Al morire di Teodosio, Stilicone aveva preteso alla tutela d'amendue gl'imperatori; e se ne mostrò degno col coraggio contro i Barbari. Dovendo, come il denaro e le gioje, così le legioni dividersi fra i due imperatori, propose guidarle egli stesso in Oriente, sì per tenere in disciplina i soldati, sì per opporsi all'insurrezione dei Goti: ma Rufino ingelosito gli fece da Arcadio intimare non procedesse, se non voleva essere in conto di ribelle. Stilicone non esitò a dar volta, ma affidò le legioni e la sua vendetta al goto Gaina, che trucidò Rufino (395 — 9bre). Eutropio, succeduto a costui, prima copertamente insidiò a Stilicone per togliergli ora il favore del suo principe, ora la confidenza del popolo, ora anche la vita; poi dal docile senato di Costantinopoli il fece decretare pubblico nemico (396), confiscatine i possessi in Oriente; e quando il vide movere contro Costantinopoli, sollecitò Gildone nobile mauritano a voltarsi da Onorio ad Arcadio.

Questo Gildone aveva in patrimonio mille ottocento miglia di terreno sulle coste d'Africa, che anticamente formavano cinque provincie romane; e fatto anche comandante dell'armi imperiali d'Africa, vi regnò da tiranno, con un'armata di settantamila uomini, Roma riconoscendo soltanto col tributarle il grano, del quale mantenevasi l'Italia. Le lamentanze degli oppressi giunsero però all'imperatore; e Stilicone, fattolo chiarire nemico della patria, spedì Mascezelo a domarlo (398). Cinquemila uomini bastarono contro quell'immenso apparato; Gildone preso si uccise; i capi della sommossa furon dati da giudicare al senato, impaziente di punire coloro che aveano minacciato il popolo in ciò che più gli stava a cuore, il vitto. Dieci anni appresso non erano ancora esaurite le procedure contro i complici dell'Africano.

Leggete le odi di Orazio, ove dagli Dei è promesso a Roma che starà immobile, e detterà patti ai trionfati Medi; poi vedete il poemetto di Claudiano Della guerra gildonica; qual melanconico contrasto! Quivi Roma, misera in aspetto, recasi ai piedi di Giove «non coll'usato volto, nè qual dettava leggi ai Britanni, o sottometteva a' suoi fasci i tremendi Indiani; ma fievole di voce, tarda il passo, depressa gli occhi, colle guancie scarne, le braccia smagrite, a gran pena sul debole omero sostenendo lo squallido scudo, rivelando la canizie di sotto all'elmo lentato, e trascinando l'asta irrugginita. Giunta finalmente al cielo, prostrossi alle ginocchia del tonante, e ordì meste querele: — Se le mie mura, o Giove, meritarono di nascere con durevoli augurj, se inalterati stanno i carmi della Sibilla, nè disprezzi ancora la rôcca Tarpea, io vengo a supplicarti, non perchè il console trionfante calchi l'Arasse, o le nostre scuri oppugnino la faretrata Susa, nè perchè piantinsi l'aquile nostre sulle arene del mar Rosso: questo un tempo mi concedevi; ora io Roma ti chiedo il vitto, il vitto soltanto, ottimo padre; rimovi l'estrema fame; già satollammo ogn'ira; già soffrimmo tanto, da movere a compassione e Geti e Svevi; la Partia stessa inorridisce ai casi miei».

L'orgoglio di Stilicone passò ogni segno quando ebbe sposata sua figlia Maria all'imperatore. Ma questi compiva appena i quattordici anni; e dopo dieci altri la sposa morì, illibata da un marito senza forza e senza passioni, il quale in ventott'anni di regno non uscì mai di fanciullo, lasciando imperare Stilicone, che forse ne fomentava l'inerzia e accarezzava l'imbecillità.

Eppure, se in alcun tempo mai, allora veramente era bisogno di principe attuoso e guerresco; perocchè, non appena Teodosio chiuse gli occhi, i Goti pensarono uscire dalla forzata tranquillità, e mettere a nuovi guasti l'impero. Alarico, della principesca famiglia dei Baiti, la più illustre fra' Goti dopo quella degli Amali, era stato formidabile avversario di Teodosio, poi riconciliato seco ed eletto maestro delle milizie. Morto questo, e tenendosi scarsamente rimunerato, stava di mal cuore nelle terre assegnategli; forse inizzato da Rufino, devastò la Tracia, la Macedonia, la Tessaglia; per le mal difese Termopile entrò nella Grecia, fin allora intatta da scorrerie; e distrutti tempj e città, sospesi i riti di Cerere Eleusina, dal mar Nero al golfo Adriatico gli abitanti furono uccisi o spinti in ischiavitù.

Accorto più che non s'aspetterebbe da Barbaro, Alarico facea spargere un oracolo, che lo diceva fatato a distrugger Roma e l'Impero. Ne lo lusingava la scissura fra le due Corti, posto in mezzo alle quali, poteva profittare degli errori d'entrambe. Ed error sommo commise Arcadio cedendogli la provincia da lui devastata e, ch'è peggio, i quattro grandi arsenali dell'Illiria. Ne conobbe l'importanza Alarico, e per quattro anni li fece lavorare non ad altro che a stromenti da guerra; sicchè, a spese e fatica delle provincie, i Barbari poterono al naturale coraggio unire questo sussidio, sovente mancato. Ne cresceva Alarico di credito e d'aderenti, i quali lo proclamarono re dei Visigoti (382), e chiesero li traesse di servitù e li menasse al trionfo.

Piantavasi in tal modo una terza potenza fra le due che divideano l'orbe romano; e il nuovo re ora all'Oriente ora all'Occidente vendeva i suoi servigi, calcolando con barbara sagacia contro di quale più gli convenisse voltar le armi. Le provincie orientali sono state corse dalle orde in ogni senso: Costantinopoli è situata in troppo mirabile robustezza; l'Asia non è accessibile a chi non abbia flotte: ma l'Italia, oh! essa può dirsi intatta ancora, essa opulenta, essa indifesa.

Ed a quella bellezza, che formò sempre il vanto e il pericolo del nostro paese, drizzò Alarico la voglia e i passi; e valicate le alpi Giulie, consumò buon tempo attorno alle oppostegli difese e massime ad Aquileja, mentre tale sgomento diffondevasi per la penisola, che i ricchi già imbarcavano ogni avere per la Sicilia e per l'Africa. I residui Pagani all'aspetto di queste sventure esclamavano, — Ecco segni della collera dei numi abbandonati»; i Cristiani ripetevano, — Ecco la punizione dei delitti con cui Roma salì tant'alto, e di quelli pei quali ora declina»; e gli uni e gli altri cresceano il danno reale con terrori superstiziosi.

Ad Onorio, sonnecchiante nel palazzo di Milano, le adulazioni non lasciavano pur sospettare che altri potesse avventurarsi contro il successore di tanti cesari; e baloccandosi nel dar beccare di propria mano a una nidiata di polli, non aveva forse tampoco udito il nome d'Alarico. Il nembo gli ruppe il sonno, non gl'infuse il coraggio; e tentennando fra le paure, pensò ricovrarsi in alcuna remota parte della Gallia. Ma Stilicone, prevedendo qual terrore getterebbe la fuga del monarca, vi si oppose; pigliò l'assunto d'accozzare un esercito; e non v'avendo truppe in Italia, che pur era capo d'un impero steso sulla Gallia, la Spagna, l'Inghilterra, il Belgio, la costa d'Africa e mezza Germania, mandò alle più lontane legioni che accorressero, lasciando la mura Caledonia e le rive del Reno sguernite, od affidate a soli Germani. Egli medesimo, non essendo di quelli per cui il patriotismo è passione accecante ed esclusiva, non badava se il soccorso venisse da Barbari o no; e imbarcatosi sul lago di Como nel cuore della vernata, giunse nella Rezia, sedò i tumulti, e arrolò quanti nemici di Roma vollero divenirne i difensori.

Onorio, assediato in Asti, già era a un punto di cedere, quando, gli eserciti d'ogni parte sopravenendo, Stilicone strinse in mezzo i Goti; côlto il tempo che celebravano la pasqua, gli assalì a Pollenza nella Liguria (403), li ruppe, e delle spoglie loro arricchì i suoi soldati. Alarico, dopo che invano adoprò il senno e il braccio a reggere il campo, e vide prigioni sua moglie, le nuore, i figliuoli, si ritirò con la cavalleria, e pensava rifarsi con un colpo ardito varcando l'Appennino per isgominare la Toscana ed assalir Roma. Ma i capi dei Goti, infedeli a un re vinto, o ineducati alla prova dell'avversità, minacciarono abbandonarlo; tanto ch'egli dovette porgere ascolto alle proposizioni fattegli d'abbandonare l'Italia, purchè gli fossero restituiti i parenti presi e una pensione. Nella ritirata avea disegno di sorprendere Verona; ma Stilicone, istruttone, lo colse e sconfisse di modo, che gli fu grazia sottrarsi colla fuga. Eppure quell'instancabile, rannodate le reliquie fra i monti, mostrò ancora la fronte al nemico, che stimò fortuna il lasciarlo uscir dall'Italia, troppo convinta di non aver più barriere contro l'ingordigia de' Barbari.