Alla rugginosa originalità romana, e ai sistemi non più confacenti colle abitudini contemporanee, Giustiniano più non doveva i riguardi cui Costantino si trovò astretto; alla lettera che ammazza sostituiva lo spirito che vivifica; dai giureconsulti classici estrasse quanto gli parve di diritto cosmopolitico, e ripudiò quel che fosse meramente romano, non esitando ad alterarne i testi per emancipare le leggi da una tutela retrospettiva. Cominciando dal nome di Cristo e dall'augusta Trinità, professava che l'autorità deriva da Dio; riconosceva la Chiesa coll'accettare la fede da questa consacrata; da tal fede dedusse quanto ha d'originale la sua compilazione, l'eguaglianza degli uomini, la giusta democrazia, la rintegrazione della persona morale, sicchè non si guardasse la Casta o la tribù o la famiglia, ma l'individuo. Forte abbastanza per trarre le conseguenze dalle premesse cristiane, si fece uom dell'avvenire, intento sempre a trovare qualche miglioramento conforme alla natura e al progresso[252] e incessantemente accostò il diritto al tipo semplice e puro del cristianesimo: teologo ancor più che giureconsulto.
Insomma la giurisprudenza, unica scienza vera e particolare del popolo romano, estese a tutta l'umanità il diritto equo e buono, e aprì la società moderna col rendere individuale e potente il diritto, formolandolo in un capolavoro della logica. Vero è che l'ingegno non produce moralità, e il difetto di quell'opera consistette appunto nella prevalenza della logica; ma parte sempre maggiore di spiritualità vi s'introdusse dacchè coi giuristi cooperarono i teologi a redimere il mondo dalla legale oppressione per vie differenti. Però il diritto avea già fatto sforzi per separarsi dall'elemento teocratico e aristocratico, ed assumere esistenza indipendente; lo perchè al cristianesimo costò maggior fatica il dominarlo. Ma da quell'ora trovansi a contatto, e spesso a conflitto la ragion civile colla canonica; e l'effettuare il principio eminentemente cristiano che tutta l'umanità abbia diritto alla giustizia, alla simpatia, alla libertà, sarà l'opera di tutto l'avvenire: opera lenta, tergiversata, incompresa, fin maledetta, ma che si compie fra gli errori degli uomini e sotto l'occhio della Provvidenza.
CAPITOLO LIV. Impero diviso. Onorio. Invasione di Alarico.
Ripigliamo il corso de' fatti, accostandoci alla fine dell'Impero.
Morta che fu Giustina sua madre, Valentiniano II abbracciò la fede cattolica, e sempre più amore e stima acquistossi colla morigeratezza, l'applicazione agli affari, le domestiche virtù, la cura della giustizia. Accusato d'amar troppo i giuochi del circo e i combattimenti delle fiere, se gli interdisse; imputato d'intemperanza, spesseggiò i digiuni; saputo che in Roma una commediante allettava troppi giovani, la chiamò alla corte, e rimandolla senza vederla tampoco, per dare esempio. Grand'amore portava alle sorelle; eppure litigando esse di certi possessi con un orfano, egli rimise al giudice ordinario la querela, e le persuase a recedere dalla pretensione.
Arbogasto, Franco valoroso, de' benefizj di lui abusò per sovvertire l'impero d'Occidente; a proprie creature distribuì i posti importanti nelle milizie e nel governo della Gallia, sicchè Valentiniano si trovò in Vienna come prigioniero di questi occulti nemici. Citato Arbogasto, lo ricevette sul trono intimandogli di deporre le cariche; ma il Franco rispose: — L'autorità mia non dipende dal sorriso o dal cipiglio d'un monarca»; e gettò il foglio dove l'ordine era scritto. Valentiniano fu a gran pena trattenuto da un atto di violenza; ma pochi giorni dopo il trovarono strozzato nella sua tenda (390), e tutti indovinarono da chi. Arbogasto, non osando cingere a se medesimo il diadema, lo conferì al retore Eugenio, suo segretario privato e maestro degli uffizj, reputato per sapere e prudenza.
Commosso dall'indegna uccisione del collega e cognato, Teodosio pascolò di parole Eugenio, intanto che dai valorosi generali Stilicone e Timosio facea porre in essere e in disciplina le legioni e i Barbari federati; coi quali mosse contro il nostro Occidente. Arbogasto si restrinse a difendere i confini dell'Italia; ma Teodosio, occupata la Pannonia sino ai piedi delle alpi Giulie, scese ad affrontarlo nelle pianure di Aquileja (391), e lo vinse. Arbogasto si diede la morte; Eugenio l'ebbe dall'impazienza dei soldati a' piedi di Teodosio. Sant'Ambrogio, che avea resistito inerme all'usurpatore, rifiutandone i doni e ritirandosi da Milano per non avere con esso corrispondenza, allora recò a Teodosio l'omaggio delle provincie occidentali, e ne impetrò amnistia.
Teodosio raccoglieva così novamente il mondo romano nelle proprie mani; e le sue virtù e la florida età serenavano di speranze. Poco dopo la vittoria, egli divise l'impero d'Oriente e quello d'Occidente fra i due suoi figliuoli Arcadio ed Onorio, e questo secondo chiamò a ricevere le insegne in Milano. Quivi splendidi giuochi furono disposti, ai quali avendo Teodosio assistito, la sua salute già logora n'ebbe tale scossa, che la notte morì (395 — 17 genn.). Ultimo imperatore che reggesse con fermo polso le romane cose, e guidasse gli eserciti in campo; lasciava negli amici e nei nemici alta stima di sue virtù, e una grave apprensione per la preveduta fragilità d'un regno spartito tra fanciulli.
Arcadio da Costantinopoli governava l'impero d'Oriente; Onorio da Milano reggeva Italia, Africa, Gallia, Spagna, Bretagna, Norico, Pannonia, Dalmazia, l'Illirico dimezzato. Ma Arcadio contava appena diciott'anni, undici Onorio, nè l'un nè l'altro le qualità che si richiedono anche in tempi quieti, non che le occorrenti in tanta procella. Vero è che il padre li aveva provveduti d'abilissimi tutori, mettendo Rufino guascone a fianco di Arcadio, Stilicone vandalo di Onorio: ma le gelosie di cotesti e de' loro successori approfondirono le divisioni, non solo di Stato, ma d'interessi fra i due imperi.
Stilicone, granmaestro della cavalleria e della fanteria, aveva accompagnato in tutte le guerre Teodosio, il quale lo spedì ambasciadore in Persia, poi gli sposò sua nipote Serena, dalla quale ebbe Eucherio, Maria e Termanzia. In ventitre anni che comandò gli eserciti, non vendette gradi, non fraudò delle paghe i soldati, nè elevò il proprio figlio o gl'immeritevoli: ma avido di piaceri e ricchezze, l'ambizione sua non era soddisfatta al vedersi dagli adulatori corteggiato più di Onorio stesso, e cantato perpetuamente dal miglior poeta d'allora, Claudiano. Traverso alle costui piacenterie ed alle calunnie della storia, queste e quelle stipendiate, è difficile avverare altro, se non il valore di lui, e l'uso fattone a pro d'un impero, che costituito militarmente, sol dalla forza doveva trarre l'ultimo suo ristoro.