Onorio solennizzò in Roma il trionfo (404), cui non avea contribuito. Questa, che in cent'anni vedeva appena per la terza volta un imperatore, andò lieta dei doni che fece alle chiese, della riverenza insolita che mostrò al senato, e soprattutto dei giuochi ch'esso le preparò nel circo: ma i sanguinosi spettacoli dei gladiatori erano riprovati a gran voce dai sacerdoti cristiani; il poeta Prudenzio in bei versi ne sconsigliava l'imperatore pupillo; il pio Telemaco uscì a bella posta dal suo romitaggio, e discese nell'arena egli stesso per impedirli: il popolo infuriato lo trucidò, ma col sangue del martire fu scritto il trionfo dell'umanità.
L'adulazione ergeva ad Onorio un arco, ove leggevasi aver lui per sempre distrutta la nazione dei Goti: ma la prudenza dava la mentita col riparare e munire i castelli vicini a Roma e le mura di questa. Eppure nè quivi nè in Milano sentendosi sicuro, l'imperatore andò a rimpiattare la porpora in Ravenna, difesa dalla flotta, dalle paludi e dalle fortezze.
E ben era tempo di munirsi, perocchè tutto il Settentrione agitavasi e traboccava le sue piene verso l'Italia. Allettato dai trionfi e dalle prede altrui, Radagaiso (Radegast), a capo d'un'accozzaglia, alcuno dice di ducentomila Vandali, Svevi, Borgognoni, mosse dal Baltico, e cresciuto per via da venturieri d'ogni nazione, si presentò sul Danubio. Come difendere le lontane provincie quando il pericolo stringeva l'Italia? Stilicone dunque richiamò di là le guarnigioni, e con nuove leve, e col promettere libertà e denaro agli schiavi che s'arrolassero, appena mise in piedi trenta o quarantamila guerrieri, cui aggiunse molti Barbari ausiliarj: tanto era stata micidiale l'ultima guerra, tanto aborrito il militare.
Con uno dei tre corpi in cui erasi divisa quella moltitudine, Radagaiso passò senza ostacolo la Pannonia, le Alpi, il Po; evitando Stilicone accampato sul Ticino, dagli Appennini scese improvviso a saccheggiare l'aperto paese, distruggendo gli avanzi delle già floride città d'Etruria (405), assediò Firenze, e bucinavasi che il feroce avesse giurato ridurre a un mucchio di rottami la regina del mondo, e col sangue de' più illustri senatori propiziare i numi suoi. I fedeli dell'antica religione nazionale, sperando quest'idolatro ripristinerebbe gli Dei, e sulla ruina della patria trionferebbe la loro fazione, invece di eccitare il popolo ad armarsi di coraggio, e se non altro di disperazione, esclamavano: — Ecco, tutto perisce al tempo de' Cristiani; come resistere ad un guerriero che ogni giorno fa sagrifizj, mentre a noi sono vietati?» I Cristiani incoravano l'assediata Firenze con miracoli e rivelazioni; ed uno asserì che sant'Ambrogio eragli apparso in sogno, assicurandolo che per domani la patria sarebbe redenta[253]. In fatti dinanzi a quella città l'esercito di Stilicone raggiunse il barbaro; e coll'abilità medesima onde aveva due volte vinto Alarico senz'avventurarsi all'incertezza d'una battaglia la cui perdita sarebbe stata irreparabile, circonvallò il nemico di robuste trincee, talchè di assediatore assediato sulle aride balze di Fiesole, restò consunto dalla fame. Radagaiso, costretto ad arrendersi, ebbe tronca la testa; e i suoi furono venduti schiavi in tanto numero, che se ne aveva una partita per una moneta d'oro; il clima poi e il vitto cangiato li sterminò. Ad altre grosse frotte aquartieratesi fra le Alpi Stilicone agevolò la ritirata; andassero pure a manomettere le provincie, tanto solo che rimanesse salva l'Italia.
Alla quale ormai riducevasi l'immenso impero d'Occidente; perocchè la Gallia era occupata da Franchi, Burgundi, Alemanni; la Bretagna, sgombra di legioni; effimeri imperatori s'ergeano a disputare il lacero manto d'Augusto, fra cui basti nominare Costantino, che chiaritosi imperator delle Gallie (407), ottenne da Onorio il titolo di collega. Poi sovrastava Alarico, dalla sventura non abbattuto ma istruito; e non che i Barbari perdessero confidenza nel valore e nella prudenza di esso, a lui facevano capo quante bande scorrazzavano dal Reno all'Eusino. Stilicone cercò dunque gratificarselo per averlo fautore nel non mai deposto disegno di sottomettere l'Oriente: e Alarico, affacciatosi alle frontiere d'Italia, esibì difenderla, purchè gli fossero accordate alcune domande, e a' suoi una delle provincie occidentali restate deserte.
Nella crescente fiacchezza d'Onorio e del suo governo, Stilicone s'era industriato di tornare qualche polso al senato, e far che si recasse in mano gli affari pubblici; ma non avea trovato che retori, istruiti nelle forme dell'antica repubblica e nulla più, e vogliosi di pompeggiare in parole sonanti, come al tempo che i loro padri intimavano a Pirro, — Esci dall'Italia, e poi tratteremo». Allora dunque che Stilicone propose le domande del re goto, i senatori gridarono essere indegno della romana maestà il comprare incerta e vergognosa pace da un Barbaro: ma il generale, non badando a ciò che ricordavano i libri, ma a ciò che esigeva la vigliaccheria della corte di Ravenna, attutì l'intempestivo patriotismo imponendo consentissero ad Alarico quattromila libbre d'oro, perchè assicurasse i confini d'Italia. Lampadio senatore esclamò, — Questa non è una pace, ma patto di servitù»; e dalle conseguenze di tale franchezza nol campò che l'asilo d'una chiesa[254]: ma incorati da tale protesta, i senatori si ostinano sul niego, mettendo un'opposizione affatto insolita al generale onnipotente.
Ad essi davano sostegno le legioni, indispettite dal vedersi posposte a Barbari. Onorio medesimo era stato insusurrato contro del suo tutore, come volesse tenerlo perpetuo pupillo, se non anche mutarne la corona sul capo del proprio figlio Eucherio; onde, diretto da Olimpio, pretese esercitare in fatto il dominio che teneva di puro nome, e fare mal arrivato il ministro. Si presenta dunque al campo di Pavia, composto di truppe romane ostili al Barbaro, e ad un segnale fa trucidare tutti gli amici di questo, altri illustri con essi, e saccheggiare le case. I condottieri, la cui fortuna intrecciavasi a quella di lui, ad una voce chiesero a Stilicone li menasse a sterminare questi imbelli Romani. Se gli ascoltava, l'esito avrebbe potuto giustificarlo; ma egli o fiaccamente tentennò, o generosamente preferì la propria alla pubblica ruina, sicchè i federati l'abbandonarono dispettosi; un di loro assaltò la sua tenda, e trucidò gli Unni che vi stavano di guardia; Stilicone, rifuggito agli altari in Ravenna, ne fu tratto con perfidia; e decretato a morte, la subì con dignità e coraggio (408).
Al traditore, al parricida fu allora gridato d'ogni parte da coloro stessi che dianzi incensavano il ministro guerriero; e chi s'affrettava a rivelarne gli amici, chi a nascondersi. Olimpio, orditor primo della trama contro il suo benefattore, esagerava ad Onorio il pericolo sfuggito, e l'inaspriva contro la memoria del salvatore dell'impero; Eucherio, figlio di questo, svelto alla chiesa, fu trucidato; Termanzia, succeduta alla sorella Maria[255] nel freddo talamo di Onorio, fu repudiata intatta; e la fermezza con cui gli amici di Stilicone sostennero torture e morte, lasciò che i servigi di lui rimanessero certi, incerta la colpa. Fu imputato d'intelligenza coi Barbari, egli il solo che li seppe vincere sempre in ventitre anni che diresse gli eserciti; d'avviare al trono Eucherio, egli che il lasciò fino ai vent'anni umile tribuno dei notari; di meditare il rialzamento del paganesimo, egli che educò il figlio nella religione cristiana, e che era esoso ai Gentili per avere arso i Libri Sibillini[256] e perchè sua moglie avea tolto un monile a Vesta, quelli oracolo, questa salvaguardia di Roma.
Al rompere della diga, il torrente traripò; ed Onorio stesso pareva compiacersi d'abbattere se alcun ostacolo restava, congedando i più prodi perchè idolatri od ariani, e sostituendo uffiziali vilipesi dai nemici, esosi all'esercito. I Barbari, che servivano come ausiliarj, dal vendicare Stilicone non si rattenevano se non per riguardo alle famiglie e alle ricchezze che aveano depositate nelle città forti d'Italia: or bene, Onorio ordinò che que' preziosi ostaggi fossero tutti il medesimo giorno scannati, e rapitine i beni. Tolto ogni freno all'ira e alla disperazione, trentamila federati disertarono ad Alarico, che esultò di veder la Corte operare così a suo disegno; e la caduta di Stilicone riverito e paventato, le paghe interrotte, l'istigazione degli offesi lo resero ardito d'intimare all'impero soddisfazione o guerra. Lasciossi poi mitigare: ma i Romani, interpretando la moderazione per paura, nè accettarono i patti, nè s'allestirono d'armi (409); sicchè Alarico, rotta l'amistà e la fede, si mosse, e dall'alto delle alpi Giulie mostrò a' suoi le delizie del clima italiano, le superbe città, i soavi frutteti, le spoglie di trecento trionfi accumulate in Roma, e la facilità di rapirgliele. Aquileja, Altino, Concordia, Cremona soccombono a quel forte; nuovi federati s'aggiungono ogni dì alla sua bandiera, che sventola in faccia a Ravenna; spaventata la quale, egli costeggia l'Adriatico, poi, per la via Flaminia, di città in città senza contrasto pianta le tende sotto l'antica signora del mondo. Un eremita tenta sedarne la furia, ed Alarico risponde: — Non posso fermarmi; Iddio mi spinge avanti».
Più non era il tempo che, contro di Annibale e di Pirro, il popolo romano si alzava quasi una persona sola, e dall'infimo plebeo fin al consolare e al dittatore tutti correvano a vittoria o morte. L'Impero avea perduto le migliori sue provincie; le altre rimanevano sì deserte, che doveasi ripopolarle con sciami di Barbari. L'Italia specialmente, per le ragioni altrove discorse e massime per le colonie militari, andavasi disabitando fin dal tempo dei primi imperatori.