno superiore, qual è la fede. I Padri latini, quand'ebbero a combattere eresie, adottarono anch'essi il sillogizzare d'Aristotele e di Zenone; ma in generale trovarono più confacente il platonismo, che alcuno disse un'anticipazione od un preparamento del cristianesimo, salvo a scostarsene ove men retto argomentasse; tenendo costantemente la filosofia come ancella della teologia, la rivelazione come base d'ogni cognizione pratica e speculativa.

Ammessa la rivelazione, restavano chiariti tutti i dubbj logici. Essa contiene la morale, cioè quanto concerne le azioni umane: essa è comunicata per mezzo della parola, dunque spiega le origini del linguaggio: essa è fatta da un essere ad esseri, dunque accerta l'esistenza molteplice: essa viene da sorgente infallibile, dunque porge il criterio della certezza. Così argomentava la Chiesa, benchè alcuni de' Padri, ligi ad abitudini di scuola, andassero a cercare dalla scienza ciò che soltanto la fede può somministrare. Dio pertanto e la sua relazione col mondo e coll'uomo sono il primario oggetto del loro spiritualismo più o meno razionale. Dio per atto di libera volontà cavò dal nulla il mondo. Alcuni poi sostenevano operata la creazione nel tempo; altri da tutta l'eternità, come l'altre qualità di Dio così quella di creatore dovendo essere eterna. Alla fatalità degli astrologi e degli stoici opponevano una provvidenza generale e particolare, forse esercitata col ministero degli angeli.

Questa scienza, opposta all'egoismo filosofico, non aspira alla gloria mondana di fondare scuole, anzi professa che la dottrina non è sua; non dipartendosi mai dal senso comune del genere umano unito a Dio, cioè dall'autorità della Chiesa. La morale da que' principj dedotta non formolavano in una scienza; ma datole per fondamento la volontà di Dio, espressa dalla ragione e dalla rivelazione, e l'obbligo dell'uomo di obbedire a chi ordina o in virtù di potenza assoluta, o per dirizzare alla felicità temporale ed eterna, dettavano precetti severi e purissimi: raccomandavano specialmente la carità, ossia l'amore disinteressato del prossimo, la sincerità, la pazienza, la temperanza: alcuni si spinsero fino a rigoroso ascetismo, che purgasse dal peccato e sciogliesse dalla materia per via di contemplazione e di penitenza.

Il complesso della dottrina, e insieme il punto più elevato della storia e della filosofia cristiana si riscontrano in Aurelio Agostino da Tagaste nella Numidia (354-430). Cresciuto fra le lusinghe d'una giovinezza voluttuosa ma colta, sul terribile problema del come coesistano un Dio buono ed il peccato, accettò la vulgare soluzione de' Manichei, che supponeano un principio buono ed uno malvagio; poi non se n'accontentando, ne cercò altre, perfino coll'astrologia e colla chiaroveggenza; al fine per disperato abbandonossi allo scetticismo. Fatto professore di retorica a Milano, invaghito de' classici, sì che piangeva ai lamenti di Didone e dall'Ortensio era trascinato alla ricerca più sublime, per dotta curiosità andò ascoltar le prediche di sant'Ambrogio; ma queste gli crebbero il bisogno d'acchetarsi nella verità, e si rivolse a Platone, dal quale iniziato al sentimento dell'essere spirituale[166] e al concetto della realtà vera, tranquillò l'anima nell'autorità e nella rivelazione, e ricevuto il battesimo da sant'Ambrogio, alleò la fede di cristiano colla ragione di filosofo, tolse a confutare gli errori cui prima aveva aderito, dibattè i problemi più spinosi della filosofia, e primo in Occidente ridusse a forma sistematica la dottrina evangelica, mostrando indispensabile alla scienza e alla ragione umana l'appoggiarsi nella divina.

Sublime ingegno benchè sfavorito dai tempi, fu il più filosofico tra i santi Padri; tutto seppe, a tutto piegò il docile intelletto; egli metafisico, egli storico, egli erudito delle arti e de' costumi[167], sottile dialettico, oratore grave e maestoso; scrisse di musica, come dei più ardui punti teologici; descrisse la decadenza dell'imperio come i fenomeni del pensiero; avvivò la disputa scolastica coll'eloquenza; eloquenza talora barbara e affettata, spesso nuova e semplice, sempre viva e concisa, e sostenuta dall'affetto. Ne' Soliloquj ragiona seco stesso «per saper Dio e l'anima», all'arguta dialettica accoppiando fantastica sensività. Nelle Confessioni, libro per le anime che ritornano al cammin dritto, non per quelle che mai non se ne scostarono, esponendo i proprj fatti non per celia come Orazio e l'Ariosto, nè coll'aria provocatrice di Rousseau e dell'Alfieri, ma gemebondo e a ginocchio, egli ci mostra un'anima tutta ambizione ed amore, che nel giovanile traviamento s'inebbria non si soddisfa, della celebrità s'annoja, corre ingorda dietro alla felicità e al vero, e nella turbolenta solitudine del cuore contrasta con se stessa, e supera le barriere che oppongono una falsa sapienza, una lunga abitudine, i fomiti della gioventù e della concupiscenza. La profonda naturalezza di quello scritto è cosa insolita all'antichità; come la riflessione severa e la mestizia senza disperazione, che il cristianesimo metteva nell'uomo.

Quanto alla politica, al detto di san Paolo «Non v'è potestà che non sia stabilita da Dio», Agostino aggiunge, «O la ordini egli, o la permetta». Che appartenga al sovrano il diritto di vita e di morte, era allora sì indubitato, che il cristianesimo non bastò a negarlo; e sant'Agostino disse, il soldato che non uccide quando il principe legittimo glielo impone, esser reo come quello che uccide senz'ordine[168]; non bene ancora afferrando l'idea di un nuovo diritto pubblico, che discernerebbe affatto la forza dal diritto di giudicare. Assolve la tremenda necessità della guerra qualvolta sia fatta per respingere l'ingiuria, vendicar il torto recato ai sudditi, opporsi ad ambiziosi invasori; ma iniqua la rendono l'ingiustizia del motivo, la violenza dei mezzi, l'abuso della vittoria, l'accannimento contro il nemico, il turbar la pace, l'ambir conquiste, il permettere violenze che si potrebbero impedire[169].

Agostino stesso dal tribuno Marcellino implora grazia per alcuni settarj, proponendo invece della morte una prigionia «dove siano ricondotti dalla malefica operosità all'utile lavoro, dalla follia del delitto alla ragione e al pentimento»: nel che voi scorgete adombrato quel sistema penitenziario, da cui tanto spera la nostra età. Altrove proclamava essere i governi istituiti dal popolo e pel popolo; «i re nè i signori non ebbero nome dal regnare o dal signoreggiare, bensì dal reggere; regno deriva da re, e questo da regolare. Il fasto principesco vuol riguardarsi non come attributo di chi governa, ma come orgoglio di chi domina. Iddio, avendo fatto l'uomo ragionevole ad immagine sua, volle dominasse sulle creature irragionevoli, non sull'uomo; e però i primi giusti furono collocati pastori di greggie, anzichè re d'uomini; volendo Dio con ciò darci a conoscere qual cosa fosse confacevole e all'ordine delle creature e alle conseguenze de' peccati»[170].

Assunto vescovo d'Ippona (395), coll'eloquenza evidente e colla straordinaria emozione allettava le fantasie degli Africani, che, per udirne i prolungati ragionamenti, abbandonavano i riti superstiziosi. Poi da' trattati più eccelsi della metafisica scendeva a catechizzare i fanciulli, addolciva la condizione degli schiavi, per redimere i quali vendea sino i vasi dei tempj; ed esortava tutti all'armonia e alla carità.

Già considerammo i santi Padri nell'azione: come filosofi e letterati voglionsi misurare ad altra stregua che la ordinaria. È vero che ai latini manca la bella armonia del genio greco e la graziosa e castigata elocuzione; di rimpatto sono più originali, più attuali; piaciono meno, penetrano meglio. In Agostino e Ambrogio si fa sentire la scuola con tante antitesi, coll'enfasi, col sottilizzare; Cipriano ha l'ampollosilà meridionale; Lattanzio un'acquosa facilità; Tertulliano uno stile ferreo: ma di rimpatto la veemenza di Cipriano è sempre magnanima; Tertulliano spiega una robustezza senz'esempj; Ambrogio, naturalmente ameno, sempre nobile e pieno d'unzione; Agostino sublime e popolare, accoppia i pregi degli altri, e sa adoprarli a vicenda in una carriera di diversi combattimenti. In tutti poi, se la lingua digrada, si rialza lo stile; al difetto di purezza suppliscono il vigore del sentimento, la ricchezza delle immagini, l'elevatezza del vedere, e massime la novità del fondo, pregio notevolissimo in una letteratura che sempre erasi applicata a tradurre o imitare. Girolamo, fra bellezze stupende, tanto nerbo, tanta immaginativa, tanta erudizione, ha le bizzarrie d'un genio sbrigliato; l'espressione sempre energica, sovente naturale, guasta con citazioni disadatte, con triviali riflessi, col non sapersi arrestare a tempo: ma come riuscire corretto se talvolta in un giorno scrivea mille righe, e in una notte compose il trattato contro Vigilanzio?