Nelle grandi città s'annida una mescolata d'artigiani e di liberti, viventi sullo scarso traffico lasciato a loro dal monopolio imperiale, e col porgere alimenti al lusso e alle voluttà de' signori; del resto arrogante e vilipesa, conculcata e sommovitrice, minacciosa e tremante. Nè s'agita essa, come al tempo de' Coriolani, pei diritti proprj o per gl'interessi della patria; ma per domandare pane e giuochi, per sostenere prezzolata le cabale d'eunuchi e favoriti, che in pochi anni trarricchiscono vendendo le grazie del monarca. Ignorante e conculcata, paurosa di perdere quel che non possiede, avida d'un avvenire che nè conosce nè spera, esulta non della propria libertà, ma dello strazio de' suoi antichi oppressori; gode allorchè può crescere le sofferenze, e chiedere sieno dati i Cristiani ai leoni, o gettati nel Tevere i tiranni che jeri adorava. L'unica volta che i Romani mostrarono qualche vigore, fu nel respingere la legge Papia Poppea, che reprimeva il libertinaggio.
Così non più affetto pei deboli, non più subordinazione verso i potenti, non zelo per l'ordine sociale, non dignità di carattere, non venerazione per la divinità; una dotta corruttela, sfruttata d'immaginativa e fiacca di ragione, che più non sa se non commentare le opere antiche, rimenar dispute incancrenite, simile ai vecchi che ridicono il passato quando perdettero il senso del presente. Rimescolavano questa decrepita società le dottrine teurgiche, tardo alimento a credenze illanguidite, sicchè il meraviglioso e l'incredibile divenivano ordine e realtà.
E una tal Roma si vorrebbe che noi compiangessimo? Ne' tempi nostri, se ci stomaca la corruttela de' ricchi e de' saccenti, ci volgiamo alle classi operose. Queste in Roma trovavansi sistemate a modo di maestranze fin dall'antica costituzione; ma non che servire alla tutela reciproca, offrirono destro all'avidità del fisco, che esigeva da tutti insieme quel che dai singoli non avrebbe ottenuto. E talmente erano gravate, che non comprenderemmo come durassero, se non sapessimo che gl'imperatori poteano costringer uno ad entrarvi; che entrati, non se n'usciva più, e se uno se n'allontanasse, v'era ricondotto come disertore.
I campagnuoli, tanta oggi e sì vital parte, erano o coloni liberi o schiavi, distinti piuttosto di nome che di fatto, e poco superiori alle bestie che ne ajutavano le fatiche. Non che ispirare a costoro sentimenti di patria, o educarne il coraggio, erano tenuti inermi e ignoranti, che mai non potessero rivoltare contro dei tiranni le braccia od il pensiero: i lontani padroni gli affidavano a qualche schiavo o liberto favorito, che esercitava la superbia dispotica e crudele del servo che comanda. Al colono non restava modo legale di recare i lamenti al padrone o contro di esso; aggravato di canone sempre crescente, s'indebitava; quando l'oppressione giungesse al colmo, fuggiva, abbandonando casa, campi, famiglia per mettersi a servizio d'un altro, col quale ricominciare l'inevitabile vicenda, se pure il primitivo signore nol ridomandasse colle sommarie processure statuite dalla legge.
Se v'è cosa che compensi la libertà, a migliore partito si trovavano i coltivatori schiavi, cui almeno il padrone pasceva per conservare queste macchine animate. Però le fatiche e la durezza de' sovrantendenti li consumavano, e più non essendone empito il vuoto dalle cessate vittorie, bisognava comprarli dai Barbari vincitori, o fra quelli che per castigo erano privati della libertà. Insofferenti dell'oppressione in cui non erano nati, costoro erano tenuti quieti soltanto dalla sferza e dalle catene; al primo bel destro fuggivano a vivere vagabondi; o intendendosi fra loro, trucidavano i padroni, e gittatisi alla foresta, viveano in armi. Non potendo dai Romani aspettare che castigo, blandivano i Barbari, ne imparavano la favella, ne divenivano anche guide, esultando agli strazj del popolo, da' cui ceppi si erano riscossi[266]; ovvero dai loro covili piombando sui coloni rimasti, ne esacerbavano le miserie. Il proprietario assalito o minacciato, se fosse qualche opulento senatore, poteva invocare la pubblica forza: il minuto possidente trovavasi esposto irreparabilmente all'attacco, vietandogli le leggi l'uso delle armi. Che gli rimaneva dunque? vendere il camperello al dovizioso vicino, o lasciarlo sodo, se pure il fisco non glielo staggisse in pagamento de' gravosi contributi; e sottrattosi all'infelicità del possedere, rifuggire a Roma.
Chi s'accostava a questa città, vedeva per tutto magnificenza, codardia e morte; campagne trascurate e parchi voluttuosi; solitudine e stormi di schiavi; poi ville splendidissime, e vie eterne fiancheggiate di monumenti, le quali fin dal Clyde e dall'Eufrate mettevano capo al Foro, pieno di storia più che non interi regni. Alle trentasette porte schiuse nella cerchia di Roma, che girava quindici miglia (t. III, p. 424), rispondevano altrettanti suburbj, simili a città, e che prolungavansi fino al mare, ai Sabini e per entro al Lazio antico e all'Etruria. Là entro stivavasi una popolazione affluente da tutto il mondo, ridotta a un terzo dalle recenti sciagure, e dopo che con Roma, oltre Costantinopoli, gareggiavano Cartagine, Treveri, la florida Milano e la paludosa Ravenna. Là trovavi distinti Cappadoci, Sciti, Ebrei; là quella mescolata d'ogni razza e credenza, senza condizione nè patria nè nome, che è la zavorra di tutte le metropoli. La plebe più non guadagna a vendere il voto o a testimoniare il falso; non v'è più un Clodio, un Catilina che l'assoldi per tumultuare; non più re stranieri che ne comprino il favore, nè la chiamino erede di intere provincie; la pompa de' trionfanti non rinnova ogni anno le largizioni, nè agl'imperatori più cale d'averla amica e plaudente. Il mutarsi a Costantinopoli o a Milano di tante famiglie senatorie e della Corte, lasciò senza pane migliaja di persone avvezze a vivere su quelle: giace dunque la moltitudine scoraggiata, come il pitocco che sciupò nell'inerzia la gioventù; Teodosio e Graziano sono costretti a reprimere l'oziosa mendicità che ingombra le vie; e dell'antica boria non si conservano che i vizj, cresciuti coll'affluirvi d'ogni genìa. Sotto Teodosio si erano piantati lupanari presso certi molini, e gli uomini che v'entrassero cadevano in trabocchetti, ed erano forzati a girar le màcine, senza che più nulla se n'intendesse di fuori[267]. Nel mezzo di Roma! e il delitto sarebbe rimasto occulto, se un soldato non riusciva per gran ventura a camparne.
Pure il popolo, antico padrone del mondo, non avea perduto il diritto d'essere pasciuto gratuitamente; e ogni giorno a tenuissimo prezzo distribuivasi pane a ciascun cittadino, in ducencinquantaquattro forni e ducensessantotto magazzini assegnati ne' varj quartieri: vi si univa per cinque mesi il lardo, somministrato dai majali della Lucania, e che al tempo di Valentiniano III saliva a tre milioni secentoventottomila libbre; tre milioni di libbre d'olio, tributo africano, distribuivansi per accendere i lumi e per ungersi nei bagni; e le vendemmie della Campania procacciavano vino a basso mercato. Ogni sollevazione dell'Africa o della Sicilia, da cui bisognava trarre il grano, recava dunque spavento; e dopo che l'Egitto ebbe ad approvvigionare Costantinopoli, si dovettero empire i granaj di Roma con frumenti del Rodano, dell'Arari e dell'Iberia[268]. Somme ingenti uscivano pure d'Italia per provvedere tante lautezze di vestire e di mangiare, e marmi e travi per le fabbriche, e belve per gli spettacoli; poi anche per assoldare i Barbari, o pagar ad essi un indecoroso tributo. La minutaglia, nudrita non per onore, ma perchè non tumultui, senza letto nè tetto, nè scarpe in piedi o cenci in dosso, s'affolla nei teatri e pei circhi, tronfia di nomi pomposi, lavasi in terme degne di re, e beve, e giuoca; ode una sconfitta? ulula gemiti disperati, che domani più non ricorda; ode una vittoria? esclama, — Viva l'imperatore; avremo pane e giuochi».
Perocchè al pane e ai giuochi riduceansi tutte le sue aspirazioni, e al delirio giungeva l'amore degli spettacoli. «Odono (dice Ammiano Marcellino) che da alcun luogo giungano cocchieri o cavalli? s'affollano attorno al narratore, come gli avi loro affisavano attoniti i figliuoli di Leda, nunzj della vittoria. La plebe logora la vita al giuoco, nel vino, pei chiassi e negli spettacoli; centro di loro speranza, loro tempio, loro abitazione, lor parlamento è il circo Massimo. Pei fôri, sui trivj, nelle piazze s'accalca; e chi più gode autorità, va per le strade gridando che crolla il pubblico stato se, nel prossimo conflitto, il tale auriga suo protetto non ottiene la palma. Il giorno poi de' ludi equestri, prima che il sole mostri dal cielo la splendida faccia, v'accorrono, superando in velocità i cocchi disposti per entrare in lizza; e molti fin la notte vegliano, temendo non soccomba la fazione lor favorita»[269]. Sant'Agostino ed Orosio raccontano che i Romani, fuggiti da Alarico a Cartagine, vi duravano nei teatri quant'era lunga la giornata; nulla credevasi perduto se il circo si ricuperasse; la spada gotica non avea nociuto a Roma se i cittadini potevano rigodere i giuochi circensi[270]: donde la felice frase di Salviano, — Il popolo muore e ride»[271]. Tremila ballerini e altrettanti musici sollazzavano Roma; essi soli vennero eccettuati quando, in una gran penuria, si sbandirono tutti i forestieri, sino i professori d'ogni arte liberale[272].
Gli eccessi del lusso accostavansi a quelli della miseria e della corruzione. I patrizj non sapevano che vantare una serie di avi, alle cui austere virtù potevano contrapporre soltanto un fasto, cresciuto a misura che diminuiva la civile importanza. Il nome di senato non indicava tampoco il primo corpo della metropoli d'un impero; ma opulentissimi senatori occupavano palagi da poter dirsi quartieri, anzi città, comprendendo piazze, tempj, ippodromi, boschi[273]. E provincie poteansi dire le loro possessioni, da cui alcuno traeva quattromila libbre d'oro l'anno, e un terzo di questo valore in generi; la rendita cioè di quattro milioni e mezzo. Chi non avesse che mille o mille cinquecento libbre d'oro sarebbesi appena reputato degno di sedere in quell'ordine, nè sufficiente a sostenerne i pesi e lo sfarzo. Macrino, quando fu eletto imperatore, potea colle proprie rendite bastare alle spese dello Stato: san Girolamo ad Eliodoro nobile cittadino d'Aquileja, poi divenuto vescovo di Altino, rinfaccia i vasti portici, gl'ingenti spazj occupati da case, le villeggiature deliziose[274]: Paola, la devota amica di esso santo, contava tra' suoi poderi la città di Nicopoli.
Di tali ricchezze facevano sciupìo in una vanità senza gusto: empiere la casa d'argenterie; moltiplicare le proprie effigie di bronzo o di marmo rivestito di foglia d'oro; sopraccaricare d'ornamenti i cocchi, di seta e porpora l'abito, che ad arte sciorinato, scopriva tuniche suntuose, ricamate a figure d'animali o a piante; e farsi precorrere da cuochi affumicati, seguire da una cinquantina di schiavi e di buffoni, poi parasiti ed eunuchi d'ogni età, pallidi e lividi. Il figliuolo d'Alipio, nelle solennità obbligate dell'anno di sua pretura, logorò un milione e duecentomila nummi d'oro, o vogliam dire zecchini, in sei o sette giorni: il figlio di Simmaco, senatore di mediocre fortuna, ne spese due milioni: quattro milioni il figlio di Massimo. Quegli Anicj e Petronj ed Olibrj, il cui patriotismo consisteva tutto nell'ostentare alberi genealogici, non che rifuggire dall'armi, nè tampoco comportavano fossero arrolati i loro servi; e quando l'imperatore Onorio volle con questi empire l'esercito, assordarono la curia di lamenti, ed esibirono piuttosto una somma d'oro[275]: tanto alla comune sicurezza preferivano l'avere magnifica famiglia.