Ma dalla pace sconsigliavano l'imperatore i baldanzosi ministri e qualche fortunata sortita; laonde Alarico comparve sotto le mura di Roma (24 agosto), anelando alle spoglie ed alla vendetta; e dopo lungo assedio, per tradimento di schiavi v'entrò, passando sotto gli archi che, sette anni prima, erano stati eretti a celebrare il totale sterminio di sua nazione; e la città degli augusti, dopo avere per mille censessantatre anni predato il mondo, rimase preda al furore lungamente represso. Alarico ordinò si risparmiasse il sangue, e non si violassero le chiese degli apostoli Pietro e Paolo, sicchè la religione diventava unica salvaguardia a coloro che l'aveano perseguitata. Un Goto, entrato nell'abitazione d'una vergine matura, le chiese l'oro; ed essa il condusse ad un armadio, gli mostrò una ricchezza di vasi preziosi, e — Io non riterrò ciò che non posso difendere; ma vi voglio avvisato, che queste suppellettili sono sacre a san Pietro, e se le toccate, il sacrilegio resterà sulla vostra coscienza». Il Barbaro non ardì porvi la mano, e ne comunicò avviso ad Alarico, il quale ingiunse si tornassero intatte alla chiesa del maggiore apostolo. Spettacolo singolare, una processione di fieri Goti, mossa in ordine dal Quirinale, tra una schiera d'armati, alternando grida guerresche con devote salmodie, portò quei vasi al Vaticano; Cristo trionfava dove fallivano le armi terrene; e tante vite salvate negli asili della religione attestarono la civile potenza di questa, e il sorgere di tempj nuovi dallo sfasciume degli antichi.

Fuori di là, il furore barbarico esercitò le licenze solite in città presa d'assalto; e dei tanti rimastivi fin allora schiavi, il lungo rancore si satollò nel sangue. Il sacco si stese dagli insigni capi d'arte fino agli addobbi privati; ori, gemme, tavole d'avorio, tripodi d'argento andarono confusi coi tappeti e colle vesti seriche sul lungo traino di carri che seguiva l'esercito goto; egregie statue furono gittate; stupendi vasi barbaramente divisi dall'ascia ignorante; con acerbe torture scoperti i tesori; alcuni palagi caddero preda delle fiamme; molti uomini uccisi, assai più ridotti servi, se non li riscattasse o la pietà congiunta o la religiosa carità; alquante vergini e matrone scamparono vergogna con volontaria morte[278]; una bella dama assalita da un giovane Goto, resistette finch'egli, tocco da quella virtù, la condusse incolume al marito[279].

Il sesto giorno i Goti lasciarono la città, e rigurgitanti di prede scesero per la via Appia all'Italia meridionale, spogliando e vincendo un paese che offriva quanto può allettare un conquistatore, nulla di quanto può frenarlo. Il campo de' Goti era pieno di cittadini e matrone d'illustri case, che ora schiavi e ludibrio della fortuna, mesceano il vino dei non più loro campi ai rozzi Settentrionali, i quali, assisi fra i platani e gli eterni laureti delle ville di Cicerone e di Lucullo, godevano le delizie del cielo italiano, e da quelle balzavano ad altre battaglie, a stragi nuove. Molti Italiani rifuggivano in terre più remote, alcuni nelle isole o in Africa, alcuni in Egitto, a Costantinopoli, a Betlemme, soccorrendo ai miserabili chi avea potuto sottrarre gli averi alla devastazione. Le ricchezze delle chiese si conversero in nutrire poveri e riscattar prigioni; Proba, altra amica di Girolamo, perdute nel sacco della città le sfondolate sue dovizie, approdò in Africa, e il frutto degli ampj possedimenti che vi tenea distribuì ai fuggiaschi.

Alarico, giunto allo Stretto, gettò gli occhi sulla Sicilia, che meditava occupare per farsene scala all'Africa: ma una procella che disperse il primo imbarco, svogliò i Goti da un elemento per essi inusato; poi ne li distolse affatto la morte di Alarico (412). Per dare sepoltura all'eroe fu deviato il Busentino che lambisce le mura di Cosenza; scavata nel letto una fossa, e depostovelo con opulente spoglie, si diede novamente il corso alla fiumana, uccisi gli schiavi che eransi in quell'opera travagliati, perchè nessuno sapesse il luogo dove riposava il terrore di Roma, nè il suo riposo fosse turbato da postume vendette[280].

Allora i Goti raccolsero i voti sopra Ataulfo, cognato dell'estinto. Secondando Alarico, avea costui meditato di rinnovare faccia al mondo, e colle macerie del romano ergere un impero gotico: ma dall'esperienza chiarito che la forza demolisce non edifica, che a comporre uno Stato voglionsi leggi e ordinamenti di cui non erano capaci i nazionali suoi, si propose di meritar gratitudine col rifondere lena all'Impero cadente[281]. Sospesi dunque i colpi, offrì pace ed amicizia alla Corte imperiale: e questa, nulla ostando il dissennato giuramento, ebbe di grazia l'accettarla, e diede impresa ai nuovi federati d'osteggiare i tiranni sorti di là dell'Alpi. Ataulfo menò i suoi fuor dell'Italia, che per quattro anni avevano corsa e devastata; ma come alleati non meno che come nemici mandavano a sperpero le contrade, ora col pretesto di ribellioni, ora per l'indisciplina di gente che, stanziando nell'Impero, n'aveva contratto i vizj, non la pulizia.

Sul cuore di Ataulfo aveva acquistato dominio Galla Placidia, figliuola di Teodosio, che cresciuta nella porpora, s'invogliò d'intromettersi alle politiche vicende, mentre le abbandonavano gl'infingarditi fratelli. Stava in Roma quando Alarico vi pose assedio la prima volta; e leggera o crudele, assentì alla morte di sua cugina Serena. Presa dai Goti, fu trattata con umanità e riguardi, forse per la protezione di Ataulfo che tolse ad amarla. Quand'egli ne chiese la mano, i ministri d'Oriente disconsigliavano superbamente l'ineguale parentela; ma la gradì Placidia, e le nozze furono stipulate prima che i Goti valicassero le Alpi, indi solennemente celebrate a Narbona. Messa da imperatrice, Placidia sedette su splendido soglio, e più basso a lato di lei Ataulfo vestito alla romana, che alla sposa per dono nuziale offrì le spoglie dell'Impero. Cinquanta garzoni, fior di bellezza, in abiti di seta, portavano ciascuno due vassoj, colmi l'uno di monete d'oro, l'altro di gemme: dirigeva il coro degli epitalamj Attalo, che, perduto il trono, non isdegnava seguire da cortigiano i gotici re.

Perdonate le colpe de' passati scompigli, si ristaurò alquanto la capitale, portandovi abbondanza dall'Africa; e la gente tornava con tal ressa, che in un sol giorno n'arrivarono quattordici migliaja[282]. Ma come lusingarsi di durevole ristoro in tanta enormità di mali ed imminenza di pericoli? I rimedj stessi attestavano l'acerbità delle piaghe d'Italia, giacchè la Campania, la Toscana, il Piceno, il Sannio, la Puglia, la Calabria, l'Abruzzo, la Lucania, provincie le più manomesse, dovettero tenersi assolte dal tributo, eccetto un quinto per mantenere le pubbliche poste; le terre vacanti concedevansi a vicini o a stranieri, scarche di tasse.

Nuovi guaj le vennero quando il conte Eracliano, rompendo la fede serbata nelle più urgenti necessità, ribellò l'Africa, e impedì i viveri alla nostra penisola: anzi con copiosissimo armamento[283] sorto nel Tevere, si diresse sopra Roma; ma scontrato dagli imperiali n'andò rotto, e fuggendo in Africa, fu côlto e decapitato. Della quale vittoria doveasi il merito all'illirio Costanzo, succeduto ad Allobico nel governare Onorio; bello e robusto come piace alla moltitudine, cortese ne' modi, sentito ne' motteggi; di valore poi e di capacità tale, che, mentre diresse le cose, non solo l'Italia rimase franca da invasioni, ma alcune provincie vennero ricuperate. Nelle Gallie vinse l'imperatore Costantino, che, sebbene avesse creduto render sacra la propria vita coll'ordinarsi prete, fu mandato in Italia ed ucciso. Anche Attalo, abbandonato da Ataulfo, fu condotto ad Onorio, il quale l'espose agli scherni della sua capitale, poi gli fece amputar due dita, ed esigliare a Lipari.

Così Onorio, imbelle di corpo e di senno, in cinque anni trionfava di sette competitori. Ma quando doveva mostrarsi meglio riconoscente ad Ataulfo, l'inasprì col pretendere gli restituisse Placidia. Ataulfo da quel punto cessò di far causa coll'Impero; e Costanzo, che aspirava alla mano di Placidia e al trono, assicuratesi le spalle mediante la pace coi Barbari ch'eransi tragittati sulla sinistra del Reno, incalzò robustamente i Goti. Ataulfo allora gittossi di là de' Pirenei; ma presto fu assassinato da Sigerico in Barcellona (415); il quale, succedutogli nel comando, ne scannò i sei figliuoli, e fra una ciurma di schiave vulgari costrinse l'imperiale Placidia a camminare per dodici miglia dinanzi al cavallo di colui che l'avea vedovata. Ma dopo sette giorni di dominio, anch'egli fu ucciso, e surrogatogli Vallia, il quale, avversissimo ai Romani, corse la Spagna fin al mare, e con Costanzo si accordò di restituire Placidia, combattere in nome d'Onorio i Barbari di Spagna, e dare ostaggio, ricevendo in cambio seicentomila moggia di grano e un paese ove collocar sua gente.

Delle vittorie di lui menò trionfo Onorio in Campidoglio; indi a Vallia assegnò l'Aquitania e per sede Tolosa; ai Burgundi consentì la Germania Prima, donde poco a poco si stesero sul bel paese cui lasciarono il nome di Borgogna. I Franchi, combattuto i nemici di Roma, gl'imitarono saccheggiando, e via via si dilagarono su tutta la Germania Seconda. L'isola Britannica, rimasta sguarnita allorchè l'usurpatore Costantino condusse le sue truppe sul continente, pregò ed ottenne da Onorio di potersi difendere colle proprie forze: altrettanto fecero gli Armorici nel litorale della Gallia fra la Senna e la Loira: e così pezzo a pezzo scomponeasi il colosso romano.