E la fretta è il carattere di scritture dettate per occasione: dettate fra l'universale scadimento, fra invasioni, fra dispute iraconde, fra grossolana effeminatezza e imbelle scoraggiamento, come pretendervi la sobria e severa purezza che innamora ne' classici? Ne' loro contemporanei trovammo grammatici gelati, retorici ciancieri, cronisti digiuni, poeti da nozze e da idillj, tutto ciò che può combinarsi colla depressione morale: i cristiani, filosofi e politici, destinati a meditare e fare, persuadere e governare, sovrastano per convinzione ardente ed operosa, conseguente calore e verità di linguaggio, pel continuo occuparsi degli interessi più attuali e grandiosi dell'uomo e dell'umanità, per l'elevatezza che ritraggono dall'osservare gli eventi non secondo l'impressione istantanea, ma in relazione colle verità eterne e con una vita di cui questa non è che l'ombra e la preparazione. Da tale punto d'aspetto doveano essi ravvisare ben altrimenti le grandezze e il decadimento di Roma.
Quando questa, come or ora vedremo, fu presa dai Goti, il mondo cristiano esclamò esser vendicato il tanto sangue de' martiri; e da molti discorsi, anche di sant'Agostino, trapela una specie di contentezza per questa grande giustizia. Gli amici dell'antico culto interpretavano invece quel disastro come punizione degli Dei abbandonati, e imputavano ai Cristiani la ruina dell'impero. A costoro Agostino oppose la Città di Dio, curioso lavoro di genio e d'erudizione, tanto complesso di mezzi eppur unico di fine, e il primo monumento di filosofia della storia. Gran potenza doveva conservare il politeismo se Agostino credette d'insister tanto nel provare la superiorità di Dio sugli Dei. Assume egli di mostrare come nel paganesimo giacessero sconvolte le idee di virtù e di gloria, lo riconduce ai veri elementi suoi, il panteismo materialista e l'adorazione della carne, e cerca in esso le reali cagioni della rovina della società, ponendo a parallelo le due civiltà che si combattevano.
Gli abitatori della città di Dio e della città del mondo vivono mescolati quaggiù, ma quale trionferà? che fia di Roma? Invece di rispondervi direttamente, egli s'approfonda ne' misteri dell'eternità, scruta i tremendi abissi della giustizia divina e le esultanze della rimunerazione. Quante bellezze nella natura! quante meraviglie nell'industria! quante gioje nell'intelligenza! Agostino divaga nel descriverle, e — Se tanto Iddio largisce a chi ha predestinato alla morte, che farà per coloro che predestina alla vita?» così dell'una città preconizza la caduta con una convinzione fin allora ignota alla storia, mentre canta il trionfo dell'altra, che da Abele in poi, fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, peregrinando procede. «Quella venne fabbricata dall'amore di sè, portato fin al disprezzo di Dio; questa dall'amor di Dio, portato fin al disprezzo di sè; l'una si glorifica in se medesima, l'altra nel Signore; l'una cerca la gloria degli uomini, l'altra non vuol gloria fuorchè il testimonio della coscienza; l'una cammina tronfia e pettoruta, l'altra dice a Dio, Tu sei mia gloria; nell'una i principi sono strascinati dalla passione di signoreggiare sopra i sudditi, nell'altra principi e sudditi si rendono reciproca assistenza, quelli ben governando, questi obbedendo».
Come dunque nella sua gioventù, cerca ancora le ragioni della lotta fra il bene e il male, ma pone fuor di questa un Dio immutabile, sorgente unica degli esseri tutti. Il male esiste, ma viene da una creatura, qual è il demonio: gli uomini si disputano la gloria, la ricchezza, i beni che Dio abbandona ad essi. L'incarnazione futura del Riparatore è la ragione suprema di essere del genere umano, la lanterna nel mar della storia. Viene Cristo, ma allora l'impero si scoscende, e sono le sue ruine che ispirano il libro d'Agostino, la più grande rivelazione del maggior conflitto che la storia ricordi tra i due mondi; l'uno perduto sempre dal peccato, l'altro sempre salvato da Cristo.
Cominciata l'opera nel 411, la pubblicò in ventidue libri successivamente fino al 427; e chi non s'adombri alle incessanti antitesi[171] e allo stile brillantato, chi non s'offenda alle particolarità in cui si sminuzza nel determinare la fine delle due città, volendo applicarvi parola per parola l'Apocalisse senza che gli bastino l'immaginazione per valersi del linguaggio misterioso, e l'alta intelligenza per discernere qual idea convenga o no tradurre in immagini, ammirerà tanto ardimento di pensiero e tanta umiltà di fede, con cui affronta problemi fondamentali, il governo temporale della Provvidenza, l'accordo della prescienza col libero arbitrio, gli arcani della morte e della resurrezione.
Prima d'ogni altro, Agostino seppe comprendere con uno sguardo l'intera umanità da Adamo fin alla consumazione dei secoli a guisa di un uomo solo, solidariamente congiunto nel male e nei patimenti, che dalla fanciullezza alla vecchiaja, passando per tutte le età, compie la sua carriera nel tempo[172]; e sotto la contingente varietà degli avvenimenti ond'è tessuta la storia dell'umana famiglia, scopre un disegno immutabile e necessario di essa Provvidenza, il quale gradatamente si compie, malgrado gli ostacoli dell'ignoranza e delle passioni.
La storia fin allora era stata alea, cioè considerava che la società avesse in se medesima il proprio fine; nè i più grandi filosofi avrebbero potuto scorgerne il fine comune, quando le nazioni camminavano ciascuna per la sua via, distinte una dall'altra, e il libero arbitrio dell'uomo, la forza, le vittorie, le sconfitte decidevano della loro fortuna. Solo il cristianesimo poteva annunziare che gli uomini sono tutti fratelli, che Cristo è centro dell'umanità, e che l'estendersi del suo regno è il fine, cui le umane cose vengono dirette anche da ciò che sembra ad esse opporre contrasto. Le persecuzioni aveano di ciò offerto una dolorosa ma incontrastabile prova, e i Padri della Chiesa acclamarono che l'attuazione del vangelo è lo scopo a cui la Provvidenza governa le cose di quaggiù. Sotto questa prospettiva osserva Agostino gli avvenimenti.
Erasi proposto di rispondere al paganesimo politico dell'Occidente, ma poi allargò il proprio soggetto, e invece d'una semplice confutazione, diede al mondo un'esposizione si può dire compiuta delle dottrine cristiane. A trattare quel primo assunto egli indusse Paolo Orosio spagnuolo, il quale fecesi a mostrare come, fin da' primordj, gravissime sciagure flagellarono senza tregua l'uman genere; la storia è una ripetizione continua del fallo d'Adamo, una serie di rivolte contro Dio e di conseguenti punizioni, talchè nulla di straordinario erano quelle d'allora, per quanto desolatrici: donde inferisce che la vita è un cammino d'espiazione, per cui l'uomo, traverso un'acerba preparazione, si conduce alla vera felicità, la quale anche in terra può prelibarsi da chi impari dalla religione ad accettare i travagli come si deve.
Allorchè, occupata l'Africa dai Vandali, non i Gentili soltanto rinfacciavano al cristianesimo i disastri dell'impero, ma i Cristiani medesimi lagnavansi di non mietere che sventure dalle virtù e dai patimenti, Salviano, «eloquente prete di Marsiglia», scrisse Del governo di Dio, dove, mostrato quanto a torto si giudichi spesso del bene e del male, investiga nella storia la manifestazione della divina giustizia, e non potersi a ragione mover lamento, dacchè così universale vedeasi la corruttela dentro e fuori della Chiesa: anzi con ricche descrizioni e con patetici tocchi istituendo confronto, ne' Barbari devastatori dell'impero indica virtù non mai conosciute o dimenticate in questo, a segno che non sia da meravigliare se essi prevalgano. Palesava in somma di comprendere ciò che nessuno de' suoi contemporanei, cioè che la caduta dell'impero darebbe origine a nuova civiltà, costituita sopra il cristianesimo.