In Italia Costanzo sollecitava il compimento de' suoi voti non d'amore, ma d'ambizione, chiedendo la mano di Placidia, la quale finalmente, per espresso comando d'Onorio, lo sposò, ed ottenne per sè e pel marito il titolo d'augusti (421). Quando però le immagini loro furono recate alla corte di Costantinopoli, Teodosio il Giovane sdegnò accettarle, e immineva aperta guerra, se non che fra l'allestirla Costanzo morì (2 7bre). Al cadere di costui, che per undici anni aveva sorretto l'esilità d'Onorio, rannodaronsi gl'intrighi di corte; e Placidia, cara al fratello a segno da dare appiglio alla malignità, gli fu dagli invidiosi messa in odio, e dopo tumulti e baruffe la costrinse a cercare co' suoi figli ricovero alla corte Orientale (423 — 15 agosto). Poco sopravisse Onorio, che, in regno abbastanza lungo, mai non aveva operato se non per impulso di chi lo avvicinava. A sbottoneggiare la sua voluttuosa negligenza, il popolo inventò che, avendo udito Roma essere stata presa dai nemici, se ne desolò, fin quando non seppe che trattavasi dell'antica metropoli del mondo, non d'una gallina sua favorita, che con quel nome egli chiamava[284].
Imperando Onorio, si può dire dato l'ultimo crollo al paganesimo. Arcadio comandò d'abbattere i tempj in città ed in campagna, e coi materiali riparare i ponti, le vie maestre, gli acquedotti e le mura di Costantinopoli, tolto qualunque privilegio ai ministri degli idoli, vietato ogni culto superstizioso sotto gravi pene[285]. Onorio parimenti comminava la morte a chi sagrificasse a' falsi Dei, aboliva le rendite dei tempj, e destinava questi a pubblico uso, punendo gli uffiziali che tollerassero i sagrifizj, e commettendo ai vescovi d'impedirli[286]. Molti tempj andarono pertanto in ruina, alcuni furono vôlti al culto migliore, e i loro beni passarono ad arricchire la Chiesa.
CAPITOLO LV. Valentiniano III. — Gli Unni.
A separare più sempre i due Imperi, Onorio aveva decretato che in Occidente non valessero le leggi emanate da Costantinopoli. Quivi le cose volgeano non meno improspere che in Italia, anzi la monarchia, non frenata da veruna memoria d'antichi privilegi, operava a maggior baldanza; nè la splendidissima pompa bastava a coprire l'inettitudine del fanciullo Arcadio, che, al pari d'Onorio, metteva la testa in grembo a favoriti, i quali a vicenda acquistavano ed abusavano il potere. Quando egli morì dopo tredici anni di regno (408), Onorio fece qualche movimento verso la tutela del nipote Teodosio II, ma presto lasciolla cascare in mano di favoriti, poi della sorella Pulcheria, che votatasi alla verginità e a pie pratiche, si mostrava però degna di governare mezzo l'Impero, più che non lo zio ed il fratello. Questo fu da lei provveduto di buoni maestri, ma cresceva inetto; eppure intanto la Persia rinnovava gli attacchi contro l'Impero, e strappavagli l'Armenia.
Morto Onorio (423), Teodosio si aggiunse anche il titolo d'imperatore d'Occidente, e mandò a debellare Giovanni segretario dell'estinto, che n'aveva usurpato il diadema, e che, resistito invano in Ravenna, ebbe tronca la destra; poi condotto a strapazzo sopra un asino, fu decapitato nel circo d'Aquileja. Teodosio trovossi allora padrone di tutto l'Impero; ma, fosse moderazione o negligenza, cesse l'Occidente al nipote Placido Valentiniano (425), figlio di Costanzo e di Placidia. Aveva questi appena sei anni, gli diedero sposa Licinia Eudossia figlia di Teodosio, e fu commesso alla tutela della madre, che per venti anni lo governò, con molle educazione sviandolo da occupazioni virili; mentr'essa nè sapeva reggere il freno, nè commetterlo a buone mani.
Ultimo puntello degl'imperi sfasciantisi sono i guerrieri, e Placidia trovò due eccellenti generali in Ezio e Bonifazio. Il primo, nato nella Mesia inferiore da un'Italiana sposata a uno Scita, messosi giovanissimo alle armi, aveva praticato coi Barbari qual soldato e quale ostaggio. Bonifazio erasi non meno segnalato nei governi che ne' campi; riuscito a liberare l'Africa, ne fu posto governatore, e per giustizia e probità si rese caro e rispettato. L'accordo di questi due campioni avrebbe potuto rinvigorire alquanto l'Impero, ma gli diè il tracollo la loro nimistà. Nel passato tumulto Bonifazio avea serbato fede a Valentiniano, mentre Ezio ajutò all'usurpatore con sessantamila Unni. Fallita l'impresa, Ezio è accarezzato per paura, e ringrandisce nel favore dell'imperatrice; e macchinando di elevare se stesso sulle ruine di Bonifazio, susurra a Placidia, — Bisogna richiamarlo dall'Africa»; intanto segretamente avvisa Bonifazio, — Bada che l'obbedire ti costerebbe la testa». Bonifazio gli dà ascolto, e, invece di deporre il comando, avventasi alle armi; e da Placidia dichiarato ribelle, manda a Genserico re de' Vandali, eccitandolo ad acquistare stabili possedimenti in Africa.
Genserico, uomo di meschina statura, azzoppato nel cader da cavallo, ma riflessivo, sprezzatore del lusso, lento al parlare, facile all'ira, cupido del possedere e di mischiar litigi[287], aveva condotto i suoi ad occupare la Spagna; donde allora, sopra vascelli offerti da Bonifazio che l'invitava e dagli Spagnuoli che bramavano liberarsene, tragittò in Africa cinquantamila uomini (429), ai quali s'aggiunsero malcontenti e Mori vagabondi.
Sant'Agostino, vescovo d'Ippona, pose in opera l'autorità di prelato e d'amico per distogliere Bonifazio dall'insensata vendetta; ma quando altri amici scopersero le fraudolente lettere di Ezio, Bonifazio pentito venne ad affidare la sua testa a Placidia, e Cartagine e le guernigioni romane rientrarono nel dovere. Ma il colpo era dato, e per quante somme il ravveduto offrisse a Genserico acciò sgombrasse l'Africa, questi rimase non più come ausiliario, ma come padrone e devastatore; e sgominato Bonifazio, che combatteva col valore d'un pentito, scorse liberamente la campagna; sperperò le sette provincie, che chiamavansi granajo di Roma e del genere umano, mandando a strazio senza distinzione d'età o di grado, svellendo le vigne e gli ulivi, e se il terrore non esagerò, scannando i prigionieri davanti alle città assediate, acciocchè il lezzo ne ammorbasse l'aria.
Sconfitti interamente i Romani, Bonifazio per disperato fuggì dalla contrada sopra la quale avea tratto tante sventure, e giunto a Ravenna, ebbe da Placidia oneste accoglienze e il grado di patrizio e di generale degli eserciti romani. Questi onori parvero un oltraggio ad Ezio, a cui l'essere scoperto perfido non avea scemato la confidenza; onde accorse con uno stuolo di Barbari; e a tal segno era scaduta ogni autorità imperiale, che assalì armata mano Bonifazio. Questi prevalse, ma d'una ferita spirò poco dappoi (432), perdonando ad Ezio, e consigliando alla ricca sua moglie di sposarlo. Ezio, rassicurato di perdono, torna; e l'imperatrice, baciando la mano che non poteva recidere, il solleva a patrizio. Fatti inesplicabili nella scarsità ed inesattezza de' cronisti d'allora. Nè con Ezio si deve parlare del patriotismo antico: libertà considerava l'affrancare i suoi padroni dagli stranieri, e se medesimo da chiunque l'impacciasse; combatteva per quell'onor militare, che oggi pure manda migliaja di soldati a profondere la vita e farsi eroi per una causa che non esaminarono, che forse ignorano.
Genserico, domata la risorta Cartagine (439), i migliori terreni da Tripoli a Tangar distribuì fra' suoi, riducendo a servi i prischi possessori. Nessun'altra invasione riusciva di tanto pregiudizio all'Italia, avvegnachè i senatori vi perdevano i lauti patrimonj ivi collocati, il fisco l'immensa eredità di Gildone, la plebe le distribuzioni del grano e dell'olio che di là si traevano. Stava dunque sul cuore agl'imperatori di ricuperarla, ma Genserico, scaltro quanto prode, intoppò ogni lor passo; e posta in essere un'armata navale da ricordare i migliori tempi di Cartagine, invase anche la Sicilia, occupò Palermo, sbarcò più volte sulle coste della Lucania. Quand'ecco nuovo flagello scaricarsi sull'Impero: gli Unni.