Sotterfuggere ogni pubblica cura o domestica fatica, l'intera giornata oziare a garruli crocchi e a bagni, uscire talvolta con apparato immenso a vedere i servi cacciar le fiere, o pel lago Lucrino navigare alle magnifiche lor ville con una salmeria di fanti, eunuchi, staffieri, tal era la loro vita. Vai per loro? alla soglia incontri le are della dea Tutela, il cui nome dia buon auspizio all'entrare[276]. Il damigello non t'annunzia al padrone, se prima non si lavò da capo a piedi. Tarda uno schiavo a recare il tepido lavacro? trecento sferzate. La mano o il ginocchio soltanto concedono ai baci de' clienti, i quali vengono ancora ad offerire omaggio, o ricevere promesse e sportule: nè si lusinghi entrar loro in grazia chi non è destro nell'adulare, nel suono, nel canto, nell'avventurar patrimonj sopra un dado, nello spacciare auspizj e indovinamenti[277], senza i quali non s'intraprende opera alcuna. Dimenticati i libri, se non qualche scurrile; le biblioteche chiuse come sepolcri; in quella vece cercano organi idraulici, lire grandi quanto un carro, flauti ed altri enormi stromenti, de' quali e di voci canore solo risuonano i palazzi.

Che se alcun sintomo di vita appariva ancora fra quella turba viziosa, pusillanime, arrogante, era nella nimicizia fra Cristiani e Gentili, che, invece d'accordarsi a salute della patria, quelli attribuivano tutti i mali all'indulgenza dei Cesari verso le reliquie dell'idolatria, questi faceano voti per la fortuna dei Barbari, da cui speravano rialzati gli abbattuti delubri.

E i Barbari venivano addosso a questa città, che non avea più veduto eserciti stranieri da quando, seicentoventiquattr'anni prima, Annibale sciorinò in faccia a porta Collina il cavallo di Cartagine. Colla baldanza consueta ne' decaduti, ripetevasi sorridendo, — Impossibile che un Barbaro assedii questa città gigante, al modo che Porsena l'assediò nascente!» ma ecco Alarico la circonda (409), e ne interdice ogni comunicazione colla campagna e col Tevere: Allora i Romani si gettarono alla disperazione, solita conseguenza; e poichè il vulgo nelle grandi sventure vuol sempre alcuno su cui versare la colpa, cominciò la solita canzone de' tradimenti: — Fu Stilicone che chiamò Alarico; Serena, vedova di lui, tiene intelligenza con questo per vendicarlo»; e tanto schiamazzò, che spinse il senato ad uno di quegli atti di condiscendenza che attestano una debolezza colpevole; cioè condannarla a morte. Fieri e d'accordo al delitto, divisi e pusillanimi alla difesa.

La fame ingagliardiva alla giornata, nè la pietà dei monaci e di Leta, vedova dell'imperatore Graziano, bastavano a gran pezza al bisogno; onde la gente dai cibi schifi passò ai nefandi, e moriva per le vie, dove il lezzo dei cadaveri generava malattie. Ai mali opponevansi le superstizioni, ed auguri etruschi vennero asserendo di avere, con riti loro, salvato Narni, traendo il fulmine sopra i nemici, ed esibirono fare altrettanto a Roma: Pompejano, prefetto della città, interrogò i libri pontificali sopra ciò che convenisse fare; ma alle Sibille, che alla culla di Roma ne aveano vaticinato l'eternità, non restava più voce se non per annunziarne la morte quand'era già all'agonia. Gli aruspici allora protestarono, — Il Cielo non può placarsi altrimenti che con pubblici sacrificj, e col salire il senato in Campidoglio»; ma verun senatore osò assistere alla cerimonia, e i Toscani furono congedati. Falliti anche i soccorsi che si speravano mandati da Ravenna, più non restava che implorare la clemenza del re goto.

Il senatore Basilio e Giovanni tribuno dei notari furono spediti ad invocarla; ed avendo essi detto ad Alarico, — Non vedi quanta gente sia ancora in Roma?» egli rispose: — Meglio si sega il fieno dov'è più folto», e ordinò gli consegnassero quant'oro e argento rimaneva in città, pubblico o di privati, ogni suppellettile di prezzo, e tutti gli schiavi barbari. — Ma che dunque ci lasci?» chiesero i deputati; ed Alarico: — La vita». Pure assentì una tregua, nella quale piegatosi a qualche umanità, limitò la contribuzione a cinquemila libbre d'oro, trentamila d'argento, trentamila di pepe, quattromila vesti di seta, tremila pezze di scarlatto fine, e si rendessero in libertà tutti gli schiavi barbari. Benchè fossero messi a contribuzione tutti i cittadini, non riuscivasi a pareggiare quella somma, onde si mise mano agli ornamenti dei tempj, e si fusero molte statue, fra cui quella del Valore, guajendone gli idolatri come segno che fosse perita la romana virtù.

Così soddisfatto, Alarico lentò l'assedio; e disserrate le porte, tre giorni si fece mercato di viveri ne' sobborghi, empiendo i granaj pubblici e privati pel caso di nuovi disastri. Alarico tenne in rigorosa disciplina il suo esercito, sicchè non insultasse ai vinti; poi diede volta verso Toscana, dove pensava svernare. Accorsero alla sua bandiera quarantamila Barbari schiavi, anelanti alla vendetta contro gli aspri signori, intanto che il suo cognato Ataulfo gli menava un rinforzo di Goti e di Unni, sicchè a capo di centomila uomini sgomentava l'Italia. Ma perchè ripeteva di voler pace, furono spediti tre senatori espressi da Roma alla corte di Ravenna a sollecitare il cambio degli ostaggi e un trattato, per cui fondamento Alarico poneva d'essere eletto generale degli eserciti d'Occidente con annua provvigione di denaro e di grano, e il possesso della Dalmazia, del Norico, della Venezia, che lo facevano arbitro del Danubio e dell'Italia. Olimpio, ministro d'Onorio, negò darvi orecchio; anzi dietro ai messi spedì a Roma un corpo di seimila Dalmati: dal cui minaccioso aspetto irritati, i Barbari li tolsero in mezzo e trucidarono. Poco dopo, Olimpio perde la grazia dell'imperatore, e dovette andarsene esule; ricuperò poi l'autorità, la riperdette, e mozzegli le orecchie, finì la vita sotto le verghe.

Onorio, non potendo far senza d'un padrone, assunse a quel grado Giovio, prefetto del pretorio: agli eretici e a' Pagani furono riaperti i comandi e le magistrature: Gennerido, barbaro di nazione, idolatro di fede, rimesso generale della Dalmazia, della Pannonia, del Norico e della Rezia, disciplinò le truppe, le incoraggiò, ricompensando talvolta del suo per supplire alla grettezza della Corte; e trasse a sè diecimila ausiliarj Unni, abbondevolmente provvisti di viveri e d'armenti, talchè assicurò la frontiera illirica. La Corte, non che secondare questi sforzi, armeggiava solo in intrighi disonorevoli e rischiosi. Istigate dal prefetto Giovio, le guardie a tumulto chiesero la testa di due generali e dei due primi eunuchi; quelli furono decollati, questi ricoverarono a Milano. Il brigante eunuco Eusebio e il crudele Allobico rimescolarono la reggia, finchè avversatisi per reciproca gelosia, il primo fu a bastonate ucciso sotto gli occhi dell'imperatore; l'altro s'accordò con Costantino imperator delle Gallie onde abbattere Onorio, e sotto veste di guerreggiare i Goti, il fece calare sino al Po. Ma la trama fu scoperta, e Onorio, non osando (così sentivasi da poco) punire giuridicamente Allobico, dispose una cavalcata, e in mezzo a quella pompa lo fece assassinare; indi scavalcato egli stesso, a ginocchi ringraziò Dio d'averlo libero da un traditore.

Alarico avea, per mezzo di papa Innocenzo I, spedite nuove proposte di pace, e Giovio cominciava a praticarla, quando Onorio, incaparbito dalle istigazioni de' cortigiani, gli mandò disponesse del tesoro, ma non prostituisse ad un Barbaro le onoranze militari di Roma. La lettera, mostrata ad Alarico, lo irritò, ed inveendo contro l'imbecille imperatore, ruppe ogni accordo: d'altra parte la Corte obbligò i primarj uffiziali a giurare sul sacro capo del loro monarca, che in nessun tempo, a nessun patto farebbero accordi col nemico dell'Impero, anzi menerebbero implacabile guerra. Tanta baldanza infondevano le paludi di Ravenna; tanta ne sogliono ostentare coloro che o son lontani dal danno, o vogliono mascherar la paura.

Ma il dissimulare il pericolo non lo rimuove, e già tutto l'Impero andava a balìa de' Barbari, e Roma vide di nuovo calare alla sua volta l'irresistibile Alarico. Costui, moderato ancora nell'ira e nella prosperità, non si stancò di spedire vescovi all'imperatore acciocchè campasse la città e l'Italia dall'ultimo sterminio: ma vistesi ripudiare tutte le condizioni, occupò il porto d'Ostia, e intimò a Roma di arrendersi a discrezione, o distruggerebbe d'un colpo i magazzini da cui ne dipendeva la sussistenza. Alle grida del popolo cedette il senato, e per ordine d'Alarico accettò imperatore Flavio Attalo, prefetto della città. Costui dichiara generale degli eserciti d'Occidente il suo creatore, assume Ataulfo per conte de' domestici, cioè della guardia del corpo; distribuite le cariche civili e militari tra suoi fidati, convoca il senato, e dichiara voler rintegrare la maestà romana, e stendere l'impero sull'Egitto e sull'Oriente usurpatigli. Stolidi millanti in chi era ludibrio de' Barbari: tuttavia furono mandate truppe a racconciare il freno all'Africa; Milano e il resto d'Italia acclamarono a pien popolo il nuovo augusto, che cercossi favore col sostenere i Pagani, e ripermetterne le assemblee; e fra le armi gotiche accampato presso Ravenna, ricusò la proposta d'Onorio di dividere le provincie occidentali, dicendo: — Se egli depone all'istante la porpora, gli concederò pacifico esiglio in qualche isola remota».

Anche Giovio ministro e Valente generale di Onorio si unirono ad Attalo (410); di che tale sgomento concepì il figlio di Teodosio, che in ogni amico, in ogni servo paventava un traditore, e teneva legni sull'ancora per tragittarsi nelle terre del nipote. Ma quattromila veterani speditigli dall'Oriente tolsero a difendere Ravenna; le scarse truppe da Attalo spedite in Africa furono messe a pezzi dal conte Eracliano, che coll'impedire l'asportazione del grano affamò Roma, sicchè ne sollevò la plebe: poi Alarico prese in sospetto il proprio creato perchè talora mostrava condiscendere al senato più che ai Goti; e toltegli le insegne imperiali, le spedì qual pegno di pace ad Onorio.